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Leggi tutto»@luigi.palamara Intervista all'Avvocato Giacomo Iaria sul caso Domenico Papalia. Il caso dell'ottantunenne Domenico Papalia, il detenuto più longevo d'Italia, interroga la nostra Costituzione sul senso profondo della rieducazione della pena Il “mai” che disonora lo Stato: quando la giustizia si trasforma in vendetta burocratica Tra percorsi di riscatto, lauree e gravi malattie, l'archeologia penale ignora il cambiamento dell'uomo e calpesta l'articolo 27: se la speranza viene uccisa in nome del passato, a morire è lo Stato di diritto. Dalla condanna nel 1977 ai percorsi di giustizia riparativa, la storia di un ergastolano specchio del fallimento della nostra civiltà giuridica L’ergastolo senza speranza e l'ipocrisia del fine pena mai Il cortocircuito formale per cui la rieducazione riuscita non basta a garantire una misura alternativa. A 81 anni e malato, Papalia diventa il simbolo di una Repubblica che ha paura di decidere e preferisce la morte amministrata. L'Editoriale di Luigi Palamara Una parola che, più di ogni sentenza, più di ogni decreto, più di ogni timbro ministeriale, racconta il fallimento di una civiltà giuridica: mai. Fine pena mai. Non me lo daranno mai. Non uscirò mai. È dentro questa parola che oggi sta rinchiuso Domenico Papalia, 81 anni, detenuto dal 1977, pluriergastolano definitivo, condannato per due omicidi, assolto in revisione per uno di essi, ristretto nel carcere di Parma. I numeri, che spesso sono più spietati degli uomini, dicono che è il detenuto più longevo d’Italia. Dicono anche che da oltre trent’anni, dal 1992, dopo permessi premio e un periodo di lavoro all’esterno, non ottiene più alcun beneficio. Ma i numeri, da soli, non bastano. Perché qui non si tratta soltanto di contare gli anni. Si tratta di capire che cosa resta del diritto quando il diritto smette di interrogarsi sull’uomo che ha davanti. Domenico Papalia è stato un criminale. Sarebbe vile, oltre che inutile, girarci intorno. Ha vissuto nell’illegalità, ha conosciuto il crimine, ha portato addosso un passato pesante. Da Platì a Milano, da una famiglia lasciata alle spalle a un percorso criminale ammesso e rivisitato, la sua storia non è una favola edificante. È una storia dura, sporca, vera. Ma proprio per questo è una storia che mette alla prova lo Stato. Perché lo Stato non dimostra la propria forza quando punisce chi ha sbagliato. Quello è il minimo. Lo Stato dimostra la propria forza quando sa riconoscere se l’uomo che ha punito è ancora lo stesso uomo. Ed è qui che il caso Papalia diventa qualcosa di più di una vicenda carceraria. Diventa una domanda inchiodata sulla porta della nostra Costituzione: a che serve la pena, se non riconosce mai la rieducazione? L’articolo 27, terzo comma, dice che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non dice “possono”. Non dice “se conviene”. Non dice “se non dà fastidio”. Dice devono. E allora bisogna chiederselo senza infingimenti: che cosa significa rieducazione se, dopo quasi sessant’anni di carcere, studi, lauree, diplomi, programmi di giustizia riparativa, rapporti con vittime della mafia, testimonianze nelle scuole, progetti benefici, missioni con Don Bosco, attività della Caritas, lettere, libri, conversioni interiori e una vita intera consumata dietro le sbarre, tutto questo non basta mai? Non basta il buon comportamento. Non bastano i percorsi trattamentali. Non bastano gli studi. Non basta il ravvedimento. Non basta la vecchiaia. Non basta la malattia. Non basta nemmeno il giudizio che, davanti al Tribunale di Misure di Prevenzione, riconosce l’inesistenza della pericolosità sociale attuale alla luce della carcerazione e dei progressi compiuti. Perché poi arriva il paradosso, il cavillo, il tecnicismo che sembra scritto apposta per umiliare la logica: Papalia non avrebbe interesse. Non avrebbe interesse? Un uomo condannato al “fine pena mai”, che chiede la rivalutazione della propria per
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@luigi.palamara Intervista all'Avvocata Giovanna Antonia Modaffari sul caso Domenico Papalia. Il caso dell'ottantunenne Domenico Papalia, il detenuto più longevo d'Italia, interroga la nostra Costituzione sul senso profondo della rieducazione della pena Il “mai” che disonora lo Stato: quando la giustizia si trasforma in vendetta burocratica Tra percorsi di riscatto, lauree e gravi malattie, l'archeologia penale ignora il cambiamento dell'uomo e calpesta l'articolo 27: se la speranza viene uccisa in nome del passato, a morire è lo Stato di diritto. Dalla condanna nel 1977 ai percorsi di giustizia riparativa, la storia di un ergastolano specchio del fallimento della nostra civiltà giuridica L’ergastolo senza speranza e l'ipocrisia del fine pena mai Il cortocircuito formale per cui la rieducazione riuscita non basta a garantire una misura alternativa. A 81 anni e malato, Papalia diventa il simbolo di una Repubblica che ha paura di decidere e preferisce la morte amministrata. L'Editoriale di Luigi Palamara Una parola che, più di ogni sentenza, più di ogni decreto, più di ogni timbro ministeriale, racconta il fallimento di una civiltà giuridica: mai. Fine pena mai. Non me lo daranno mai. Non uscirò mai. È dentro questa parola che oggi sta rinchiuso Domenico Papalia, 81 anni, detenuto dal 1977, pluriergastolano definitivo, condannato per due omicidi, assolto in revisione per uno di essi, ristretto nel carcere di Parma. I numeri, che spesso sono più spietati degli uomini, dicono che è il detenuto più longevo d’Italia. Dicono anche che da oltre trent’anni, dal 1992, dopo permessi premio e un periodo di lavoro all’esterno, non ottiene più alcun beneficio. Ma i numeri, da soli, non bastano. Perché qui non si tratta soltanto di contare gli anni. Si tratta di capire che cosa resta del diritto quando il diritto smette di interrogarsi sull’uomo che ha davanti. Domenico Papalia è stato un criminale. Sarebbe vile, oltre che inutile, girarci intorno. Ha vissuto nell’illegalità, ha conosciuto il crimine, ha portato addosso un passato pesante. Da Platì a Milano, da una famiglia lasciata alle spalle a un percorso criminale ammesso e rivisitato, la sua storia non è una favola edificante. È una storia dura, sporca, vera. Ma proprio per questo è una storia che mette alla prova lo Stato. Perché lo Stato non dimostra la propria forza quando punisce chi ha sbagliato. Quello è il minimo. Lo Stato dimostra la propria forza quando sa riconoscere se l’uomo che ha punito è ancora lo stesso uomo. Ed è qui che il caso Papalia diventa qualcosa di più di una vicenda carceraria. Diventa una domanda inchiodata sulla porta della nostra Costituzione: a che serve la pena, se non riconosce mai la rieducazione? L’articolo 27, terzo comma, dice che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non dice “possono”. Non dice “se conviene”. Non dice “se non dà fastidio”. Dice devono. E allora bisogna chiederselo senza infingimenti: che cosa significa rieducazione se, dopo quasi sessant’anni di carcere, studi, lauree, diplomi, programmi di giustizia riparativa, rapporti con vittime della mafia, testimonianze nelle scuole, progetti benefici, missioni con Don Bosco, attività della Caritas, lettere, libri, conversioni interiori e una vita intera consumata dietro le sbarre, tutto questo non basta mai? Non basta il buon comportamento. Non bastano i percorsi trattamentali. Non bastano gli studi. Non basta il ravvedimento. Non basta la vecchiaia. Non basta la malattia. Non basta nemmeno il giudizio che, davanti al Tribunale di Misure di Prevenzione, riconosce l’inesistenza della pericolosità sociale attuale alla luce della carcerazione e dei progressi compiuti. Perché poi arriva il paradosso, il cavillo, il tecnicismo che sembra scritto apposta per umiliare la logica: Papalia non avrebbe interesse. Non avrebbe interesse? Un uomo condannato al “fine pena mai”, che chiede la rivalutazione dell
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