Gioia Tauro, le intimidazioni alla sindaca Simona Scarcella.
Quando si minaccia un sindaco, si minaccia una città
Lettere anonime, proiettili e minacce ai familiari colpiscono chi amministra i territori difficili. La solidarietà non basta: lo Stato deve proteggere chi si espone, per evitare che la paura imponga il silenzio alla democrazia.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Spesso alcune parole non sono parole. Sono colpi sparati senza pistola.
“Ti scanniamo i figli e il cane” non è una frase. È la confessione di una barbarie. È il punto in cui la politica finisce, il dissenso finisce, perfino l’odio finisce. E comincia qualcos’altro: la vigliaccheria.
Perché bisogna chiamare le cose con il loro nome. Chi minaccia un amministratore può essere un criminale. Chi minaccia i suoi figli è qualcosa di peggio: uno che ha scelto deliberatamente il bersaglio più indifeso per terrorizzare quello più esposto.
A Gioia Tauro la sindaca Simona Scarcella ha ricevuto una lettera anonima nella cassetta di casa. Non in municipio. Non in una sede politica. A casa. Ed è questo dettaglio, più degli altri, a raccontare la gravità dell’accaduto. Perché significa: sappiamo dove vivi. Sappiamo chi ami. Sappiamo quali sono le tue abitudini. Possiamo entrare nella tua vita privata senza bussare.
È la grammatica del terrore.
E non arriva nel vuoto. Prima i proiettili. Poi altri episodi intimidatori. Ora una minaccia che coinvolge i figli. Una sequenza che dovrebbe impedire a chiunque di rifugiarsi nella solita liturgia delle dichiarazioni, delle solidarietà, delle frasi di circostanza.
La solidarietà è doverosa. Ma non basta.
Le istituzioni, quando sono davvero istituzioni, non si limitano a indignarsi. Proteggono.
Se esiste un rischio concreto, lo si valuti. Se servono misure di tutela, si adottino. Se occorre una scorta, non diventi una questione di pudore burocratico. Uno Stato che chiede ai suoi amministratori di esporsi deve anche essere capace di stare davanti a loro quando qualcuno decide di colpirli.
Altrimenti è troppo comodo.
Troppo comodo chiedere ai sindaci di governare territori difficili, firmare atti, assumersi responsabilità, affrontare interessi, clientele, rancori, pressioni, e poi lasciarli soli quando il prezzo di quelle responsabilità arriva nella cassetta della posta.
C’è poi un punto che riguarda tutti.
Quando viene minacciato un sindaco, non viene minacciata soltanto una persona. Viene lanciato un messaggio a chiunque abbia un incarico pubblico: stai attento a quello che fai. Stai attento a quello che dici. Ricordati che hai una famiglia.
È così che nasce il silenzio.
Non sempre con una bomba. Non sempre con un omicidio. Talvolta basta instillare la paura giusta nella persona giusta.
E allora il problema non è soltanto Scarcella. Il problema è capire quale comunità vogliamo essere.
Una comunità in cui si può contestare un sindaco, criticarlo duramente, chiederne le dimissioni, combatterlo politicamente {tutto questo appartiene alla democrazia.}
Oppure una comunità in cui chi non riesce a vincere con gli argomenti prova a vincere con la paura.
Quella non è democrazia.
È intimidazione.
E l’intimidazione ha un solo antidoto: farle capire che ha sbagliato destinatario. Non perché una sindaca debba essere eroica. Nessuno dovrebbe essere costretto all’eroismo per fare il proprio mestiere. Ma perché dietro quella sindaca deve esserci uno Stato che non arretra.
I vigliacchi scrivono lettere anonime.
Le istituzioni, invece, devono mettere la firma.
Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno
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