L'Aspromonte, Stella e il poliziotto che non era in servizio
Il fragore dei sassi, le urla nel canyon, una sedicenne ferita e un uomo che non si è voltato dall’altra parte. Nell’Aspromonte più impervio, Francesco, poliziotto della Scientifica di Reggio Calabria, ha messo esperienza, lucidità e senso del dovere al servizio di una vita. Oggi tra lui e Stella resta un legame che nessun verbale potrà raccontare.
Alcuni uomini indossano una divisa soltanto durante il turno di servizio. E ce ne sono altri per i quali quella divisa, anche quando rimane nell’armadio, continua a essere una seconda pelle, un modo di stare al mondo, di osservare ciò che accade, di sentire sulle proprie spalle la responsabilità degli altri.
Francesco è un poliziotto del Gabinetto Regionale di Polizia Scientifica di Reggio Calabria. Domenica 16 agosto 2026, non era in servizio, ma in una delle sue passeggiate montane.
Non c’erano lampeggianti.
Non c’era una pattuglia.
Non c’era un superiore a impartire un ordine.
Non c’era un verbale da compilare.
C’erano l’Aspromonte, Roghudi Vecchio, le gole del torrente Furria, il silenzio severo di una montagna bellissima e difficile. E poi, improvvisamente, il fragore dei sassi.
Un rumore cupo, violento, innaturale.
Per molti sarebbe stato soltanto un rumore.
Per Francesco no.
Perché certi mestieri, quando non vengono semplicemente esercitati ma vissuti, cambiano il modo di guardare le cose. Educano l’occhio al dettaglio, l’orecchio all’anomalia, la mente a collegare ciò che apparentemente non ha relazione.
Francesco sente le pietre precipitare e si ferma.
Cerca di capire da dove provengano.
Dove siano cadute.
Che cosa possa essere accaduto.
Poco prima aveva notato nella zona alcune scatole, posate, nomi. Segni della presenza di un altro gruppo di escursionisti.
Dettagli.
Per qualcuno, niente.
Per un uomo della Scientifica, informazioni.
Poi arrivano le urla.
Ed è lì che la giornata cambia.
Il poliziotto, l’uomo di montagna e il soccorritore diventano una sola persona.
Francesco fischia verso il canyon.
Aspetta.
Fischia ancora.
Sa che lì sotto i telefoni spesso non hanno campo. Scruta le rocce, prova a individuare qualcuno, usa perfino il cellulare come una sorta di cannocchiale, fa prendere un binocolo.
Poi vede una figura.
Poi un’altra.
Persone che risalgono lentamente dalla gola.
Qualcosa è successo.
Qualcosa di grave.
Avrebbe potuto attendere.
Avrebbe potuto limitarsi a chiamare aiuto appena trovato un segnale.
Avrebbe potuto pronunciare quella frase che tante volte serve a mettere al riparo la coscienza:
«Non è compito mio».
Ma Francesco non lo fa.
Perché il senso del dovere, quando è autentico, ha una caratteristica singolare: non conosce orari d’ufficio.
Nelle gole del Furria, nei pressi di Roghudi Vecchio e Ghorio di Roghudi, un gruppo di escursionisti era stato investito dalla caduta di sassi e detriti. Quattro persone erano rimaste ferite. Tra loro c’era una ragazza di appena sedici anni.
Si chiama Stella.
Ed è difficile immaginare un nome più adatto per questa storia.
Quando Francesco la vede, Stella, la sdraia, la guarda, la ascolta, la sente, le parla, la mantiene vigile e la adagia su una barella di fortuna.
È ferita.
È pallida.
È provata.
Le sue condizioni appaiono subito le più preoccupanti.
Ed è in quel momento che entrano in gioco anni di preparazione, addestramento, esperienza.
Non l’improvvisazione dell’eroe.
La competenza del professionista.
Francesco ha alle spalle corsi di primo soccorso e BLS-D, tecniche di immobilizzazione, anni di esperienza tecnica legata alla Squadra Aspromonte del Soccorso Alpino e Speleologico, una profonda conoscenza della montagna.
Accanto a lui ci sono persone altrettanto preziose: due guide ambientali escursionistiche, una delle quali infermiera agli Ospedali Riuniti di Reggio Calabria.
È una piccola squadra che nessuno aveva convocato.
Il caso li ha messi lì.
La loro coscienza ha fatto il resto.
Francesco guarda Stella e capisce immediatamente una cosa: non può continuare a essere trasportata semplicemente in braccio.
Deve essere messa in sicurezza.
Deve essere immobilizzata.
Deve essere controllata.
Bisogna raggiungere un punto nel quale sia possibile chiedere aiuto.
E bisogna farlo senza perdere tempo.
Da quel momento Stella non è più una sconosciuta incontrata per caso su un sentiero dell’Aspromonte.
Diventa una responsabilità.
E Francesco quella responsabilità se la prende.
Sulle spalle.
Nella testa.
Nel cuore.
Con gli altri soccorritori e con l’aiuto degli escursionisti viene organizzato il difficile trasferimento della ragazza fuori dal canyon. Una barella di fortuna. Il sentiero. Le rocce. La fatica. La necessità di non compiere movimenti che possano aggravare le lesioni.
E sopra ogni cosa il tempo.
Perché quando davanti hai una sedicenne gravemente ferita, il tempo non si misura più in minuti.
Si misura in possibilità.
Possibilità che le condizioni peggiorino.
Possibilità che arrivino i soccorsi.
Possibilità che quella ragazza torni a casa.
Finalmente viene raggiunta la piazza principale di Roghudi Vecchio, davanti alla chiesa di San Nicola. È uno dei primi punti utili per tentare di agganciare un segnale telefonico.
Partono le chiamate al 112.
Francesco contatta la Guardia Medica di Roccaforte del Greco.
Si descrivono le condizioni dei feriti.
Si cerca una soluzione.
Si attende.
La centrale di emergenza resta in contatto con Francesco e con il gruppo. Le condizioni di Stella vengono monitorate mentre si organizza l’arrivo dei sanitari e dell’elisoccorso del 118.
L’elicottero arriverà più tardi.
Ma nel frattempo c’è Francesco.
Ci sono l’infermiera, la guida, gli altri che aiutano.
E nelle emergenze, qualche volta, il “nel frattempo” è lo spazio sottile che separa una tragedia da una vita che continua.
Stella viene stabilizzata e trasferita d’urgenza, in codice rosso, agli Ospedali Riuniti di Reggio Calabria.
Subirà un delicato intervento chirurgico.
Resterà ricoverata in terapia intensiva, in prognosi riservata.
Gli altri tre feriti potranno essere dimessi.
Lei no.
Lei è la più giovane.
Lei è quella che ha rischiato di più.
Ed è qui che questa storia smette di essere soltanto cronaca.
Perché sarebbe facile raccontare la “frana”, i feriti, l’elicottero, i soccorsi.
Più difficile è raccontare che cosa porta un uomo ad andare verso il pericolo quando potrebbe restarne fuori.
Francesco quel giorno non aveva alcun obbligo derivante dal servizio.
Ma aveva dentro di sé ciò che anni di Polizia gli hanno insegnato.
Osservare.
Valutare.
Decidere.
Non perdere lucidità.
Proteggere.
Intervenire.
La professionalità non si accende all’inizio di un turno e non si spegne quando si timbra l’uscita.
La divisa può essere appesa a una gruccia.
Il senso dello Stato no.
Ed è forse questo il significato più profondo di ciò che è accaduto nell’Aspromonte.
Francesco non ha agito perché qualcuno glielo aveva ordinato.
Ha agito perché era necessario.
Ha utilizzato competenze acquisite anche attraverso il proprio percorso professionale e umano e le ha messe, nel momento decisivo, al servizio di una ragazza di sedici anni.
Ha contribuito in maniera determinante, insieme agli altri soccorritori, a darle la possibilità di arrivare viva nelle mani dei medici.
E Stella lo sa.
Lo sa al punto da avere voluto incontrare le persone che l’hanno aiutata.
Nell’ospedale dove adesso combatte la sua battaglia più importante, quella ragazza avrebbe rivolto ai suoi soccorritori parole che valgono più di qualsiasi encomio:
«Grazie. Mi hanno detto i medici che sono viva grazie al vostro tempestivo intervento».
Provate, per un momento, a entrare dentro questa frase.
Sono viva.
Tre parole.
Tutto qui.
Tre parole sufficienti a giustificare una vita professionale, anni di addestramento, corsi, fatica, sacrifici.
Ma per Francesco quelle parole portano con sé qualcosa di ancora più profondo.
Perché Francesco la montagna non la conosce soltanto nella sua bellezza.
Ne conosce anche il dolore.
Suo padre lo ha perso in montagna.
Ed è un particolare che cambia il colore dell’intera storia.
Perché mentre correva verso quella ragazza, mentre cercava di capire come soccorrerla, mentre la accompagnava verso un luogo sicuro, Francesco portava con sé anche una ferita che appartiene alla sua vita.
Una vita che la montagna gli aveva tolto.
E una vita che, molti anni dopo, quella stessa montagna gli metteva davanti chiedendogli di fare tutto ciò che poteva per non perderla.
Una sedicenne.
Stella.
Non occorre essere credenti per avvertire la forza quasi simbolica di questa coincidenza.
E non occorre attribuirle un significato soprannaturale.
Basta essere uomini.
Per capire che ci sono giorni nei quali il passato e il presente si incontrano in un punto preciso, senza chiedere permesso.
Oggi Francesco va a trovare Stella in ospedale.
Ed è forse questa la parte più bella e più difficile da spiegare.
Perché esistono soccorsi che finiscono quando si chiude la portiera di un’ambulanza.
Altri quando l’elicottero decolla.
Altri ancora davanti alla porta di un pronto soccorso.
E poi esistono soccorsi che non finiscono più.
Tra Francesco e Stella è nato qualcosa che nessun rapporto di servizio potrà mai annotare e nessun verbale potrà cristallizzare.
Un legame.
Una forma di affetto nata nel momento più terribile.
La memoria di una vita affidata, per qualche ora, alle mani di uno sconosciuto.
E la memoria, per quell’uomo, di una ragazza che da quel giorno non potrà più essere semplicemente “la sedicenne ferita”.
Sarà Stella.
Probabilmente per sempre.
Quando gli si dice che ciò che ha fatto è straordinario, Francesco prova a sottrarsi.
Dice:
«L’avrebbe fatto chiunque».
No, Francesco.
Perdonaci, ma questa volta hai torto.
Non l’avrebbe fatto chiunque.
Chiunque avrebbe potuto sentire il rumore dei sassi.
Qualcuno avrebbe potuto udire le urla.
Qualcuno avrebbe chiamato i soccorsi.
Ma tra sentire un grido e andare incontro a quel grido esiste una distanza enorme.
È la distanza tra assistere e intervenire.
Tra pensare che ci penserà qualcun altro e decidere che, invece, quel qualcuno sei tu.
Per affrontare un canyon, raggiungere dei feriti, riconoscere la gravità delle condizioni di una ragazza, immobilizzarla, organizzarne il trasporto, mantenere lucidità, dialogare con i soccorsi e assumersi la responsabilità di decisioni prese sotto pressione non basta la buona volontà.
Servono competenze.
Serve preparazione.
Serve sangue freddo.
Serve esperienza.
E poi serve una parola antica, quasi fuori moda, che questa storia ci costringe a pronunciare:
dovere.
Ma questa vicenda porta con sé anche un altro messaggio.
L’Aspromonte è una terra di una bellezza che toglie il fiato, ma proprio per questo può indurre qualcuno a dimenticare quanto sia fragile l’uomo davanti alla montagna.
Le gole, i torrenti, i versanti, i passaggi difficili, le aree prive di copertura telefonica non consentono superficialità.
Non tutto è prevedibile.
E proprio per questo bisogna prepararsi a ciò che prevedibile non è.
Occorre conoscere i luoghi.
Valutare i rischi.
Avere equipaggiamento adeguato.
Affidarsi, quando necessario, a guide competenti.
E soprattutto conservare sempre quell’umiltà che la montagna pretende da chiunque decida di attraversarla.
Non è opportuno stabilire oggi con certezza che cosa abbia provocato il distacco dei sassi. Potrebbero esserci state diverse cause e saranno eventualmente gli accertamenti a chiarirlo.
Ciò che sappiamo è quello che è accaduto dopo.
Una ragazza di sedici anni era ferita gravemente.
Un uomo l’ha vista.
Ha capito.
Ed è intervenuto.
Quel giorno Francesco non era in servizio.
Eppure forse non è mai stato così profondamente poliziotto.
Perché essere al servizio degli altri, per alcuni, non significa semplicemente svolgere una professione.
Significa avere scelto da che parte stare quando qualcuno ha bisogno di aiuto.
Stella oggi combatte.
Ha sedici anni, una famiglia che aspetta di riportarla a casa, una vita intera ancora davanti.
Ed è questo l’augurio che deve accompagnarla: che possa guarire, lasciare presto quell’ospedale, tornare nella sua Grottammare e riprendersi tutti i giorni che una montagna, per qualche terribile istante, ha rischiato di portarle via.
Una parte di quel futuro, però, resterà inevitabilmente legata a un pomeriggio d’agosto nell’Aspromonte.
A un rumore di pietre.
A un fischio lanciato verso un canyon.
A un uomo che avrebbe potuto voltarsi dall’altra parte e non l’ha fatto.
A Francesco.
Il poliziotto che quel giorno non indossava la divisa.
Perché non ne aveva bisogno.
E lui continuerà probabilmente a ripetere che lo avrebbe fatto chiunque.
Lasciamoglielo dire.
È il pudore delle persone che non amano sentirsi chiamare eroi.
Ma noi non siamo obbligati a credergli.
Perché quella domenica, tra le gole dell’Aspromonte, Stella aveva bisogno che arrivasse qualcuno.
E Francesco è arrivato.
Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere
@luigi.palamara Sassi e paura in Aspromonte: frana travolge escursionisti, salva per miracolo una sedicenne Frana travolge gruppo di escursionisti in Aspromonte: quattro feriti, grave una sedicenne Tragedia sfiorata nelle gole del torrente Furria, nel territorio di Roghudi Vecchio. Decisivo l’intervento tempestivo di un poliziotto libero dal servizio, un’infermiera e una guida ambientale ROGHUDI VECCHIO Domenica 16 agosoto 2026 – Una giornata di escursione nel cuore dell’Aspromonte si è trasformata in pochi istanti in una drammatica esperienza per un gruppo di dieci escursionisti, alcuni dei quali minorenni, provenienti da diverse regioni italiane. La comitiva, partita da Roghudi Vecchio, si era inoltrata lungo le gole del torrente Furria, affluente del fiume Amendolea, in uno degli angoli più suggestivi e selvaggi della Calabria Grecanica. Durante il percorso, il gruppo aveva raggiunto un laghetto naturale lungo il corso del torrente, decidendo di fermarsi per una breve sosta. È stato proprio in quel tratto del canyon che, improvvisamente, si è verificato il distacco di sassi e detriti dal versante sovrastante innescato dal passaggio accidentale di animali selvatici. La frana di detriti e grossi sassi, ha investito alcuni degli escursionisti, provocando quattro feriti. Le urla e le richieste di aiuto sono state udite da un secondo gruppo di escursionisti che si trovava nelle vicinanze. Tra loro vi erano un poliziotto in servizio presso il Gabinetto Regionale di Polizia Scientifica di Reggio Calabria, due guide ambientali escursionistiche di cui una infermiera in servizio presso gli OORR di Reggio Calabria, anch’essa impegnata nell’escursione. I tre hanno raggiunto immediatamente il luogo dell’incidente, prestando i primi soccorsi ai feriti e provvedendo alla loro messa in sicurezza. Le condizioni di alcuni degli escursionisti sono apparse da subito tali da rendere necessario il ricorso a cure mediche. A rendere particolarmente complessa la situazione era l’assenza di copertura telefonica all’interno del canyon. Impossibilitati a lanciare immediatamente l’allarme, i soccorritori hanno quindi deciso di procedere con il trasporto della sedicenne Stella, apparsa in condizioni più gravi, utilizzando una barella di fortuna. Con il supporto degli altri componenti della comitiva, la ragazza è stata trasportata lungo il sentiero fino alla piazza principale di Roghudi Vecchio antistante la chiesa di San Nicola, individuata come il primo punto utile per poter agganciare un debole segnale telefonico e chiedere l’intervento dei soccorsi. Da lì sono partite le chiamate al 112 alla Guardia Medica di Roccaforte. Durante le operazioni, la centrale di emergenza è rimasta in costante contatto con il poliziotto, fornendo indicazioni e monitorando ininterrottamente le condizioni della giovane in attesa dell'arrivo dei sanitari. Una volta raggiunta Roghudi Vecchio, i soccorritori viste le condizioni gravi dei minorenni, richiedevano l'intervento dei mezzi di soccorso, compreso l'elisoccorso del 118. La sedicenne è stata quindi, stabilizzata dal personale sanitario sul posto e trasferita d'urgenza in codice rosso con l’elisoccorso presso gli Ospedali Riuniti di Reggio Calabria, dove è stata sottoposta a un delicato intervento chirurgico. Attualmente la giovane si trova ricoverata in terapia intensiva, in prognosi riservata. Il bilancio complessivo dell’incidente è di quattro feriti: tre sono stati successivamente dimessi, mentre Stella, residente a Grottammare, in provincia di Ascoli Piceno, resta ricoverata presso gli Ospedali Riuniti di Reggio Calabria. Nonostante il delicato quadro clinico, la giovane ha voluto incontrare e ringraziare personalmente i tre soccorritori che hanno prestato i primi e fondamentali aiuti. Nel corso dell'incontro, Stella avrebbe detto loro: «Grazie. Mi hanno detto i medici che sono viva grazie al vostro tempestivo intervento». Un momento particolarmente significativo per i tre soccorritori, che in passato hanno matura
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