Le pietre di Santu Roccu
Il racconro di Luigi Palamara
A Roccaforte del Greco il sedici agosto non cominciava all’alba.
Cominciava prima.
Cominciava nel sonno dei bambini, nel cuore delle madri già sveglie, nelle mani dei padri che si vestivano piano per non fare rumore. Cominciava nelle cucine dove il sugo bolliva da ore, nei cortili ancora bui, nelle finestre chiuse dietro cui tutto il paese tratteneva il fiato.
Poi arrivava il primo colpo.
Secco.
Violento.
Un petardo rompeva il silenzio della montagna e sembrava scuotere le case di pietra fin dentro le fondamenta.
Poi un altro.
E un altro ancora.
I cani abbaiavano. Le donne spalancavano le imposte. Qualcuno chiamava da una finestra all’altra. Dalle cucine uscivano l’odore della carne di capra, del sugo, del formaggio, della legna che bruciava.
E l’Aspromonte, immenso e scuro, stava lì.
A guardare.
Luigi si svegliava di colpo.
«Mamma!»
Silenzio.
«Mamma! È Santu Roccu!»
Lei entrava nella stanza col grembiule legato alla vita e i capelli sistemati alla meglio. Aveva già lavorato per ore, ma agli occhi del figlio sembrava appena uscita da un sogno.
«E dove vuoi che vada San Rocco, figlio mio? È qua.»
«Hanno sparato!»
«Sparano ogni anno.»
«E io ogni anno mi devo alzare.»
La madre sorrideva.
Quel sorriso.
Luigi non sapeva ancora che un giorno avrebbe dato qualunque cosa per rivederlo una sola volta.
«Allora alzati, testardo.»
Lui saltava giù dal letto.
Correva alla finestra.
Il paese era ancora mezzo buio, aggrappato alla montagna come un figlio al petto della madre. Le case sembravano dormire e insieme aspettare. Le cime dell’Aspromonte stavano immobili, severe, quasi solenni.
Dal fondo della strada arrivava una voce.
«Luigi!»
Era Ciccio.
«Aspettami!»
«Sbrigati! Arriva la banda!»
Luigi afferrava la camicia e correva verso la porta.
La madre lo prendeva per un braccio.
«Dove vai conciato così?»
«Fuori.»
«Fuori dove? Oggi hai il vestito nuovo.»
«Lo metto dopo.»
«Dopo quando? Quando San Rocco sarà già tornato in chiesa?»
Il padre sedeva vicino alla porta.
Alzava appena gli occhi.
«Lascialo andare.»
«Tu lo difendi sempre.»
«Oggi è San Rocco.»
E bastava.
Quelle quattro parole mettevano pace a tutto.
Oggi è San Rocco.
Era più di una festa.
Era una legge antica.
Una promessa.
La certezza che, almeno per quel giorno, nessuno sarebbe stato lontano, nessuno sarebbe mancato, nessuno avrebbe avuto il coraggio di morire.
Luigi usciva.
L’aria fresca della montagna gli entrava nei polmoni.
Correva verso Ciccio, Melino, Peppe e Desiano.
«Andiamo a Giuverti?» proponeva Melino.
«Adesso?»
«Prima della processione.»
«Mia madre mi ammazza.»
«Se ti prende.»
E ridevano.
Dio, quanto ridevano.
Con quella crudeltà innocente dei bambini che credono di avere davanti un tempo infinito.
Partivano lungo il sentiero.
Erba secca.
Castagni.
Terra dura.
Sassi bianchi.
Il paese si faceva più piccolo dietro di loro.
Luigi si fermava ogni poco.
Raccoglieva pietre.
«Che te ne fai?» chiedeva Peppe.
«Sono belle.»
«Sono pietre.»
«Tu non capisci niente.»
Ne prendeva una liscia, chiara, quasi lucida.
La puliva con la manica.
La metteva in tasca.
«Questa porta fortuna.»
Ciccio rideva.
«E chi te l’ha detto?»
«Nessuno.»
«Allora te lo sei inventato.»
Luigi lo guardava serio.
«Le cose vere qualcuno le deve inventare per primo.»
Gli altri scoppiavano a ridere.
Luigi no.
Lui credeva davvero alle sue pietre.
Credeva che alcune cose potessero restare per sempre.
Da bambino non sapeva ancora quanto sarebbe stato importante avere torto.
Quando tornavano in paese, la banda suonava già.
Gli ottoni brillavano sotto il sole.
Il tamburo batteva contro i muri.
Tum.
Tum.
Tum.
Ogni colpo entrava nel petto.
La madre aspettava Luigi sulla porta.
«Guardati.»
«Che ho fatto?»
«Hai le scarpe piene di terra.»
«È terra di Roccaforte.»
Lei lo fissava.
Poi sorrideva.
«Ah. Allora è terra santa.»
Il padre rideva sotto i baffi.
«Vieni qua.»
Gli puliva una spalla con la mano.
Un gesto piccolo.
Quasi niente.
Luigi non poteva sapere che un giorno avrebbe ricordato anche il peso di quella mano.
«Oggi devi essere elegante.»
«Per San Rocco?»
Il padre lo guardava.
«Per te stesso.»
Luigi non capiva.
Ma si lasciava sistemare.
A mezzogiorno la casa diventava il centro del mondo.
Le voci si accavallavano.
Qualcuno rideva.
Qualcuno gridava dalla cucina.
Sul tavolo c’erano maccheroni, sugo scuro, carne di capra, pane, vino, formaggio che si scioglieva lentamente nei piatti.
Il profumo riempiva ogni stanza.
«Piano col vino,» diceva la madre.
Il padre versava a Luigi appena un dito.
«È festa.»
«È bambino.»
«Non sarà bambino per sempre.»
No.
Non lo sarebbe stato.
Nessuno di loro sapeva quanto in fretta.
Luigi alzava il bicchiere.
«Alla salute di San Rocco.»
Il padre sollevava il suo.
«E alla nostra.»
La madre lo guardava.
«Prima la famiglia, poi i santi.»
Il padre rideva.
«Non farti sentire dal parroco.»
E ridevano tutti.
Erano vivi.
Questa era la cosa che nessuno notava.
Erano vivi.
E sembrava la cosa più normale del mondo.
Fuori arrivavano gli emigrati, i parenti, gli amici tornati dal Nord. Facce che durante l’anno appartenevano alle fotografie tornavano improvvisamente carne, voce, abbracci.
Luigi li osservava.
Gli sembrava che il mondo intero avesse deciso di radunarsi a Roccaforte.
Nel pomeriggio usciva San Rocco.
La folla si stringeva.
Le donne vestite di nero.
Gli uomini con il cappello in mano.
I bambini che cercavano un varco.
«Mamma, non vedo.»
«Non spingere.»
«Ma non vedo niente.»
Il padre lo prendeva per le spalle.
Lo portava avanti.
«Adesso vedi?»
«Sì.»
«Allora guarda bene.»
Luigi guardava la statua.
I fiori.
Le candele.
La gente.
La banda.
Le finestre piene di volti.
Ma non sapeva che, in realtà, la cosa che stava guardando per sempre erano le mani di suo padre sulle sue spalle.
Due mani.
Soltanto due mani.
Anni dopo avrebbe dimenticato qualche volto della processione.
Qualche musica.
Qualche strada.
Ma quelle mani no.
Quelle mani sarebbero rimaste.
La sera scendeva lenta.
Le pietre delle case conservavano ancora il calore del giorno.
I ragazzi passeggiavano avanti e indietro.
Ciccio gli dava una gomitata.
«Hai visto Maria?»
«Quale Maria?»
«Non fare lo scemo.»
Luigi arrossiva.
«Non mi interessa.»
«Ti ha guardato.»
«Guardava dietro.»
«Dietro c’era un muro.»
Risate.
Maria era poco più avanti.
Si voltava.
Per un istante soltanto.
I loro occhi si incontravano.
Niente accadeva.
Eppure accadeva tutto.
Era questo essere giovani.
Credere che un secondo potesse durare per sempre.
E forse, in qualche modo, durava davvero.
Così passavano i sedici agosto.
Uno dopo l’altro.
Uguali.
Perfetti.
E proprio perché sembravano eterni, nessuno pensava che sarebbero finiti.
Poi il tempo arrivò.
Non fece rumore.
Non sparò petardi.
Non suonò campane.
Entrò nelle case piano.
Portò via i ragazzi.
Portò via le risate.
Chiuse porte.
Sbiadì fotografie.
Fece diventare bianchi i capelli.
Gli amici partirono.
Le strade si svuotarono.
Le case rimasero chiuse per mesi.
La madre invecchiò.
Il padre cominciò a camminare più lentamente.
Poi un giorno in quella casa mancò una voce.
E Luigi capì che il silenzio può avere un suono.
Passò ancora del tempo.
E ne mancò un’altra.
Allora la casa rimase piena di oggetti.
Ma vuota di mondo.
Anni dopo Luigi tornò a Roccaforte.
Era di nuovo sedici agosto.
I petardi scoppiarono all’alba.
Lui aprì gli occhi.
E per un istante dimenticò di essere diventato grande.
Aspettò.
Aspettò davvero.
Aspettò che la porta si aprisse.
Aspettò di sentire:
«Luigi, dormi ancora un poco.»
Nulla.
Solo il muro.
Solo la stanza.
Solo il tempo.
Rimase sdraiato ancora qualche secondo.
Poi chiuse gli occhi.
«Mamma,» sussurrò.
Nessuna risposta.
Si alzò.
Fuori il paese era già sveglio.
Una donna spazzava davanti alla porta.
Un vecchio sedeva su una sedia.
Due bambini correvano.
Uno gridò:
«È Santu Roccu!»
Luigi si fermò.
Quelle parole gli entrarono dentro come una lama.
È Santu Roccu.
Una volta significavano: mamma.
Papà.
Casa.
Festa.
Adesso significavano: ricordati.
Camminò fino alla casa dei genitori.
La porta era chiusa.
La stessa porta.
La guardò a lungo.
Poi vi posò sopra una mano.
Il legno era caldo di sole.
«Mamma.»
La voce gli uscì piano.
Quasi vergognosa.
Aspettò.
Niente.
«Papà.»
Ancora niente.
Avrebbe voluto bussare.
Per un attimo immaginò di farlo.
Tre colpi.
E di sentire dentro i passi della madre.
«Chi è?»
«Sono io.»
«Io chi?»
«Luigi.»
E lei avrebbe aperto.
Magari seccata.
«Ancora in giro? Entra, che si fredda la pasta.»
Luigi abbassò la testa.
Le porte dei morti non si aprono.
Questo è il dolore.
Non che siano andati via.
Ma che noi continuiamo ad arrivare.
Dalla strada venne una voce.
«Luigi?»
Si voltò.
Ciccio.
Più vecchio.
Spalle larghe.
Capelli quasi bianchi.
Si guardarono.
Per qualche secondo tornarono ragazzi senza dirselo.
«Sei tornato.»
«Sono tornato.»
«Per San Rocco.»
Luigi guardò la porta.
«Per chi altri?»
Ciccio abbassò gli occhi.
«Non è più come prima.»
Luigi annuì.
«No.»
«Siamo noi.»
«Cosa?»
«Siamo noi che non siamo più come prima.»
Luigi guardò il paese.
«E allora perché mi sembra cambiato anche lui?»
Ciccio rimase zitto.
Poi disse:
«Perché un paese non sono le case.»
Luigi lo guardò.
«E cos’è?»
«È la gente che speri ancora di trovare dietro una porta.»
Luigi non rispose.
Non poteva.
Dopo un po’ disse:
«Vado a Giuverti.»
Ciccio sorrise.
«A cercare pietre?»
Luigi lo fissò.
«Te lo ricordi?»
«Ti riempivi le tasche come un matto.»
«Vieni?»
Ciccio si toccò un ginocchio.
«Non ho più le gambe di allora.»
«Io non ho più il fiato.»
Ciccio annuì.
«Allora siamo pronti.»
Partirono.
Il sentiero era lì.
Quasi uguale.
La montagna no.
La montagna non invecchiava come loro.
Il vento passava tra gli alberi con la stessa voce di allora.
Luigi camminava davanti.
Ogni pietra sembrava riconoscerlo.
A un certo punto si fermò.
Si chinò.
«Che fai?» disse Ciccio.
Luigi scostò un poco di terra.
Qualcosa luccicò.
Una pietra chiara.
Piccola.
Liscia.
La prese.
La pulì con la manica.
Proprio come quando era bambino.
La rigirò nel palmo.
Ciccio sorrise.
«È una pietra.»
Luigi sorrise anche lui.
Ma aveva gli occhi pieni.
«Tu non hai mai capito niente.»
«E che sarebbe?»
Luigi la strinse.
«Mia madre.»
Ciccio smise di sorridere.
Luigi ne raccolse un’altra.
«E questa?»
«Mio padre.»
Ciccio guardò il sentiero.
«E tutte le altre?»
Luigi alzò gli occhi.
Ce n’erano centinaia.
Migliaia.
Bianche, grigie, spezzate, lisce.
«Noi.»
Il vento si alzò.
Luigi chiuse gli occhi.
E allora successe.
Per un istante il tempo cedette.
Sentì di nuovo il primo petardo.
La banda.
I passi nella strada.
Il rumore delle posate.
Il bicchiere appoggiato sul tavolo.
La voce della madre.
«Piano col vino.»
Quella del padre.
«Lascialo fare. Oggi è San Rocco.»
Sentì Ciccio bambino gridare il suo nome.
Sentì Melino.
Peppe.
Desiano.
Una risata.
Il primo sguardo di Maria.
Il sugo.
Il fumo.
La terra.
Le mani del padre sulle spalle.
E poi sua madre.
La sentì così chiaramente che aprì gli occhi.
Per un momento si voltò.
Come se potesse trovarla dietro di sé.
Non c’era nessuno.
Solo Ciccio.
«Piangi?» chiese.
Luigi scosse la testa.
«No.»
Ciccio sospirò.
«Sei sempre stato bugiardo.»
Luigi rise.
E piangendo rise ancora.
«Andiamo.»
«Dove?»
«La processione comincia.»
Ridiscesero verso Roccaforte.
Quando arrivarono, San Rocco stava uscendo dalla chiesa.
Le campane suonavano.
La folla si apriva.
I fiori ondeggiavano.
Gli uomini sollevavano la statua.
Luigi rimase in fondo.
Non cercò di passare davanti.
Non ne aveva più bisogno.
Davanti a lui un padre si chinò verso il figlio.
«Non vedi?»
«No, papà.»
L’uomo lo sollevò sulle spalle.
Il bambino rise.
«Adesso vedi?»
«Sì, papà!»
Luigi smise di respirare.
Per un istante non vide più quell’uomo.
Vide suo padre.
Non vide più quel bambino.
Vide se stesso.
Sentì due mani sulle spalle.
Le stesse.
Come allora.
La stessa forza.
Lo stesso calore.
«Adesso vedi?»
Luigi abbassò la testa.
Mise la mano in tasca.
Strinse la pietra.
Forte.
Fino a farsi male.
E capì.
Capì che certe cose non tornano.
La madre non torna.
Il padre non torna.
L’infanzia non torna.
Il sedici agosto di allora non torna.
Ma alcune cose non se ne vanno nemmeno.
Restano nelle mani.
Negli odori.
Nelle parole.
Dentro una porta che non si apre.
Dentro una strada.
Dentro il sapore del vino.
Dentro una pietra.
Restano finché qualcuno le ricorda.
La processione avanzava.
Luigi fece un passo.
Poi un altro.
Seguì San Rocco.
Aveva gli occhi pieni di lacrime.
Guardò il cielo sopra le case.
«Mamma Bella.»
La voce si spezzò.
«Questo Santu Roccu è per te.»
Si fermò.
Deglutì.
«E anche per te, papà.»
Ciccio gli era accanto.
Non disse nulla.
Luigi continuò a camminare.
Poi, quasi senza voce, aggiunse:
«Se mi vedete… aspettatemi ancora un poco.»
Le campane coprirono tutto.
La folla continuò a muoversi.
Il santo passò.
Il paese respirò.
E l’Aspromonte rimase immobile.
Come quel mattino lontano.
Come quando Luigi era bambino.
Forse le montagne sanno che gli uomini passano.
Che le madri smettono di chiamarci.
Che i padri un giorno tolgono per sempre le mani dalle nostre spalle.
Che le case si chiudono.
Che le fotografie ingialliscono.
Che perfino le voci diventano silenzio.
Per questo non parlano.
Custodiscono.
Custodiscono il pianto e le risate.
I passi dei vivi e quelli di chi non c’è più.
Le promesse.
Gli amori.
I nomi.
Le feste.
Le pietre raccolte da un bambino che credeva non dovesse finire mai niente.
Luigi infilò la mano in tasca.
La pietra era ancora lì.
La strinse.
E per un momento, uno soltanto, gli sembrò di sentire una voce dietro di sé.
Dolce.
Lontana.
Impossibile.
«Luigi…»
Si voltò.
Non c’era nessuno.
Il vento scendeva dall’Aspromonte.
Luigi sorrise tra le lacrime.
Poi riprese a camminare.
Perché forse i morti non tornano.
Ma l’amore sì.
L’amore trova sempre una strada.
A volte una voce.
A volte una festa.
A volte una montagna.
A volte soltanto una piccola pietra bianca stretta nel pugno di un uomo che, per qualche secondo, riesce ancora a essere bambino.
E quel giorno, dietro San Rocco, Luigi camminò così.
Con sua madre accanto.
Con suo padre alle spalle.
Con tutti i suoi morti nel cuore.
Solo agli occhi degli altri.
Mai veramente solo.
Luigi Palamara
Estratto dal libro: Aspromonte, dove l'anima non muore di Luigi Palamara
@luigi.palamara Le pietre di Santu Roccu A Roccaforte del Greco il sedici agosto non cominciava all’alba. Cominciava prima. Cominciava nel sonno dei bambini, nel cuore delle madri già sveglie, nelle mani dei padri che si vestivano piano per non fare rumore. Cominciava nelle cucine dove il sugo bolliva da ore, nei cortili ancora bui, nelle finestre chiuse dietro cui tutto il paese tratteneva il fiato. Poi arrivava il primo colpo. Secco. Violento. Un petardo rompeva il silenzio della montagna e sembrava scuotere le case di pietra fin dentro le fondamenta. Poi un altro. E un altro ancora. I cani abbaiavano. Le donne spalancavano le imposte. Qualcuno chiamava da una finestra all’altra. Dalle cucine uscivano l’odore della carne di capra, del sugo, del formaggio, della legna che bruciava. E l’Aspromonte, immenso e scuro, stava lì. A guardare. Luigi si svegliava di colpo. «Mamma!» Silenzio. «Mamma! È Santu Roccu!» Lei entrava nella stanza col grembiule legato alla vita e i capelli sistemati alla meglio. Aveva già lavorato per ore, ma agli occhi del figlio sembrava appena uscita da un sogno. «E dove vuoi che vada San Rocco, figlio mio? È qua.» «Hanno sparato!» «Sparano ogni anno.» «E io ogni anno mi devo alzare.» La madre sorrideva. Quel sorriso. Luigi non sapeva ancora che un giorno avrebbe dato qualunque cosa per rivederlo una sola volta. «Allora alzati, testardo.» Lui saltava giù dal letto. Correva alla finestra. Il paese era ancora mezzo buio, aggrappato alla montagna come un figlio al petto della madre. Le case sembravano dormire e insieme aspettare. Le cime dell’Aspromonte stavano immobili, severe, quasi solenni. Dal fondo della strada arrivava una voce. «Luigi!» Era Ciccio. «Aspettami!» «Sbrigati! Arriva la banda!» Luigi afferrava la camicia e correva verso la porta. La madre lo prendeva per un braccio. «Dove vai conciato così?» «Fuori.» «Fuori dove? Oggi hai il vestito nuovo.» «Lo metto dopo.» «Dopo quando? Quando San Rocco sarà già tornato in chiesa?» Il padre sedeva vicino alla porta. Alzava appena gli occhi. «Lascialo andare.» «Tu lo difendi sempre.» «Oggi è San Rocco.» E bastava. Quelle quattro parole mettevano pace a tutto. Oggi è San Rocco. Era più di una festa. Era una legge antica. Una promessa. La certezza che, almeno per quel giorno, nessuno sarebbe stato lontano, nessuno sarebbe mancato, nessuno avrebbe avuto il coraggio di morire. Luigi usciva. L’aria fresca della montagna gli entrava nei polmoni. Correva verso Ciccio, Melino, Peppe e Desiano. «Andiamo a Giuverti?» proponeva Melino. «Adesso?» «Prima della processione.» «Mia madre mi ammazza.» «Se ti prende.» E ridevano. Dio, quanto ridevano. Con quella crudeltà innocente dei bambini che credono di avere davanti un tempo infinito. Partivano lungo il sentiero. Erba secca. Castagni. Terra dura. Sassi bianchi. Il paese si faceva più piccolo dietro di loro. Luigi si fermava ogni poco. Raccoglieva pietre. «Che te ne fai?» chiedeva Peppe. «Sono belle.» «Sono pietre.» «Tu non capisci niente.» Ne prendeva una liscia, chiara, quasi lucida. La puliva con la manica. La metteva in tasca. «Questa porta fortuna.» Ciccio rideva. «E chi te l’ha detto?» «Nessuno.» «Allora te lo sei inventato.» Luigi lo guardava serio. «Le cose vere qualcuno le deve inventare per primo.» Gli altri scoppiavano a ridere. Luigi no. Lui credeva davvero alle sue pietre. Credeva che alcune cose potessero restare per sempre. Da bambino non sapeva ancora quanto sarebbe stato importante avere torto. Quando tornavano in paese, la banda suonava già. Gli ottoni brillavano sotto il sole. Il tamburo batteva contro i muri. Tum. Tum. Tum. Ogni colpo entrava nel petto. La madre aspettava Luigi sulla porta. «Guardati.» «Che ho fatto?» «Hai le scarpe piene di terra.» «È terra di Roccaforte.» Lei lo fissava. Poi sorrideva. «Ah. Allora è terra santa.» Il padre rideva sotto i baffi. «Vieni qua.» Gli puliva una spalla con la mano.
♬ Just Only You - Margot Teller
0 Commenti
LASCIA IL TUO COMMENTO. La tua opinione è importante.