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PASSAPAROLA. “CUSTODIRE CHI CI È AFFIDATO”

PASSAPAROLA. “CUSTODIRE CHI CI È AFFIDATO”

Che bel passaparola! Non so perché, ma il verbo custodire lo sento di una bellezza profonda e disarmante: uno di quei verbi che richiedono passi felpati e sguardi attenti, illuminati dall’amore.

Quando ci penso, mi accorgo, anche con emozione, che nei miei 63 anni di sacerdozio Dio mi ha chiesto concretamente il servizio di “custodire” le persone, soprattutto seminaristi, confratelli e preti giovani, accogliendoli in casa, offrendo loro uno spirito di famiglia e vivendo con loro un’esperienza profonda e delicata. Ho cercato di essere non una “mano chiusa”, che mira a trattenere le persone, ma un “palmo aperto”, che non ruba loro la singolarità e il futuro.

È un’esperienza dinamica che, alcune volte, richiede di essere uno scudo che protegge, ma soprattutto di donare cuore e mani. Una vera ginnastica per imparare a essere sole o ombra, per proteggere le radici e, nello stesso tempo, incoraggiare a camminare verso la maturità.

Sono convinto, e l’esperienza me lo sottolinea ogni giorno di più, che chi ci è stato affidato dai superiori o dalle circostanze porta con sé una terra sacra, tante volte sconosciuta, con confini preziosi da attraversare sempre in punta di piedi.

Per questo è importantissima la virtù della pazienza, che sa attendere la fioritura anche nei giorni bui e difficili, con una fede incrollabile, persino quando non vediamo quasi niente.

Ma attenzione, sempre: “custodire chi ci è affidato” significa, prima di tutto, amare con tutto il nostro essere, imparando a fare spazio dentro di noi, mettendo da parte il nostro “ego”, perché brilli sempre più la luce dell’altro.

E badate: l’esperienza mi insegna che, mentre stiamo custodendo chi ci è stato affidato, scopriamo con stupore che, grazie alla sua presenza e al suo esserci, stiamo custodendo e illuminando anche il nostro stesso cammino.

Proprio così: l’amore vero è sempre “vai”, ma, immancabilmente, è anche… “vieni”.

Don Nino Carta
27.8.2026

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