San Rocco e il paese che non vuole morire
A Roccaforte del Greco, quest’anno, San Rocco non ha fatto soltanto la processione.
Ha fatto un piccolo miracolo.
Dopo anni di stanchezza, rinunce, feste sempre più sbiadite e un paese che sembrava essersi rassegnato alla propria lenta scomparsa, le strade sono tornate a riempirsi. La gente è uscita dalle case. Ha camminato dietro al Santo. Si è riconosciuta.
E per un paese che, per troppo tempo, ha avuto l’aria di chiedere scusa persino per il fatto di esistere, non è poco.
I miracoli, però, lasciamoli a San Rocco. La politica deve accontentarsi delle responsabilità.
E una parte del merito di questo risveglio va riconosciuta al cambio di amministrazione e al nuovo sindaco, Ercole Nucera. A Roccaforte si avverte un’aria diversa. Non sappiamo ancora dove porterà, e sarebbe sciocco distribuire patenti da salvatore dopo pochi mesi. Ma almeno si è rimessa in moto una cosa che sembrava essersi inceppata: la speranza che amministrare un paese significhi provare a farlo vivere.
È già qualcosa.
Alle spalle ci sono anni che molti roccaforticiani giudicano severamente. L’amministrazione guidata dal signor Domenico Penna, che addirittura per un periodo si firmava Professore senza esserlo, lascia un paese che appare impoverito, spopolato, fragile e privo di una direzione riconoscibile. Un’incapacità politico-amministrativa, a giudizio di chi scrive, senza precedenti. Saranno gli elettori e la storia locale a stabilire responsabilità e attenuanti. Il giudizio politico, però, può essere pronunciato senza cerimonie: quella stagione non ha saputo arrestare il declino. È stata devastante. Ha quasi ucciso il paese. E il “becchino politico”, per usare un’espressione volutamente dura, è stato “Micu Pinna”.
Ora basta.
Non serve passare altri dieci anni a processare il passato. I paesi non risorgono con le recriminazioni. Risorgono con i progetti.
E Roccaforte di progetti ne ha bisogno come dell’acqua.
Basta guardare le sue chiese. Lo Spirito Santo e San Rocco non sono soltanto edifici religiosi: sono pezzi della memoria collettiva. Il loro stato racconta, a suo modo, una trascuratezza che riguarda insieme le istituzioni civili e la comunità ecclesiale.
E qui una parola va detta anche sulla presenza della Chiesa.
Un parroco, soprattutto in un piccolo paese, non può essere percepito soltanto come colui che celebra Messe, matrimoni e funerali. Non è questione di pretendere miracoli dal sacerdote. È questione di presenza.
La parrocchia, in luoghi come Roccaforte, dovrebbe essere una porta aperta.
Per i ragazzi.
Per gli anziani.
Per chi è solo.
Per chi parte e per chi resta.
Per chi crede e persino per chi non crede più.
Da don Mimmo Nucara molti cittadini vorrebbero vedere maggiore iniziativa, maggiore coinvolgimento, una presenza più visibile nella vita quotidiana della comunità. È una critica, naturalmente. Anche dura. Ma proprio perché il sacerdote conta, la sua assenza, o quella che viene percepita come tale, pesa.
Un prete di paese non timbra il cartellino.
Vive il paese.
Lo attraversa.
Ne conosce le ferite.
Ne accompagna i giovani.
Ne ascolta gli anziani.
Preghiera e comunità, da queste parti, sono sempre state la stessa cosa.
Roccaforte ricorda ancora figure come don Benedetto Carbone proprio per questo: perché seppero trasformare la parrocchia in un luogo di incontro, coinvolgendo i giovani e partecipando alla vita del paese.
Ma torniamo a San Rocco.
Perché forse il vero fatto politico di questi giorni non è stato pronunciato in Consiglio comunale.
È passato per le strade.
La processione è stata partecipata, sentita, autentica. Non una passerella. Non un pezzo di folklore da esibire al turista di passaggio. È stata una piccola immersione nella memoria.
Camminando dietro San Rocco si capisce, infatti, una cosa che a volte dimentichiamo: l’identità di Roccaforte non si vende al chilo.
Non è soltanto la carne di capra, per quanto sia una nostra eccellenza.
Non è una sagra.
Non è una fotografia pubblicata sui social.
Roccaforte è molto di più.
È nelle “armaciere di pietra”, innalzate una sopra l’altra da uomini che non disponevano di ruspe, ma di braccia.
È negli ulivi.
Nelle vigne.
Nei muretti a secco.
Nelle stradine che sembrano inutili soltanto a chi non sa quanta vita vi sia passata sopra.
È nelle mani dei nostri nonni.
Nelle schiene piegate dei nostri padri.
Nel sacrificio silenzioso delle nostre madri.
È nelle case costruite pietra dopo pietra, nei campi strappati alla montagna, nelle partenze con una valigia di cartone e nei ritorni attesi per anni.
Ed è anche nei roccaforticiani che oggi vivono lontano.
Medici, insegnanti, professionisti, operai, studiosi, imprenditori, uomini e donne che si sono fatti valere in Italia e nel mondo, portandosi dietro, spesso senza dirlo, un pezzo di questa montagna.
Questa è l’identità.
Ed è da qui che la nuova amministrazione dovrebbe cominciare.
Non bastano, naturalmente, una processione riuscita e qualche segnale incoraggiante per proclamare la resurrezione del paese.
Adesso viene il difficile.
Occorre recuperare il patrimonio.
Curare le strade.
Difendere il territorio.
Riportare vita nelle chiese e nelle piazze.
Creare occasioni per i giovani.
Rimettere insieme chi vive a Roccaforte e quella sterminata Roccaforte che vive fuori da Roccaforte.
Occorre soprattutto smettere di amministrare il declino.
Ercole Nucera ha davanti a sé un compito enorme: dimostrare che il cambiamento non è soltanto una parola buona per le campagne elettorali.
Il passato ha avuto il suo tempo.
Ha parlato.
Ha governato.
È stato giudicato.
Adesso faccia posto.
Non servono vendette, né epurazioni, né regolamenti di conti. Il danno politico-amministrativo che, a giudizio di chi scrive, ha lasciato la stagione di “Micu Pinna” è sotto gli occhi di tutti. Servono idee, lavoro e una classe dirigente che abbia anche l’umiltà di sapere quando la propria stagione è finita.
Chi ha avuto la possibilità di governare e non è riuscito a cambiare il destino del paese dovrebbe almeno evitare di ostacolare chi oggi prova a farlo. E dovrebbe anche interrogarsi sull’opportunità di comportarsi come se nulla fosse accaduto. Una volta, forse, le reazioni sarebbero state più nette e senza equivoci.
Roccaforte del Greco non ha più tempo da perdere.
Ogni anno che passa significa una casa vuota in più.
Un anziano in meno.
Un ragazzo che parte.
Per questo quella processione conta.
Perché, per qualche ora, abbiamo visto il paese come potrebbe ancora essere: vivo.
Persone nelle strade.
Voci.
Incontri.
Memoria.
Orgoglio.
San Rocco procedeva davanti. Dietro c’era Roccaforte.
Quella vera.
Non quella dei rancori, delle piccole guerre personali, delle clientele e delle vanità da campanile.
Quella dei nostri morti e dei nostri figli.
Quella della montagna.
Quella delle pietre.
Quella di chi è rimasto e di chi, pur vivendo a mille chilometri di distanza, continua a dire: il mio paese.
Forse il miracolo è tutto qui.
Capire che Roccaforte del Greco non è ancora morta.
E che nessuno ha il diritto di seppellirla prima del tempo.
Adesso tocca a noi.
Alla nuova amministrazione, certamente.
Alla Chiesa.
Alle associazioni.
A chi vive nel paese e a chi torna soltanto d’estate.
A ciascun roccaforticiano.
E allora San Rocco ci illumini pure, se può.
Ma questa volta, dopo aver chiesto aiuto al Santo, facciamo anche la nostra parte.
Perché i santi possono indicare la strada.
A percorrerla, però, devono essere gli uomini.
Luigi Palamara
Giornalista, scrittore e artista aspromontano di Roccaforte del Greco
detto “L’Arciere”
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