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Ranucci. Quando l’inchiesta diventa l’inquisito

Ranucci. Quando l’inchiesta diventa l’inquisito

Sigfrido Ranucci presenta il suo nuovo libro "Il ritorno della casta", ma la vera notizia è la reazione della piazza digitale: chi ha fatto della trasparenza e del dubbio un'arma si ritrova ora a dover rispondere alle stesse domande che per anni ha rivolto agli altri.

L'Editoriale di Luigi Palamara 


Sigfrido Ranucci annuncia un libro.

Una volta sarebbe bastato questo. Il conduttore di Report, il giornalista delle carte, delle telecamere nascoste, delle domande che nessuno vuole sentirsi rivolgere, sale su un palco e presenta un volume dal titolo programmatico: “Il ritorno della casta”.

Solo che, stavolta, la notizia non è il libro.

La notizia sono i commenti.

E i commenti, quando diventano centinaia e cominciano tutti a girare attorno alla stessa domanda, smettono di essere soltanto rumore da social network. Non diventano automaticamente verità, beninteso. La piazza digitale non è un tribunale e il numero dei “mi piace” non è una sentenza. Ma è uno specchio. Talvolta deformante, talvolta feroce, spesso ingiusto. Sempre, però, interessante.

E lo specchio che oggi viene messo davanti a Ranucci restituisce un’immagine che probabilmente lui stesso, fino a qualche tempo fa, avrebbe giudicato inconcepibile.

Non più soltanto il giornalista che fa le inchieste.

Lui stesso, ormai, è diventato l’inchiesta.

Scorrono i commenti sotto il post e sembra di assistere a un singolare rovesciamento dei ruoli.

“Un paragrafo sulla tua casta?”

“Vi è un paragrafo sulla Casta Rai?”

“Due paroline sulle tue amicizie?”

“Spero sia in lavorazione una puntata su Lavitola.”

“Ci sono recensioni di questo libro? Recensioni vere, intendo.”

E poi ancora battute, sarcasmi, accuse, delusioni, difese appassionate. C’è chi gli scrive “continua ad informarci Sigfrido” e chi gli domanda se il prossimo reportage dovrà farlo su se stesso.

È questa spaccatura, più del libro, ad avere un significato.

Per anni Ranucci ha rappresentato nell’immaginario di una parte consistente dell’opinione pubblica una figura quasi archetipica: il giornalista che arriva dove gli altri non arrivano, quello che apre gli armadi, conta gli scheletri e illumina gli angoli lasciati prudentemente al buio.

Una posizione potente.

Ma anche pericolosa.

Perché quando trascorri una vita a chiedere agli altri di rispondere, prima o poi qualcuno chiede a te di rispondere.

Quando costruisci la tua autorevolezza sulla trasparenza altrui, vieni inevitabilmente sottoposto a una richiesta di trasparenza ancora maggiore.

E quando il tuo mestiere consiste nel dubitare delle versioni ufficiali, non puoi stupirti se un giorno il dubbio viene applicato alla tua.

È la legge non scritta del giornalismo d’inchiesta: chi impugna la lente d’ingrandimento deve accettare che, prima o poi, qualcuno la rivolga contro di lui.

Il problema non è se tutte le contestazioni rivolte a Ranucci siano fondate. Alcune possono essere pretestuose, altre politicamente interessate, altre ancora semplicemente grossolane. I social sono pieni di giudici che non hanno letto gli atti e di pubblici ministeri che hanno studiato diritto all’università di Facebook.

Ma liquidare tutto così sarebbe troppo comodo.

Perché dentro quella valanga di ironie e contestazioni emerge una domanda più seria: può il giornalista che ha fatto della “casta” il proprio bersaglio permanente sottrarsi al sospetto di appartenere egli stesso a un sistema di relazioni, protezioni, amicizie, convenienze e privilegi?

È una domanda, non una condanna.

Ma è proprio questo il punto.

Ranucci ha costruito una carriera sulle domande.

Adesso gliene fanno.

Il titolo del libro, in questo senso, possiede quasi una involontaria perfezione letteraria: Il ritorno della casta.

Perché la parola “casta” è una di quelle parole italiane che funzionano meravigliosamente finché indicano gli altri.

La casta sono sempre loro.

I politici.

I magistrati.

I dirigenti.

I burocrati.

I finanzieri.

I potenti.

Mai noi.

Mai quelli che li raccontano.

Mai quelli che decidono quali scandali meritano una prima serata e quali un trafiletto.

Eppure anche l’informazione è potere.

Forse uno dei più formidabili.

Un giornalista televisivo può non mandarti in prigione, ma può mandarti alla gogna. Può non emettere sentenze, ma può costruire nell’opinione pubblica un verdetto assai prima che un giudice abbia aperto il fascicolo. Può porre domande sacrosante, certo. Ma proprio per questo deve accettare che gli vengano poste con la stessa durezza.

Qui sta il paradosso di Ranucci.

Per anni il suo pubblico gli ha chiesto di non fidarsi di nessuno.

E lui glielo ha insegnato benissimo.

Così bene che ora una parte di quel pubblico ha deciso di non fidarsi nemmeno di lui.

Non è necessariamente la fine del giornalista Ranucci.

Potrebbe persino essere l’inizio della sua prova più importante.

Perché il vero giornalismo d’inchiesta non consiste soltanto nel pretendere spiegazioni.

Consiste nel darle quando tocca a te.

Non basta rispondere che gli attacchi arrivano perché si dà fastidio. È l’alibi più antico del potere: se mi criticano significa che sto facendo bene. Talvolta è vero. Talvolta no. E proprio un giornalista dovrebbe saperlo.

Non basta neppure avere una parte del pubblico che applaude. Gli applausi sono gratificanti, ma non certificano la verità più di quanto gli insulti certifichino la colpa.

Resta allora una scena quasi teatrale.

Sul palco c’è un uomo che presenta un libro sulla casta.

Sotto il palco virtuale, centinaia di persone gli chiedono se della casta, per caso, non debba raccontare anche qualcosa che lo riguarda.

È una scena italiana fino al midollo.

Dentro ci sono il sospetto, la fazione, il tifo, la vendetta, la memoria corta e quella lunghissima. Ci sono quelli che aspettavano da anni l’occasione per colpirlo e quelli che continuerebbero a difenderlo anche se confessasse di essere il direttore generale della Spectre.

Ma in mezzo al frastuono resta una domanda che nessun insulto e nessun applauso possono cancellare.

Chi controlla i controllori?

Per anni Ranucci ha risposto: noi.

I giornalisti.

Oggi una parte del pubblico replica: bene.

Allora cominciamo da voi.

Ed è forse questa la vera notizia dietro quel post.

Non il ritorno della casta.

Ma il ritorno del dubbio.

Quello stesso dubbio che Ranucci ha insegnato per anni a esercitare sui potenti e che adesso, con una certa ironia della storia, bussa alla sua porta.

Può aprire.

Può ignorarlo.

Può dire che dietro ci sono nemici, campagne, interessi, rancori.

Forse in parte sarà persino vero.

Ma non cambierà il fatto essenziale.

Perché nell’immaginario collettivo qualcosa si è incrinato.

Sigfrido Ranucci non è più soltanto l’uomo dell’inchiesta.

È diventato, suo malgrado, l’inchiesta per antonomasia.

E adesso viene la parte più difficile.

Rispondere.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

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