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Se questo è un Pronto Soccorso

Se questo è un Pronto Soccorso

GOM di Reggio Calabria: cronaca amara dal luogo dove il cittadino smette di essere paziente e diventa attesa

L'Editoriale di Luigi Palamara 

Cronaca amara dal Pronto Soccorso del GOM di Reggio Calabria

Se questo è un Pronto Soccorso: quando l'attesa diventa una condanna e curarsi un miraggio

Tra carenze di personale, sale d'attesa infernali e pazienti costretti a ore o giorni di calvario, l'editoriale di Luigi Palamara smaschera il fallimento di un sistema sanitario che confonde i conti in ordine con la dignità umana.

«Non ci sono sedie per sedersi. Questo è il dato drammatico.»

«Più drammatico è che mancano medici e personale. Un girone infernale.»

Basterebbero queste due battute, raccolte in un dialogo fra due operatori della comunicazione, per descrivere non un ospedale di guerra, ma il Pronto Soccorso del Grande Ospedale Metropolitano di Reggio Calabria.

E allora viene spontaneo, con tutta l’irriverenza che soltanto la disperazione concede, parafrasare un titolo che appartiene a ben altra tragedia: Se questo è un Pronto Soccorso.

La provocazione è evidente. Il paragone storico sarebbe improprio se preso alla lettera. Ma qui non si equipara nulla. Si pone soltanto una domanda elementare: che cosa resta della dignità di una persona quando la malattia la costringe ad aspettare per ore, al caldo, spesso in piedi, mentre il tempo smette di essere tempo e diventa una condanna?

Io stesso, con un dito del piede rotto, sono a casa a scrivere queste righe.

Non perché sia guarito.

Non perché non abbia bisogno di una valutazione.

Ma perché, davanti alla prospettiva di aspettare forse fino a 48 ore, al caldo e in piedi, ho preferito tornarmene a casa e convivere con il dolore.

E questa, forse, è la fotografia più brutale del fallimento.

Quando il cittadino ferito sceglie di non andare al Pronto Soccorso perché teme più l’attesa del dolore, qualcosa si è spezzato ben oltre un dito del piede.

Nello stesso momento, una madre, 76 anni, cardiopatica, è da cinque ore al Pronto Soccorso.

Ed è qui che la questione cambia completamente dimensione.

Perché io, con il mio dito rotto, posso anche stringere i denti, tornare a casa e scrivere.

Una persona cardiopatica di 76 anni non dovrebbe essere costretta ad affidare la propria sicurezza alla pazienza.

«C’è gente da ieri qui.»

«Da 48 ore.»

Quarantotto ore.

Due giorni.

Una cifra che, associata a un luogo chiamato Pronto Soccorso, contiene già in sé una contraddizione quasi grottesca.

Pronto a cosa?

Soccorso quando?

«La sanità non esiste.»

«Dici bene, la sanità non esiste.»

È una frase brutale. Probabilmente ingiusta verso quei medici, infermieri e operatori sanitari che continuano a lavorare in condizioni che spesso sembrano impossibili.

Ma le frasi pronunciate nelle sale d’attesa non nascono nei convegni.

Nascono dalla paura.

Dalla stanchezza.

Dal caldo.

Dal dolore.

Dalla sensazione di essere diventati un numero appoggiato a un muro in attesa che qualcuno lo chiami.

E proprio per questo la politica farebbe bene ad ascoltarle.

Perché il cittadino non conosce i diagrammi delle aziende sanitarie. Non studia i piani di rientro. Non consulta i bilanci quando accompagna una madre cardiopatica in ospedale.

Misura la sanità con cose molto più semplici: un medico che possa visitarlo, un infermiere che abbia il tempo di assisterlo, una barella disponibile, una sedia su cui far sedere un anziano, un ambiente sopportabile, un tempo d’attesa compatibile con la parola emergenza.

Tutto il resto viene dopo.

E allora la domanda diventa inevitabile:

È questo il beneficio dell’uscita dal commissariamento della sanità calabrese?

I conti saranno forse migliori.

Le tabelle saranno forse più ordinate.

I documenti potranno raccontare progressi, obiettivi, riequilibri e risultati.

Ma esiste un punto oltre il quale la contabilità smette di coincidere con la realtà.

Quel punto è una sala d’attesa.

Se un sistema chiude meglio i bilanci ma lascia cittadini per ore, o addirittura per giorni, in attesa di assistenza, la politica ha il dovere di domandarsi che cosa abbia davvero risanato.

Perché una sanità pubblica non è sana quando tornano i conti.

È sana quando torna a casa il paziente.

E possibilmente ci torna dopo essere stato curato, non perché ha rinunciato ad aspettare.

Io, con il mio dito rotto, sono tornato a casa.

E scrivo.

Altri non possono farlo.

Altri hanno settantasei anni.

Altri sono cardiopatici.

Altri non possono permettersi di scegliere fra il dolore e l’attesa.

Naturalmente sarebbe troppo facile scaricare tutto sui sanitari.

Il medico che corre da un paziente all’altro non è il nemico.

L’infermiere che affronta un turno massacrante non è il responsabile del disastro.

Spesso sono proprio loro l’ultimo argine prima del collasso.

Il problema viene da più lontano: carenze di personale, organizzazione, programmazione, medicina territoriale insufficiente, pressione sui reparti d’emergenza, incapacità del sistema di assorbire una domanda che ormai supera strutturalmente l’offerta.

Ed è per questo che la frase più feroce di quel dialogo è forse anche la più politica:

«Non funziona un ca##o né prima né dopo

Volgare?

Sì.

Ma la volgarità di una frase è poca cosa rispetto alla volgarità di un sistema che abitua il cittadino alla sofferenza come se fosse una normale procedura amministrativa.

La Calabria ha conosciuto commissariamenti, promesse, annunci, piani di rilancio e stagioni di speranza.

Adesso servono meno comunicati e più medici.

Meno celebrazioni e più infermieri.

Meno numeri e più sedie.

Meno proclami e più tempi umani.

Serve una sanità nella quale un anziano fragile non debba vivere l’accesso al Pronto Soccorso come l'ingresso in un limbo.

Qualcuno, nel dialogo, conclude con un’immagine terribile:

«Sanità, un cimitero dei viventi.»

È un’esagerazione nata dalla rabbia.

Eppure la politica dovrebbe temere proprio questo genere di esagerazioni, perché quando i cittadini cominciano a parlare così significa che la fiducia è già stata consumata.

Un ospedale dovrebbe essere il luogo nel quale la paura incontra la cura.

Quando invece la paura incontra soltanto altra attesa, il problema non è più soltanto sanitario.

È istituzionale.

È politico.

Ed è morale.

Io, oggi, con un dito del piede rotto, sono a casa a scrivere perché attendere forse 48 ore, al caldo e in piedi, mi è sembrato più assurdo che sopportare il dolore.

Una madre, cardiopatica, 76 anni, invece non ha questa libertà.

Ed è proprio qui che finisce la retorica e comincia la realtà.

Se questo è un Pronto Soccorso, che cosa abbiamo fatto della sanità pubblica?

Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere 

Reggio Calabria 11 agosto 2026

P.S.: la foto del piede destro col mignolo fratturato è il mio.

Questa immagine è una vergogna.


Al Pronto Soccorso del GOM, Grande Ospedale Metropolitano di Reggio Calabria, si arriva al punto di attendere seduti per terra.


Non è solo una questione di disagi o di tempi di attesa. È una questione di dignità.


La dignità dei pazienti, delle famiglie, degli anziani, delle persone più fragili. E anche quella degli operatori sanitari, troppo spesso costretti a lavorare in condizioni difficili e con risorse insufficienti.


Non possiamo abituarci a immagini come questa.

Non possiamo considerarle normali.

Non possiamo continuare a chiedere ai cittadini calabresi di sopportare tutto in silenzio.


Quanta amarezza. Quanta umiliazione per la nostra terra.


La sanità è un diritto, non una concessione.


Basta.

Per favore.

Reggio Calabria merita rispetto.

La Calabria merita una sanità degna di questo nome.


Reggio Calabria 11 agosto 2026


Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 


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