@luigi.palamara Il Moralista (appunti clinici di un io che non guarisce) Il soggetto si presenta con una convinzione incrollabile: essere moralmente superiore. Non lo afferma apertamente – non sempre – ma lo lascia intendere in ogni frase, come una postura del corpo, come un tic. La rettitudine non è per lui una virtù, è un’identità sostitutiva. Non agisce. Valuta. Non costruisce. Misura. Non partecipa. Sorveglia. Il mondo, osservato dal suo punto di vista, è un grande errore che procede senza consultarlo. Quando parla di altri, il tono cambia impercettibilmente. Compare un’irritazione sottile, persistente. Non rabbia esplosiva: fastidio cronico. Il tipo di fastidio che nasce quando l’altro continua a esistere nonostante le previsioni contrarie. Il moralista accumula. Frasi non dette. Risentimenti. Attese disattese. Il sorriso dell’altro è il vero trigger. Non perché sia falso, ma perché è funzionale. Il sorriso come segnale di adattamento, di continuità, di accettazione del reale. Tutto ciò che il soggetto non tollera. La presenza fisica di altri – bar, marciapiedi, angoli di strada – viene interpretata come prova di colpa. Il moralista associa inconsciamente la visibilità alla colpa, perché lui ha scelto (o subito) l’invisibilità. La socialità diventa sospetta. La normalità diventa indizio. Il lavoro “in smart” è negato non per ragioni razionali, ma perché minaccia una gerarchia interna: se l’altro lavora senza soffrire, allora la sofferenza del soggetto perde valore morale. Ed è qui che il quadro si chiarisce. Il moralista non difende la legalità. Difende il proprio sacrificio non riconosciuto. Cita leggi, articoli, decreti con una precisione quasi rituale. Non per argomentare, ma per calmarsi. L’elenco dei numeri ha una funzione ansiolitica. È un modo per ripristinare ordine in un mondo che continua a non obbedire. Quando la legge legittima ciò che lui disapprova, la legge viene svalutata. Non per incoerenza, ma per meccanismo di difesa: la realtà non può avere ragione contro il suo giudizio, quindi è la realtà a dover essere degradata. L’accumulo di incarichi viene vissuto come un affronto personale. Non perché siano troppi, ma perché dimostrano che la strategia del moralista – attendere, denunciare, indignarsi – non produce risultati. Qui emerge il sintomo centrale: una frustrazione da impotenza trasformata in superiorità etica. Il riferimento costante a ombre, vicende torbide ha una funzione di mantenimento. Senza il sospetto, il soggetto resterebbe solo con il dato più insopportabile: non contare. Il sospetto tiene aperta la partita. Rimanda la sconfitta. L’attesa della magistratura non è attesa di giustizia. È attesa di conferma. Non importa quando, non importa come. Serve solo che, prima o poi, qualcosa dimostri che lui aveva ragione. Anche dopo. Anche troppo tardi. Nel frattempo, gli altri continuano a “cadere in piedi”. Espressione che il soggetto ripete ossessivamente. La caduta è necessaria alla sua narrazione. Senza caduta, non c’è colpa. Senza colpa, non c’è redenzione. E senza redenzione, il moralista non ha ruolo. Conclusione clinica provvisoria: il soggetto non è mosso dall’odio, ma da una dipendenza dall’indignazione. Non combatte il potere. Compensa una perdita di centralità. Non cerca il bene. Cerca sollievo. E scrive. Scrive per non scomparire. Scrive per sentirsi ancora indispensabile a un mondo che, ostinatamente, continua a farne a meno. La satira di CartaStraccia.News Ogni riferimento a fatti o personaggi realmente esistiti è puramente casuale.
♬ audio originale - Luigi Palamara
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