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ELEZIONI SUPPLETIVE a Reggio Calabria. La democrazia del numeretto: quando a scegliersi è il candidato

ELEZIONI SUPPLETIVE a Reggio Calabria.  La democrazia del numeretto: quando a scegliersi è il candidato

​Il metodo delle suppletive a sinistra tra autocandidature e inerzia della coalizione

​Nel centrosinistra si assiste sempre più spesso alla "processione dei disponibili": chiunque può alzare la mano e proporsi, mentre i partiti rinunciano al loro compito fondamentale, che è quello di decidere e assumersi la responsabilità di una scelta.

L'Editoriale di Luigi Palamara 

Un modo tutto italiano, e forse soprattutto tutto di sinistra, di scegliere un candidato: mettersi in fila.

Non una fila metaforica, intendiamoci. Una fila vera. Con il numeretto in mano, il giornale sotto il braccio e quell’aria paziente di chi aspetta davanti al pescivendolo la vigilia di Natale.

«Chi è l’ultimo?»

«Fotia.»

«Bene. Allora dopo tocca a me.»

Carmine Fotia, intervistato dall'impeccabile collega giornalista Piero Gaeta Caporedattore di Gazzetta del Sud, mentre prende il fresco nei boschi di Gambarie, dice di augurarsi di essere lui il candidato del centrosinistra alle suppletive. È pronto, non chiede garanzie, pensa persino di vincere. Tutto legittimo. Anzi, perfettamente umano.

Quello che diverte è il metodo.

Perché una volta i partiti sceglievano i candidati. A volte bene, spesso male, quasi sempre nelle stanze dove le porte erano chiuse e il fumo delle sigarette rendeva invisibili persino le coscienze. Ma almeno esisteva un procedimento riconoscibile: c’erano segretari, correnti, voti, assemblee, pugnalate, accordi e tradimenti. Una liturgia poco edificante, forse, però una liturgia.

Adesso pare che basti alzare la mano.

«Ci sarei anch’io.»

E subito dopo:

«Io sono pronto.»

Poi:

«Non chiedo nulla.»

Che, tradotto dal politichese, significa quasi sempre: purché scegliate me.

Fotia ha almeno il merito di dirlo apertamente. Non si nasconde dietro formule gesuitiche. Si propone. Rivendica la propria indipendenza. Invoca trasparenza. Chiede ai partiti di fare presto. E aggiunge, più o meno: se avete uno migliore di me, tiratelo fuori.

È qui che la faccenda assume il sapore irresistibile della pescheria.

Sul banco c’è il collegio elettorale.

Dietro il banco, il centrosinistra con il grembiule.

Davanti, una piccola folla di aspiranti salvatori della patria.

«Un candidato, per favore.»

«Come lo vuole? Civico? Progressista? Indipendente? Con una spruzzata di campo largo?»

«Purché fresco.»

E mentre quelli discutono se sia meglio il candidato di partito, quello della società civile, quello capace di parlare ai moderati, quello che piace ai Cinque Stelle senza dispiacere ai democratici e magari strizza l’occhio a qualche cespuglio riformista, passa la mattinata.

Io, per prudenza, sono in fila dalle quattro.

Non vorrei che arrivasse qualcuno prima.

Ho portato il termos del caffè, una sedia pieghevole e il documento d’identità. Non si sa mai. Se il criterio è dichiararsi disponibili, ho ottime possibilità.

Quando aprono la serranda mi faccio avanti.

«Buongiorno, sono venuto per la candidatura.»

«Ha esperienza politica?»

«No.»

«Benissimo.»

«Ho un programma?»

«Non esageriamo.»

«Devo essere iscritto a un partito?»

«Per carità.»

«E cosa serve?»

«Dire che rappresenta il territorio.»

Questo sì che posso farlo.

Posso anche promettere di girare i paesi uno per uno. Fotia ne conta settantuno e dice che li percorrerà palmo a palmo. Ottimo. Io, nell’attesa, posso cominciare dal marciapiede davanti alla sezione. Alle cinque conosco già il barista. Alle sei il giornalaio. Alle sette ho stabilito un collegamento diretto con il territorio: il pescivendolo mi chiama per nome.

A quel punto sono praticamente un candidato civico.

Il paradosso non riguarda Fotia, che fa ciò che qualunque aspirante candidato farebbe: presenta se stesso come la soluzione. Riguarda una coalizione che sembra attendere che la soluzione si presenti da sola.

Ed è questo il lato buffo.

La politica dovrebbe selezionare. Decidere. Assumersi il rischio di scegliere qualcuno e dire agli elettori: questo è il nostro uomo, questa è la nostra donna, queste sono le idee per cui vi chiediamo il voto.

Invece si assiste sempre più spesso alla processione dei disponibili.

Uno si candida alla candidatura.

Un altro annuncia che, se glielo chiedessero, non si tirerebbe indietro.

Un terzo precisa di non aver chiesto niente a nessuno, precisazione che generalmente viene fatta dopo averlo detto a tutti.

Un quarto convoca amici, intellettuali, associazioni, parenti spirituali e testimoni oculari della propria indispensabilità.

E il partito?

Riflette.

Il campo largo?

Si allarga.

La decisione?

Si restringe.

Nel frattempo ciascun aspirante candidato possiede già il proprio racconto. C’è chi è radicato nel territorio, chi rappresenta la società civile, chi viene dal volontariato, chi dal giornalismo, chi dalle professioni, chi incarna la memoria storica e chi, non avendo nessuna delle precedenti caratteristiche, incarna il futuro.

Sono tutti indispensabili.

Curiosamente, prima delle elezioni nessuno sapeva che esistessero.

Fotia, almeno, possiede una biografia, idee nette e una lingua che non fa troppo per nascondersi. Quando parla di Reggio, della sua storia, di Gambarie, della Rivolta, di Falcomatà, si capisce che dietro la candidatura c’è una vicenda personale.

Ma proprio per questo sarebbe bene che la politica facesse ciò per cui esiste: scegliere.

Scegliere significa anche dire di no.

È una parola breve, terribile, quasi scomparsa dai vocabolari delle coalizioni.

No, grazie.

Abbiamo scelto un altro.

Oppure:

Sì, sarà lei.

Fine.

Invece no. Bisogna aspettare che si esprimano tutti, che si consultino tutti, che nessuno si offenda, che il candidato piaccia a chi lo propone, a chi non lo propone, a chi potrebbe proporne un altro e possibilmente anche a quello che il giorno dopo minaccerà di non votarlo.

È la democrazia del numeretto.

Adesso serviamo il 38.

«Chi ha il 39?»

Una mano si alza.

«Io.»

«Professione?»

«Avvocato.»

«Campo largo?»

«Larghissimo.»

«Bene. Si accomodi.»

Io stringo il mio bigliettino.

Numero 47.

Sono qui dalle quattro del mattino e comincio a essere fiducioso.

Davanti a me ne restano pochi.

E se davvero il centrosinistra continua così, prima o poi tocca anche a me.

Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno 

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