Adesso Domenico Papalia è morto. E resta quella frase: «Nessuna pietà»
La morte di Domenico “Micu” Papalia e il confine sottile tra giustizia, vendetta e pietà dello Stato
Dopo 49 anni di carcere, la morte dell’anziano esponente della ’ndrangheta riapre una questione che va oltre il suo nome: fino a dove può spingersi la politica quando davanti non ha più soltanto un condannato, ma un uomo gravemente malato?
L’Editoriale di Luigi Palamara
Domenico Papalia è morto.
Aveva ottantun anni, quarantanove anni di carcere alle spalle e una malattia che aveva ormai trasformato gli ultimi giorni della sua esistenza in una corsa contro il tempo.
Libertà, poi, è una parola grossa.
Gli erano stati concessi gli arresti domiciliari dal Tribunale di Sorveglianza per ragioni di salute.
Non un’assoluzione.
Non una riabilitazione.
Non un colpo di spugna sulla storia.
Una misura prevista dalla legge.
La legge dello Stato.
Quello stesso Stato che lo aveva processato, condannato e tenuto in carcere per quasi mezzo secolo.
E adesso, davanti alla morte, resta una frase.
«Nessuna pietà per i Papalia».
La scrisse qualche settimana fa Rino Pruiti, sindaco di Buccinasco, commentando il ritorno ai domiciliari di Domenico Papalia.
Una frase pronunciata non da un pubblico ministero durante una requisitoria, non da un investigatore durante un’operazione antimafia, ma da un rappresentante delle istituzioni davanti a un uomo gravemente malato al quale un tribunale della Repubblica aveva riconosciuto il diritto di trascorrere fuori dal carcere l’ultima parte della propria vita.
Ed è proprio qui che comincia il problema.
Perché nessuno chiede di dimenticare chi sia stato Domenico Papalia.
Nessuno chiede di cancellare la ’ndrangheta.
Nessuno chiede di dimenticare sequestri, estorsioni, omicidi, traffici criminali, intimidazioni e quella lunga stagione nella quale alcune famiglie mafiose calabresi tentarono di trasformare pezzi della Lombardia in territori sottoposti al proprio potere.
Nessuno pretende che la memoria delle vittime venga sacrificata sull’altare di una tardiva compassione.
La storia è storia.
I crimini sono crimini.
Le vittime restano vittime.
E la pietà non cambia una sola riga di una sentenza.
Ma uno Stato di diritto si misura precisamente quando riesce a distinguere la giustizia dalla vendetta.
Papalia aveva trascorso quarantanove anni in carcere.
Quarantanove.
Una vita.
La pena gli era stata inflitta dallo Stato e dallo Stato era stata eseguita.
E quando quello stesso Stato, attraverso il suo Tribunale di Sorveglianza, ha stabilito che un uomo di ottantun anni, gravemente malato, potesse essere trasferito ai domiciliari, la questione istituzionale avrebbe potuto finire lì.
La legge aveva parlato.
Il sindaco, invece, ha sentito il bisogno di aggiungere la propria sentenza morale.
«Nessuna pietà».
È una frase facile.
È anche una frase terribile.
Perché la pietà non è assoluzione.
La pietà non cancella una condanna.
La pietà non restituisce innocenza a un colpevole.
La pietà non significa dimenticare una vittima.
La pietà è qualcosa di molto più semplice e, proprio per questo, molto più difficile: riconoscere che persino chi ha commesso delitti gravissimi continua a essere un essere umano.
È qui la differenza.
È qui che una società dimostra se crede davvero nella civiltà giuridica oppure soltanto nella punizione.
Un sindaco può dire che non dimentica.
Deve dirlo.
Può ricordare le vittime.
Deve farlo.
Può combattere la mafia con ogni strumento che la legge gli mette a disposizione.
Deve farlo ogni giorno.
Ma quando un uomo sta morendo, la politica potrebbe anche concedersi il lusso, ormai rarissimo, del silenzio.
Non sarebbe debolezza.
Sarebbe misura.
Forse persino decenza.
Invece bisognava parlare ancora.
Giudicare ancora.
Specificare pubblicamente a chi fosse consentito destinare pietà e a chi no.
Quasi che anche la compassione fosse diventata materia amministrativa.
Quasi che un sindaco potesse tracciare per decreto il confine dei sentimenti umani.
Pietà alle vittime, sì.
Pietà al condannato morente, no.
Come se le due cose fossero incompatibili.
Come se provare umanità davanti alla sofferenza di un colpevole significasse tradire la memoria degli innocenti.
Non è così.
Non può essere così.
Perché una civiltà giuridica degna di questo nome ha impiegato secoli per affermare esattamente il principio opposto:
si può condannare un uomo senza smettere di considerarlo un uomo.
Domenico Papalia non aveva bisogno di essere trasformato in un santo.
Non lo era.
Non aveva bisogno di agiografie.
Non aveva bisogno di essere trasformato in quell’eroe romantico che qualcuno, soprattutto sui social, pretende talvolta di costruire attorno a figure provenienti dal mondo della criminalità organizzata.
La ’ndrangheta non è romanticismo.
Non è ribellione.
Non è folklore.
È violenza, dominio, sopraffazione.
Ma proprio perché questo è vero, non serve aggiungere altro.
Non serve deformare il diritto per dimostrare di essere contro la mafia.
Non serve invocare sofferenza per dimostrare di stare dalla parte dello Stato.
Papalia era stato condannato.
Aveva trascorso quarantanove anni dietro le sbarre.
E appartiene alla civiltà dello Stato interrogarsi se persino chi ha commesso delitti gravissimi conservi, davanti alla malattia e alla morte, un ultimo frammento di dignità.
Il Tribunale di Sorveglianza ha risposto di sì.
La politica locale, almeno attraverso le parole pronunciate dal sindaco di Buccinasco, ha ritenuto necessario aggiungere:
sia chiaro, però, nessuna pietà.
E oggi quelle parole pesano ancora di più.
A renderle ancora più difficili da ignorare è la dichiarazione diffusa dagli avvocati Giacomo Iaria e Antonia Giovanna Modaffari, difensori di Papalia.
I due legali hanno scritto di aver appreso «con tristezza dell’epilogo della vita di Domenico Papalia» e hanno richiamato proprio le sofferenze che avevano preceduto la morte.
Ma soprattutto hanno ricordato il clima che accompagnò quelle pochissime settimane trascorse da Papalia fuori dal carcere.
Secondo i suoi avvocati, anche durante quel brevissimo periodo non mancarono proteste e prese di posizione da parte di istituzioni e realtà antimafia che vedevano con preoccupazione la sua presenza sul territorio.
Ed è esattamente qui che la vicenda smette di riguardare soltanto Domenico Papalia.
Perché, come sottolineano i legali, non si stava discutendo se riscrivere il passato giudiziario di Papalia.
Non si stava celebrando il Papalia condannato.
Non si stava cancellando la sua storia.
Si stava parlando di un uomo ormai anziano e in condizioni di salute così gravi da avere ottenuto, dopo numerose istanze, una misura alternativa disposta da un tribunale.
Questo è il punto.
E non dovrebbe essere difficile comprenderlo.
Eppure, persino quella presenza limitata, precaria, segnata dalla malattia, fu considerata da qualcuno un problema politico.
Come se la pericolosità simbolica del nome dovesse prevalere automaticamente sulla realtà materiale della persona.
Come se il cognome continuasse a contare più del corpo.
Più della malattia.
Più dell’età.
Più della decisione di un giudice.
Gli avvocati parlano apertamente di una «riflessione amara».
E mettono il dito su una questione che meriterebbe molta più attenzione del tifo da stadio che accompagna troppo spesso questi casi: il rischio che il pregiudizio finisca per prevalere sulla realtà oggettiva e sulla corretta amministrazione della vicenda umana.
È una frase importante.
Perché il pregiudizio non diventa nobile soltanto perché viene esercitato contro un mafioso.
Il diritto o è diritto per tutti, oppure si riduce a privilegio.
La dignità o appartiene alla persona, oppure diventa una concessione che il potere distribuisce secondo simpatia.
E la legge o vale anche quando ci infastidisce, oppure non è più legge: è convenienza.
Gli avvocati Iaria e Modaffari concludono la loro dichiarazione esprimendo le condoglianze alla famiglia.
Un gesto normale.
Quasi banale.
Eppure, nel clima che ha accompagnato questa vicenda, persino una parola come condoglianze sembra assumere un valore politico.
Non dovrebbe.
Perché davanti alla morte non dovrebbe esistere una patente ideologica della compassione.
Non si tradiscono le vittime dicendo che un morto resta un morto.
Non si assolve un criminale riconoscendo il dolore di una famiglia.
Non si cancella la ’ndrangheta rispettando la dignità di un uomo alla fine della sua vita.
È una confusione pericolosa.
Ed è precisamente quella confusione che una politica responsabile dovrebbe evitare anziché alimentare.
Adesso Domenico Papalia è morto.
E viene spontanea una domanda, volutamente scomoda:
che cosa resta oggi di quella severità esibita poche settimane fa?
Non possiamo sapere cosa provi Rino Pruiti.
Non possiamo attribuirgli soddisfazioni, sentimenti o intenzioni che non abbia manifestato.
E sarebbe sbagliato farlo.
Ma possiamo giudicare le parole che ha scelto di rendere pubbliche.
Possiamo domandarci se oggi le ripeterebbe.
«Nessuna pietà».
Nemmeno adesso?
Nemmeno davanti alla fine di una vita?
Nemmeno davanti a un uomo che lo Stato aveva già punito per quarantanove anni?
Il punto, ancora una volta, non è Papalia.
Il punto siamo noi.
È il genere di società che vogliamo essere quando davanti abbiamo qualcuno che consideriamo colpevole.
Perché è facilissimo essere garantisti con gli innocenti.
È facilissimo parlare di diritti umani quando a beneficiarne sono persone che ci somigliano, che ci piacciono, che consideriamo degne della nostra solidarietà.
La prova arriva quando quei diritti riguardano qualcuno che detestiamo.
È allora che scopriamo se crediamo davvero nella legge oppure se ci piace soltanto quando coincide con il nostro desiderio di punizione.
Pruiti aveva scritto:
«La giustizia applica le leggi dello Stato».
Esatto.
Ed è probabilmente la frase più importante di tutto il suo post.
Avrebbe potuto fermarsi lì.
Il Tribunale aveva applicato la legge.
Aveva valutato le condizioni di salute.
Aveva deciso i domiciliari.
Fine.
Tutto ciò che veniva dopo apparteneva alla politica.
Alla retorica.
Alla necessità di mostrarsi più inflessibili dell’inflessibilità stessa.
Questa è una tentazione antica.
La politica che smette di amministrare e comincia a distribuire patenti morali.
La politica che non si accontenta della giustizia ma pretende di amministrare anche la pietà.
La politica che davanti a un uomo malato sente il bisogno di ribadire da che parte sta, quasi che qualcuno glielo avesse chiesto.
Ma da che parte dovrebbe stare un rappresentante delle istituzioni?
Dalla parte della legge.
Sempre.
Anche quando la legge riconosce un diritto a un uomo che ha commesso crimini gravissimi.
Soprattutto allora.
Perché lo Stato dimostra la propria forza non quando infierisce sul debole, sul vecchio o sul malato.
La dimostra quando può guardare persino il peggiore dei suoi condannati e dire:
ti abbiamo giudicato.
Ti abbiamo condannato.
Ti abbiamo privato della libertà.
Hai trascorso decenni in carcere.
Ma non abbiamo bisogno della tua sofferenza per sentirci più giusti.
Questo distingue la pena dalla vendetta.
Questo distingue il diritto dal risentimento.
Questo distingue una Repubblica da una faida.
Adesso Domenico Papalia è morto.
Non c’è niente da festeggiare.
Non c’è niente da celebrare.
Ci sono le vittime, e meritano memoria.
Ci sono i crimini, e meritano condanna.
C’è una storia criminale che non deve essere cancellata, minimizzata né romanticizzata.
E poi c’è una morte.
C’è una famiglia alla quale due avvocati hanno rivolto le proprie condoglianze.
C’è una magistratura che, valutate le condizioni dell’uomo, aveva deciso che potesse trascorrere fuori dal carcere l’ultima parte della propria esistenza.
E resta quella frase.
«Nessuna pietà».
Forse è proprio qui che dovremmo fermarci.
Non per assolvere Domenico Papalia.
Non per dimenticare ciò che è stato.
Non per riscrivere una sola pagina della storia criminale della Lombardia e della Calabria.
Ma per ricordare qualcosa che rischiamo di dimenticare ogni volta che la politica trasforma la giustizia in propaganda:
la pietà non è debolezza.
La pietà non è complicità.
La pietà non è assoluzione.
È il limite che una società impone a se stessa quando avrebbe la forza di infierire e decide di non farlo.
È il punto esatto in cui termina la vendetta e comincia la civiltà.
Persino davanti a Domenico Papalia era possibile scegliere il silenzio.
Persino davanti a Domenico Papalia era possibile scegliere la pietà.
Non per assolverlo.
Per non assomigliare a ciò che diciamo di combattere.
Luigi Palamara
Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontano di Roccaforte del Greco, detto “L’Arciere”

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