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La purezza non fa lo scoop: così Ranucci difende il giornalismo che scende nel fango.

La purezza non fa lo scoop: così Ranucci difende il giornalismo che scende nel fango.

Le zone grigie, il potere e i confini del mestiere nell'intervista al conduttore di Report.

​Dalle cene impossibili ai rischi della censura preventiva in Rai: cosa c'è in gioco dietro la polemica intorno alle inchieste scomode e al futuro del servizio pubblico.

L'Editoriale di Luigi Palamara 

Una frase, nell’intervista a Sigfrido Ranucci, vale più di molte conferenze stampa: «Io sono abituato a guardare le più belle città dalle grate di un tombino». È una frase sgraziata e perfetta. Dice che il giornalismo, almeno quello che pretende ancora di chiamarsi tale, non contempla soltanto i salotti, le prime file, i comunicati e le strette di mano. Talvolta impone di scendere dove l’aria è cattiva e le compagnie non sono raccomandabili.

Per questo stupisce fino a un certo punto sentirgli dire che, se potesse andare a cena con Totò Riina, ci andrebbe. Non è una dichiarazione di simpatia: è una dichiarazione di metodo. Un cronista non sceglie i propri interlocutori sulla base del certificato di buona condotta. Li cerca dove pensa che ci sia qualcosa da capire.

Ed è qui che entra Valter Lavitola, figura di quelle che sembrano nate apposta per ricordarci quanto la politica italiana ami frequentare le zone grigie. Ranucci dice che, se avesse avvertito nelle sue parole una minaccia reale, l’avrebbe denunciata. Non lo ha fatto. Ai magistrati, aggiunge, racconta ciò che deve raccontare ai magistrati. Al resto del mondo lascia i collegamenti.

Una risposta che può piacere oppure no, ma che almeno ha il pregio di non travestirsi da candore.

Poi compare Silvio Berlusconi. E anche qui il punto non è stabilire chi abbia frequentato chi, come se la storia recente d’Italia potesse essere ricostruita con l’agendina delle amicizie. Berlusconi ha avuto intorno a sé un universo sterminato di politici, imprenditori, giornalisti, faccendieri, ammiratori e avversari. Avere incrociato quell’universo non costituisce, da solo, né una colpa né un’assoluzione.

Il problema è un altro: quanto un giornalista possa avvicinarsi al potere senza farsene sedurre, quanto possa parlare con personaggi controversi senza diventarne complice, quanto possa attraversare il fango senza portarselo addosso.

È la domanda antica del mestiere. Ed è anche la sua condanna.

Ranucci, nell’intervista, non si presenta come un santo. Anzi, quasi rivendica il contrario. Dice: «Io non sono puro». Forse è la frase più sensata di tutte. La purezza è un requisito eccellente per i martiri e pessimo per i cronisti. Il giornalista puro, quello che parla soltanto con persone irreprensibili e frequenta esclusivamente ambienti approvati dalla buona società, rischia di diventare inutilmente immacolato e perfettamente disinformato.

Naturalmente c’è un confine. E quel confine si chiama verifica.

Quando Ranucci ricorda che ciascuno deve assumersi la responsabilità delle fonti che cita, tocca il nervo scoperto dell’intera questione. Perché il giornalismo d’inchiesta non può invocare il coraggio come lasciapassare per l’errore. Chi pretende di guardare dentro le fogne deve portarsi dietro una lampada molto potente. Altrimenti vede mostri anche dove non ce ne sono.

Ed eccoci alle querele. Ranucci parla di centinaia, migliaia di articoli, attacchi, accuse. Di querele temerarie ha fatto una battaglia pubblica. È un tema serio, perché una causa può diventare un manganello legale: non serve vincerla, basta costringere un giornalista a perdere tempo, denaro, energie.

Ma anche qui non esistono innocenze preventive. Chi denuncia l’abuso delle querele deve accettare che gli venga chiesto conto delle proprie. È una contraddizione soltanto apparente: difendere il diritto di indagare non significa abolire il diritto degli altri a difendersi.

La parte più significativa dell’intervista, tuttavia, arriva quando si parla della Rai.

Ranucci dice di ricevere una solidarietà enorme dalla gente. Poi racconta di amici che gli scrivono e hanno paura. È un’immagine assai meno rassicurante di qualunque comunicato aziendale.

Perché una televisione pubblica nella quale i giornalisti hanno paura non ha bisogno della censura ufficiale. Le basta quella preventiva. Quella che non lascia verbali, non manda circolari, non telefona neppure: entra direttamente nella testa di chi deve decidere se fare una domanda, mandare in onda un servizio, invitare un ospite.

Sul futuro di Report, Ranucci non promette martirî. Dice che valuterà le offerte. Dice però anche una cosa più pesante: che non può tornare indietro dopo la sua storia, dopo ciò che ha vissuto la sua famiglia, dopo la bomba lasciata davanti alla sua abitazione.

Qui termina la schermaglia professionale e comincia qualcosa di più personale.

Un uomo può cambiare programma, rete, incarico. Ma dopo aver costruito la propria identità pubblica attorno a un certo modo di fare giornalismo, non può accettare qualunque cosa senza pagare un prezzo. Non economico: biografico.

Ed è forse questa la vera partita che si gioca intorno a Ranucci. Non stabilire se Report sia perfetto. Non lo è. Non decidere se Ranucci abbia sempre ragione. Nessuno ce l’ha.

La domanda è se la Rai consideri ancora utile avere al proprio interno giornalisti che disturbano anche quando disturbano la Rai stessa.

Perché il servizio pubblico non si misura quando racconta ciò che tutti sono d’accordo nel raccontare. Si misura quando manda in onda qualcosa che qualcuno, molto in alto, preferirebbe non vedere.

Il resto sono organigrammi, poltrone e formule diplomatiche.

E quelli, in Italia, non sono mai mancati.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

@luigi.palamara

La purezza non fa lo scoop: così Ranucci difende il giornalismo che scende nel fango. Le zone grigie, il potere e i confini del mestiere nell'intervista al conduttore di Report. ​Dalle cene impossibili ai rischi della censura preventiva in Rai: cosa c'è in gioco dietro la polemica intorno alle inchieste scomode e al futuro del servizio pubblico. L'Editoriale di Luigi Palamara Una frase, nell’intervista a Sigfrido Ranucci, vale più di molte conferenze stampa: «Io sono abituato a guardare le più belle città dalle grate di un tombino». È una frase sgraziata e perfetta. Dice che il giornalismo, almeno quello che pretende ancora di chiamarsi tale, non contempla soltanto i salotti, le prime file, i comunicati e le strette di mano. Talvolta impone di scendere dove l’aria è cattiva e le compagnie non sono raccomandabili. Per questo stupisce fino a un certo punto sentirgli dire che, se potesse andare a cena con Totò Riina, ci andrebbe. Non è una dichiarazione di simpatia: è una dichiarazione di metodo. Un cronista non sceglie i propri interlocutori sulla base del certificato di buona condotta. Li cerca dove pensa che ci sia qualcosa da capire. Ed è qui che entra Valter Lavitola, figura di quelle che sembrano nate apposta per ricordarci quanto la politica italiana ami frequentare le zone grigie. Ranucci dice che, se avesse avvertito nelle sue parole una minaccia reale, l’avrebbe denunciata. Non lo ha fatto. Ai magistrati, aggiunge, racconta ciò che deve raccontare ai magistrati. Al resto del mondo lascia i collegamenti. Una risposta che può piacere oppure no, ma che almeno ha il pregio di non travestirsi da candore. Poi compare Silvio Berlusconi. E anche qui il punto non è stabilire chi abbia frequentato chi, come se la storia recente d’Italia potesse essere ricostruita con l’agendina delle amicizie. Berlusconi ha avuto intorno a sé un universo sterminato di politici, imprenditori, giornalisti, faccendieri, ammiratori e avversari. Avere incrociato quell’universo non costituisce, da solo, né una colpa né un’assoluzione. Il problema è un altro: quanto un giornalista possa avvicinarsi al potere senza farsene sedurre, quanto possa parlare con personaggi controversi senza diventarne complice, quanto possa attraversare il fango senza portarselo addosso. È la domanda antica del mestiere. Ed è anche la sua condanna. Ranucci, nell’intervista, non si presenta come un santo. Anzi, quasi rivendica il contrario. Dice: «Io non sono puro». Forse è la frase più sensata di tutte. La purezza è un requisito eccellente per i martiri e pessimo per i cronisti. Il giornalista puro, quello che parla soltanto con persone irreprensibili e frequenta esclusivamente ambienti approvati dalla buona società, rischia di diventare inutilmente immacolato e perfettamente disinformato. Naturalmente c’è un confine. E quel confine si chiama verifica. Quando Ranucci ricorda che ciascuno deve assumersi la responsabilità delle fonti che cita, tocca il nervo scoperto dell’intera questione. Perché il giornalismo d’inchiesta non può invocare il coraggio come lasciapassare per l’errore. Chi pretende di guardare dentro le fogne deve portarsi dietro una lampada molto potente. Altrimenti vede mostri anche dove non ce ne sono. Ed eccoci alle querele. Ranucci parla di centinaia, migliaia di articoli, attacchi, accuse. Di querele temerarie ha fatto una battaglia pubblica. È un tema serio, perché una causa può diventare un manganello legale: non serve vincerla, basta costringere un giornalista a perdere tempo, denaro, energie. Ma anche qui non esistono innocenze preventive. Chi denuncia l’abuso delle querele deve accettare che gli venga chiesto conto delle proprie. È una contraddizione soltanto apparente: difendere il diritto di indagare non significa abolire il diritto degli altri a difendersi. La parte più significativa dell’intervista, tuttavia, arriva quando si parla della Rai. Ranucci dice di ricevere una solidarietà enorme dalla gente. Editoriale completo su CartaStraccia.News

♬ audio originale - Luigi Palamara

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