Chi ti porti in casa, prima o poi ti sfratta: il metodo Vannacci e la fiera dei voltagabbana
Dalla Lega al progetto in proprio: il percorso del generale riaccende il dibattito sul trasformismo e sull'eterno valzer dei cambi di casacca, alimentando la disaffezione e l'astensionismo dei cittadini.
L'Editoriale di Luigi Palamara
«Cu intra ti menti, fora ti caccia». Chi ti metti dentro, fuori ti caccia.
I proverbi antichi hanno questo di irritante: quasi sempre hanno ragione. Sono brutali, non fanno sconti, non conoscono sociologia né comunicati stampa. Nascono dall’esperienza, e l’esperienza, quando non insegna, almeno avverte.
Eppure ci caschiamo ogni volta.
A tradire non è quasi mai il nemico. Il nemico, in fondo, ha una sua onestà. Sai chi è, sai dove sta, sai cosa vuole. Ti combatte alla luce del sole e, proprio per questo, finisce perfino per rassicurarti.
Il problema è l’amico. O meglio, l’amicone.
Quello che fai entrare in casa. Quello al quale offri una stanza, una sedia, magari anche le chiavi. E che un giorno scopri intento a spiegarti che, tutto sommato, quella casa sarebbe meglio amministrata senza di te.
In politica questa vecchia regola della vita non cambia: si moltiplica.
Non scandalizziamoci, dunque, quando qualcuno imbocca una strada diversa. Non gridiamo ogni volta al tradimento, alla compravendita, alla congiura. Molto più semplicemente si tratta di opportunità. E l’opportunità, per il politico, non è sempre un incidente morale: spesso è una seconda natura.
Cambiare bandiera, corrente, partito, alleanza o padrone è diventato quasi un metodo professionale. La coerenza resta una bella parola per i comizi; nella pratica, è spesso considerata un ingombro.
Il caso oggi più vistoso è quello di Roberto Vannacci.
La Lega gli ha spalancato una porta, gli ha offerto una candidatura, una macchina politica, una visibilità che difficilmente avrebbe potuto costruire da solo con la stessa rapidità. Vannacci ha preso tutto. Poi, con altrettanta rapidità, ha cominciato a costruire qualcosa di suo.
Non è neppure la rottura in sé a sorprendere. In politica le separazioni sono all’ordine del giorno. È la naturalezza con cui avvengono. Quasi che la gratitudine fosse una debolezza privata e la fedeltà un lusso che chi fa politica non può permettersi.
E mentre una parte accusa l’altra di tradimento, l’ammutinamento diventa modello. Si fondano gruppi, si preparano sigle, si misurano territori, si cercano seguaci. Oggi si entra, domani si esce, dopodomani si tenta di portarsi dietro i mobili.
Non c’è molto di cui meravigliarsi.
È così. Sic et simpliciter.
Il vero problema, semmai, è ciò che questo spettacolo produce fuori dai palazzi.
Produce disgusto. Produce indifferenza. Produce quella domanda che milioni di cittadini ormai si fanno davanti a ogni elezione: perché dovrei votare?
Dalla fine della Prima Repubblica la politica italiana sembra vivere dentro un valzer interminabile. Cambiano i ballerini, cambiano le orchestre, cambiano perfino i nomi dei saloni. Ma il passo resta lo stesso.
Si entra con una bandiera e si esce con un’altra.
Si giura fedeltà la mattina e si rivendica libertà la sera.
Si parla di ideali quando servono voti e di coscienza quando serve cambiare campo.
E ad ogni tornata elettorale crescono insieme due eserciti: quello dei voltagabbana e quello degli astensionisti.
I primi cambiano partito.
I secondi, più semplicemente, cambiano canale.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere
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