La carta non è ancora morta. Per fortuna.
Politica e carta stampata: quando il giornale torna al centro del dibattito
L’informazione e le istituzioni. Da Occhiuto a Ferro e Cannizzaro, i vertici calabresi scelgono di sfogliare La Riviera. Il valore insostituibile del giornale di carta come antidoto alla distrazione digitale e spazio di vera democrazia.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Una fotografia che, in tempi di pollici frenetici e schermi sempre accesi, vale più di tanti discorsi sulla crisi dell’editoria: uomini delle istituzioni con un giornale tra le mani.
Anche Roberto Occhiuto, presidente della Regione Calabria, legge La Riviera. E la cosa, confesso, mi fa piacere. Così come fa piacere sapere che tra i lettori ci siano Wanda Ferro, sottosegretario di Stato all’Interno, e Francesco Cannizzaro, sindaco di Reggio Calabria e sindaco della Città Metropolitana.
Non perché un giornale diventi più importante se finisce tra le mani di un presidente, di un sottosegretario o di un sindaco. Sarebbe una concezione piuttosto provinciale del giornalismo. Un giornale vale per quello che scrive, per le domande che pone, per le storie che racconta e, qualche volta, anche per il fastidio che riesce a procurare.
Ma c’è qualcosa di rassicurante nel vedere ancora qualcuno che apre un giornale di carta.
E forse, se si osservano bene gli occhi di chi lo sfoglia, si intravede perfino un filo di nostalgia. Non quella sterile che rimpiange il passato soltanto perché è passato, ma quella più intima e quasi fisica che ci riporta a un tempo non poi così lontano, quando le notizie avevano il peso della carta, le fotografie occupavano davvero uno spazio e le parole si potevano quasi toccare.
Un passato fatto di quotidiani piegati sotto il braccio, di settimanali lasciati sul tavolo, di pagine aperte al bar, in treno, in una sala d’attesa. Si leggeva con le mani oltre che con gli occhi. Si voltava pagina, si tornava indietro, si sottolineava, si ritagliava. E spesso un articolo restava lì, davanti a noi, abbastanza a lungo da costringerci a pensarci.
Forse è proprio questo che riaffiora in certi sguardi: il ricordo di una lettura meno veloce, meno nervosa, meno provvisoria. Una lettura che aveva un inizio e una fine. Che occupava un tempo preciso della giornata. Che non veniva continuamente interrotta da un suono, da un messaggio, da una notifica.
Siamo diventati tutti lettori velocissimi e, proprio per questo, spesso lettori distratti. Scorriamo titoli, tocchiamo uno schermo, allarghiamo una fotografia con due dita e dopo pochi secondi siamo già altrove. La notizia successiva divora quella precedente. Il telefonino ci consegna il mondo intero, ma pretende in cambio la nostra attenzione a rate.
La carta, invece, ha un piccolo difetto che oggi è diventato quasi una virtù: costringe a fermarsi.
Un giornale non lampeggia. Non vibra. Non manda notifiche. Non decide lui quale articolo mostrarci dopo. Sta lì. Bisogna aprirlo, voltare pagina, scegliere dove soffermarsi. E magari, cercando una cosa, se ne trova un’altra.
È una vecchia abitudine? Certamente. Ma non tutte le vecchie abitudini meritano di essere mandate in pensione.
C’è una fisicità nella lettura che nessun display riesce davvero a riprodurre: il fruscio delle pagine, l’odore della carta e dell’inchiostro, una fotografia che occupa uno spazio reale, una frase che resta davanti agli occhi senza essere cacciata via dal prossimo aggiornamento.
La carta non è migliore per definizione e il digitale non è il nemico. Sarebbe sciocco sostenere una simile guerra di religione. Il web ha regalato all’informazione velocità, accessibilità e una capacità di diffusione che il giornale tradizionale non aveva mai conosciuto.
Ma velocità e profondità non sono sinonimi.
Ed è per questo che vedere La Riviera ancora letta, sfogliata e tenuta tra le mani mi procura un sentimento che non provo alcun bisogno di nascondere.
Il primo pensiero va al mio amico Rosario Condarcuri, che questo giornale lo ha fondato e lo ha fatto crescere. Il secondo, consentitemelo, contiene anche un pizzico di orgoglio personale: su quelle pagine scrivo ormai da moltissimo tempo.
E chi scrive sa che vedere le proprie parole stampate conserva qualcosa di irriducibilmente diverso dal vederle comparire su uno schermo.
Forse, dunque, un po’ di nostalgia c’è davvero.
Ma non è nostalgia per un mondo scomparso. È nostalgia per un gesto che rischia di scomparire: leggere senza fretta.
È il piacere di sapere che, almeno per qualche minuto, quelle parole avranno un luogo preciso. Una pagina. Un margine. Un prima e un dopo.
Poi naturalmente il giornale può piacere oppure no. Può convincere, irritare, entusiasmare o far dissentire. Anzi, sarebbe preoccupante un giornale che riuscisse a mettere tutti d’accordo.
Ma prima ancora di essere condiviso, commentato o contestato, un giornale dovrebbe essere letto.
Possibilmente fino in fondo.
E magari, ogni tanto, anche sulla carta.
Perché in un’epoca in cui tutti vogliono parlare, la sana abitudine di leggere resta ancora una delle forme più semplici, e forse più eleganti, di libertà.
Grazie, dunque.
E buona lettura.
Luigi Palamara
Giornalista, scrittore e artista aspromontano di Roccaforte del Greco, detto “L’Arciere”
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