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IL CASO POLITICO. ​Scopelliti, l’uomo che il tempo non ha cancellato

IL CASO POLITICO. Scopelliti, l’uomo che il tempo non ha cancellato

​La ricomparsa dell'ex sindaco ed ex governatore alla kermesse del centrodestra reggino riaccende il dibattito sulla memoria e sulle radici della coalizione. Una presenza che pesa sugli equilibri politici attuali e costringe i partiti a fare i conti con una storia che non vuole passare in secondo piano.

L'Editoriale di Luigi Palamara 

Certe presenze pesano più di un discorso. E poi ci sono assenze che, quando finiscono, fanno più rumore di un comizio.

A Palazzo Campanella, mentre il centrodestra reggino presentava Fabio Roscioli come candidato alle suppletive per la Camera, tra dichiarazioni di unità, promesse di collegamenti con Roma e proclami sulla Calabria destinata a diventare laboratorio nazionale, bastava osservare una figura seduta in sala per capire che la politica, da queste parti, possiede una memoria molto più lunga di quanto qualcuno vorrebbe ammettere.

Quella figura era Giuseppe Scopelliti.

Già sindaco di Reggio Calabria. Già presidente della Regione. Protagonista di una stagione politica che ha segnato nel bene e nel male un’intera generazione del centrodestra calabrese. Un uomo che per anni è stato raccontato al passato e che, con una certa ostinazione che appartiene soltanto a chi non considera conclusa la propria storia, continua invece a coniugarsi al presente.

Roberto Occhiuto lo saluta pubblicamente.

Non è un dettaglio.

In politica i saluti non sono mai soltanto saluti. Specialmente quando avvengono davanti a una platea, nel cuore di una manifestazione nella quale la coalizione vuole mostrare compattezza, continuità e ambizione nazionale.

Scopelliti era lì.

E forse proprio questa semplice constatazione racconta qualcosa che molte analisi, spesso troppo affannate nel celebrare il nuovo, dimenticano: la politica non nasce ogni mattina. Ha padri, figli, eredità, fratture, rivincite. E soprattutto ha una memoria.

La storia politica di Giuseppe Scopelliti appartiene a un passato recente che a Reggio non è mai diventato veramente remoto.

Fu il sindaco giovane di una città che cercava di scrollarsi di dosso fatalismo e complessi d’inferiorità. Fu l’amministratore capace di costruire consenso attorno a un’identità politica precisa. Poi arrivò la Regione, l’apice, la caduta, la lunga traversata lontano dalle istituzioni.

Tutto noto.

Ma sarebbe superficiale pensare che una vicenda giudiziaria o l’uscita dalle cariche elettive possano cancellare automaticamente una storia politica.

La politica non possiede la gomma.

Possiede semmai il tempo.

Ed è il tempo che stabilisce ciò che resta.

A Scopelliti è rimasta una cosa che nessuna sentenza elettorale può concedere e nessuna interdizione politica informale può definitivamente sottrarre: una comunità umana e politica che continua a riconoscersi in alcune delle sue idee.

Il rapporto diretto con il territorio.

L’orgoglio identitario.

La convinzione che Reggio Calabria non debba vivere chiedendo permesso a Roma.

L’idea di un Mezzogiorno che non mendichi rappresentanza ma pretenda centralità.

E soprattutto un concetto che oggi ricorre quasi ossessivamente nelle parole dei dirigenti del centrodestra: fare di Reggio un laboratorio politico nazionale.

Curioso.

Perché chi possiede memoria ricorda che questa ambizione non nasce oggi.

Reggio laboratorio lo è già stata.

E Giuseppe Scopelliti fu uno degli interpreti più evidenti di quella stagione.

Oggi Cannizzaro sostiene che dalla città dello Stretto potrà essere indicata persino la linea politica della coalizione di governo. Occhiuto rivendica un centrodestra vincente e compatto. Wanda Ferro richiama la necessità di collegare Comune, Parlamento e Governo. Roscioli promette di essere il ponte con Roma.

Parole legittime.

Ma dietro queste parole c’è una domanda che nessuno pronuncia apertamente: quale centrodestra vuole essere quello che si prepara alle prossime battaglie?

Un’alleanza costruita soltanto sui simboli?

Una federazione di apparati?

Oppure una comunità politica capace di riconoscere la propria storia, persino quando quella storia è scomoda?

È qui che la presenza di Scopelliti assume un significato diverso.

Perché mentre sul palco volano parole come “mercenari”, “traditori”, “lealtà” e “coerenza”, la politica calabrese offre involontariamente uno dei suoi paradossi più interessanti.

Si discute di coerenza davanti a un uomo che, piaccia o non piaccia, ha continuato per anni a dichiararsi appartenente allo stesso mondo politico.

Scopelliti non è diventato improvvisamente uomo della sinistra perché il centrodestra attraversava altre stagioni.

Non ha rinnegato le proprie radici perché quelle radici, in determinati momenti, potevano risultare ingombranti.

Non ha scoperto una nuova identità per convenienza.

È rimasto lì.

Fuori dai palazzi, ma dentro il dibattito.

Lontano dalle cariche, ma non dalle proprie convinzioni.

E questa, in un tempo politico nel quale cambiare partito è spesso considerato un semplice aggiornamento del curriculum, è già una notizia.

Naturalmente il futuro non si costruisce con la nostalgia.

Sarebbe un errore pensare che basti riesumare stagioni passate per risolvere i problemi di oggi. Reggio ha bisogno di infrastrutture, lavoro, sanità efficiente, investimenti, collegamenti, opportunità per i giovani. Ha bisogno di risorse trasformate in cantieri e non di cantieri trasformati in conferenze stampa.

Ma il futuro, se vuole essere credibile, deve possedere memoria.

Scopelliti può rappresentare proprio questo: non il ritorno meccanico di ciò che è stato, ma il recupero di un patrimonio politico che non può essere liquidato con qualche riga nei libri di cronaca.

Il centrodestra che oggi governa la Calabria è molto diverso da quello di vent’anni fa.

Sono cambiati i protagonisti.

Sono cambiati i partiti.

Sono cambiati i rapporti di forza.

È cambiata persino la grammatica della politica.

Eppure alcuni temi sono rimasti gli stessi.

Il rapporto con Roma.

La rappresentanza del Sud.

La necessità di non lasciare Reggio ai margini.

La costruzione di una classe dirigente territoriale.

La difesa di un’identità politica riconoscibile.

Su questi temi Scopelliti non appare come un reperto del passato.

Appare, semmai, come un interlocutore del presente.

E forse anche del futuro.

Non sappiamo quale ruolo sceglierà o potrà avere. La politica, quando è seria, non si costruisce sulle investiture immaginarie. Ma sarebbe altrettanto ingenuo fingere di non vedere ciò che sta accadendo.

Quando una figura che sembrava consegnata definitivamente alla cronaca torna a essere salutata pubblicamente dai vertici della coalizione; quando la sua presenza viene riconosciuta e non nascosta; quando attorno al suo nome continua a esistere attenzione, consenso, curiosità e perfino insofferenza, significa che quella storia non è conclusa.

Le storie politiche finiscono davvero soltanto quando non interessano più nessuno.

Quella di Giuseppe Scopelliti, evidentemente, interessa ancora.

Forse perché contiene successi ed errori, ascesa e caduta, potere e solitudine.

Forse perché racconta perfettamente questa terra, capace di innalzare i propri uomini e altrettanto rapidamente di abbandonarli.

O forse perché, nel centrodestra reggino, qualcuno comincia a comprendere che per costruire il domani non serve distruggere ogni ieri.

Le suppletive del 27 e 28 settembre diranno se Fabio Roscioli riuscirà a trasformare l’unità mostrata a Palazzo Campanella in consenso elettorale.

Ma un’altra partita è già cominciata.

È quella per la definizione del centrodestra che verrà.

Occhiuto guarda alla Regione e agli equilibri nazionali. Cannizzaro immagina Reggio come laboratorio politico. Fratelli d’Italia rivendica il governo. Forza Italia cerca di consolidare la propria centralità. Lega, Udc e Noi Moderati difendono il proprio spazio.

E Scopelliti?

Scopelliti osserva.

Per adesso.

Ma in politica chi ha attraversato il potere, la sconfitta e il silenzio possiede un vantaggio che i nuovi arrivati spesso ignorano: non ha più bisogno di imparare quanto siano provvisorie le vittorie e quanto siano ingannevoli le sconfitte.

Lo sa già.

Ed è forse questa la ragione per cui la sua presenza, oggi, conta più di tanti interventi.

Perché Giuseppe Scopelliti appartiene certamente al recente passato politico di Reggio e della Calabria.

Ma appartiene anche al presente.

E chi continua a professare le stesse idee dopo avere conosciuto il prezzo più alto della politica può ancora reclamare, senza chiedere indulgenza a nessuno, il diritto di guardare al futuro.

Con una condizione.

Che il futuro non sia una rivincita personale.

Ma una nuova battaglia politica.

Per Reggio.

Per la Calabria.

E per quella parte di centrodestra che, prima di chiedersi chi sarà il prossimo uomo da incoronare, dovrebbe forse ricordarsi da dove viene.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

Caro Peppe,

sono la Politica.

Mi conosci bene. Forse troppo.

Sai che so essere affascinante e spietata, generosa soltanto quando mi conviene, cinica quando occorre. A volte baro. Quasi sempre presento il conto. Ma una cosa non sono mai stata: ingenua.

Io do molto, è vero. Il potere, il consenso, le piazze, gli applausi, l'ebbrezza di sentirsi parte della Storia. Ma ciò che do, prima o poi, pretendo di riprendermelo. E spesso con gli interessi.

Mi prendo il tempo, la professione, gli affetti. Entro nelle case, mi siedo a tavola con le famiglie, invado perfino i silenzi. Trasformo la vita privata in materia pubblica e, quando decido che hai sbagliato, non mi limito a chiuderti una porta.

Ti cancello dalla scena.

Se sbagli, sei fuori.

E rientrare non significa semplicemente ricominciare. Significa rifarsi una vita senza avere il privilegio di cambiare nome, cognome, volto o indirizzo. Significa tornare davanti alla stessa porta che un giorno si è chiusa e trovare il coraggio di forzarla.

Poi entri.

E scopri che le stanze sono ancora lì.

Hanno bisogno di nuovi arredi, certo. Di nuove parole. Di nuove idee. Ma dentro quelle stanze ritrovi anche ciò che ti ha accompagnato da sempre: convinzioni, passioni, amicizie, memoria. Sono rimaste ferme per anni, coperte di polvere.

Non disprezzarla, quella polvere.

È la prova del tempo trascorso. E qualche volta è proprio la polvere a custodire ciò che conta, mentre fuori tutti correvano a dimenticare.

Adesso quel pavimento lo calpesti di nuovo.

Cammini.

E ogni passo lascia una traccia nuova sulla polvere antica.

Non cancella ciò che è stato. Non deve cancellarlo. Perché gli uomini possono ricominciare soltanto quando smettono di fingere che il passato non sia mai esistito.

Una nuova storia non nasce su un foglio bianco.

Nasce sopra le pagine già scritte, anche quelle dolorose, anche quelle che avremmo voluto strappare.

E allora cammina, Peppe.

Con la prudenza di chi conosce il prezzo delle cadute e con l'ostinazione di chi, nonostante tutto, sente di avere ancora qualcosa da dire.

Io, la Politica, sono ancora qui.

Cinica, infedele, ingrata. Terribile amante e pessima moglie.

Ma oggi apro di nuovo quella porta.

Bentornato, Peppe.

La Politica ti abbraccia.

E tu sai bene che, quando sono io ad abbracciare qualcuno, non è mai soltanto un abbraccio.

Reggio Calabria 7 settembre 2026

Luigi Palamara

@luigi.palamara

IL CASO POLITICO. ​Scopelliti, l’uomo che il tempo non ha cancellato ​La ricomparsa dell'ex sindaco ed ex governatore alla kermesse del centrodestra reggino riaccende il dibattito sulla memoria e sulle radici della coalizione. Una presenza che pesa sugli equilibri politici attuali e costringe i partiti a fare i conti con una storia che non vuole passare in secondo piano. L'Editoriale di Luigi Palamara   Certe presenze pesano più di un discorso. E poi ci sono assenze che, quando finiscono, fanno più rumore di un comizio. A Palazzo Campanella, mentre il centrodestra reggino presentava Fabio Roscioli come candidato alle suppletive per la Camera, tra dichiarazioni di unità, promesse di collegamenti con Roma e proclami sulla Calabria destinata a diventare laboratorio nazionale, bastava osservare una figura seduta in sala per capire che la politica, da queste parti, possiede una memoria molto più lunga di quanto qualcuno vorrebbe ammettere. Quella figura era Giuseppe Scopelliti. Già sindaco di Reggio Calabria. Già presidente della Regione. Protagonista di una stagione politica che ha segnato nel bene e nel male un’intera generazione del centrodestra calabrese. Un uomo che per anni è stato raccontato al passato e che, con una certa ostinazione che appartiene soltanto a chi non considera conclusa la propria storia, continua invece a coniugarsi al presente. Roberto Occhiuto lo saluta pubblicamente. Non è un dettaglio. In politica i saluti non sono mai soltanto saluti. Specialmente quando avvengono davanti a una platea, nel cuore di una manifestazione nella quale la coalizione vuole mostrare compattezza, continuità e ambizione nazionale. Scopelliti era lì. E forse proprio questa semplice constatazione racconta qualcosa che molte analisi, spesso troppo affannate nel celebrare il nuovo, dimenticano: la politica non nasce ogni mattina. Ha padri, figli, eredità, fratture, rivincite. E soprattutto ha una memoria. La storia politica di Giuseppe Scopelliti appartiene a un passato recente che a Reggio non è mai diventato veramente remoto. Fu il sindaco giovane di una città che cercava di scrollarsi di dosso fatalismo e complessi d’inferiorità. Fu l’amministratore capace di costruire consenso attorno a un’identità politica precisa. Poi arrivò la Regione, l’apice, la caduta, la lunga traversata lontano dalle istituzioni. Tutto noto. Ma sarebbe superficiale pensare che una vicenda giudiziaria o l’uscita dalle cariche elettive possano cancellare automaticamente una storia politica. La politica non possiede la gomma. Possiede semmai il tempo. Ed è il tempo che stabilisce ciò che resta. A Scopelliti è rimasta una cosa che nessuna sentenza elettorale può concedere e nessuna interdizione politica informale può definitivamente sottrarre: una comunità umana e politica che continua a riconoscersi in alcune delle sue idee. Il rapporto diretto con il territorio. L’orgoglio identitario. La convinzione che Reggio Calabria non debba vivere chiedendo permesso a Roma. L’idea di un Mezzogiorno che non mendichi rappresentanza ma pretenda centralità. E soprattutto un concetto che oggi ricorre quasi ossessivamente nelle parole dei dirigenti del centrodestra: fare di Reggio un laboratorio politico nazionale. Curioso. Perché chi possiede memoria ricorda che questa ambizione non nasce oggi. Reggio laboratorio lo è già stata. E Giuseppe Scopelliti fu uno degli interpreti più evidenti di quella stagione. Oggi Cannizzaro sostiene che dalla città dello Stretto potrà essere indicata persino la linea politica della coalizione di governo. Occhiuto rivendica un centrodestra vincente e compatto. Wanda Ferro richiama la necessità di collegare Comune, Parlamento e Governo. Roscioli promette di essere il ponte con Roma. Parole legittime. Ma dietro queste parole c’è una domanda che nessuno pronuncia apertamente: quale centrodestra vuole essere quello che si prepara alle prossime battaglie? Editoriale completo su CartaStraccia.News

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