Occhiuto e il contagio populista: Forza Italia non insegua la pancia del Paese
Il vicepresidente di Forza Italia avverte il centrodestra sul rischio di copiare i toni e le ricette della destra radicale. Un partito serio deve difendere la propria identità liberale e programmatica, tornando a parlare alla testa degli elettori anziché inseguire gli slogan.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Un vizio antico della politica italiana: quando compare un uomo che urla più forte degli altri, invece di lasciarlo urlare ci si domanda subito come imitarlo.
È un errore. E qualche volta è anche una vigliaccheria.
Roberto Occhiuto, presidente della Calabria e vicepresidente di Forza Italia, ha detto una cosa che nel centrodestra dovrebbe apparire ovvia e che invece, di questi tempi, suona quasi rivoluzionaria: rincorrere Roberto Vannacci sarebbe un errore.
Ha ragione.
Non perché Vannacci non abbia un pubblico. Ce l’ha. Non perché non sappia parlare a una parte dell’elettorato. Lo sa fare benissimo. E neppure perché rappresenti un fenomeno passeggero: può darsi che non lo sia affatto.
Il punto è un altro.
Un partito politico serio non deve domandarsi soltanto dove siano i voti. Deve domandarsi quali voti vuole rappresentare e per fare che cosa.
Altrimenti tanto vale affidare il programma di governo alle tendenze di X.
La tentazione populista è sempre la stessa. Si prende un disagio autentico, lo si gonfia fino a farlo diventare rabbia, poi si indica un colpevole. L’immigrato. Bruxelles. Le élite. I giudici. I giornalisti. I diversi. Qualcuno si trova sempre.
È la politica più facile del mondo, perché non richiede soluzioni.
Richiede bersagli.
E i bersagli, nell’Italia dei social, non mancano.
Lo ha scoperto ancora una volta Roberta Vallacchi, consigliera regionale lombarda del Pd, sessantun anni, malata di tumore, insultata in rete perché durante un incontro pubblico portava un foulard in testa. La chemioterapia le ha fatto perdere i capelli. Qualcuno, vedendola, ha pensato bene di domandare che cosa fosse «quel preservativo sulla testa».
Non occorre scomodare sociologi, politologi e commissioni parlamentari per capire dove siamo arrivati.
Basta quella frase.
Una donna parla di voto femminile e Madri costituenti. Qualcuno non ascolta ciò che dice. Guarda il foulard. Non vede una persona che combatte contro una malattia. Vede un bersaglio.
È la stessa degradazione del linguaggio che la politica dovrebbe arginare e che troppo spesso, invece, accarezza per raccogliere qualche applauso.
Per questo il ragionamento di Occhiuto interessa anche oltre le beghe di Forza Italia.
Il problema non è Vannacci.
Il problema sono quelli che, vedendo Vannacci prendere voti, pensano di dover diventare un po’ Vannacci anche loro.
È la malattia dei partiti impauriti: copiare chi cresce invece di ricordarsi perché esistono.
Forza Italia, se vuole sopravvivere a Berlusconi, non può limitarsi a imbalsamarlo.
I morti imbalsamati stanno nei mausolei, non nei partiti.
Silvio Berlusconi costruì la propria fortuna politica non inseguendo qualcuno che stava alla sua destra, ma occupando uno spazio che gli altri avevano lasciato vuoto: liberale nell’economia, garantista nella giustizia, moderato nel linguaggio istituzionale quando gli conveniva, rivoluzionario nella comunicazione quasi sempre.
Naturalmente fu anche molte altre cose, comprese parecchie contraddittorie fra loro. Ma aveva compreso una regola elementare: un partito vive se possiede un carattere riconoscibile.
Ed è precisamente questo carattere che oggi Forza Italia deve decidere se recuperare oppure perdere.
Occhiuto propone l’abolizione del bollo auto e una no tax area per i giovani sotto i trenta o trentacinque anni. Si può essere d’accordo o no. Finalmente, però, si discute di qualcosa.
Tasse.
Giovani.
Lavoro.
Riforme.
Vale più una discussione sbagliata su un’imposta che cento riunioni riuscitissime sulle percentuali congressuali.
La frase migliore pronunciata da Occhiuto è infatti un’altra: «Un partito che discute i temi è vivo. Se parla solo di equilibri o congressi è morto».
Andrebbe stampata all’ingresso di tutte le sedi di partito.
A destra, a sinistra e soprattutto al centro.
Perché i partiti italiani hanno sviluppato una formidabile capacità di discutere della propria esistenza evitando accuratamente di spiegare agli italiani a che cosa serva.
Chi sarà segretario.
Chi controllerà il gruppo.
Quanti delegati spettano a Tizio.
Con chi sta Caio.
Che cosa pensa Sempronio.
E il cittadino, che nel frattempo deve pagare il mutuo, trovare un pediatra, aspettare una visita specialistica, capire se suo figlio potrà permettersi una casa e scoprire quanto gli resterà dello stipendio a fine mese, dovrebbe appassionarsi.
Non lo fa.
Strano, vero?
Occhiuto pone quindi a Forza Italia una domanda molto più pericolosa di qualsiasi congresso: siete ancora liberali?
Non basta rispondere sì.
Bisogna dimostrarlo.
Essere liberali quando tutti sono liberali non costa nulla. Essere liberali significa difendere la libertà quando è impopolare, il garantismo quando l’accusato ci sta antipatico, la concorrenza quando danneggia una corporazione amica, il merito quando produce esclusi, la responsabilità quando l’elettore preferirebbe sentirsi dire che la colpa è sempre di qualcun altro.
E significa soprattutto rifiutare la convinzione che per battere i populisti occorra diventare populisti.
Non funziona quasi mai.
Fra l’originale e la copia, l’elettore arrabbiato sceglierà l’originale.
Il moderato, invece, davanti alla copia spesso se ne andrà.
È questo il rischio che Occhiuto intravede quando avverte Forza Italia di non spostarsi verso Vannacci. Non una questione di buone maniere. Una questione di identità e, dunque, anche di voti.
Giorgia Meloni, del resto, non ha bisogno che tutti i suoi alleati diventino Fratelli d’Italia in miniatura.
Una coalizione funziona quando somma culture politiche differenti. Se tutti pescano nello stesso stagno, alla fine litigano per gli stessi pesci.
Forza Italia ha uno spazio proprio: quello di un centrodestra europeo, liberale, produttivo, garantista, pragmatico. Può sembrare meno eccitante di una raffica di slogan sui social.
Ma governare non dovrebbe essere eccitante.
Dovrebbe essere utile.
Vannacci farà la sua partita. È legittimo. Prenderà i voti che saprà prendere e scoprirà alle urne quanto pesa davvero il suo progetto.
Forza Italia dovrebbe fare la propria.
Senza complessi.
Senza imitazioni.
Senza trasformarsi nell’ennesimo partito convinto che la pancia degli italiani sia l’unico organo politicamente rilevante.
Perché un Paese ha certamente una pancia.
Ma possiede anche una testa.
E la politica, almeno ogni tanto, dovrebbe avere il coraggio di rivolgersi a quella.
Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno
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