Operazione “Marijoa” a Melicucco: quando la violenza diventa spettacolo e la caserma torna a essere presidio sociale

“Se gli dai una coltellata, questo video diventa virale”.

L'Editoriale di Luigi Palamara

Da sinistra a destra:

Cap Nicola De Maio, Dott. Letterio De Domenico; Dott. Emanuele Crescenti; Generale Cesario Totaro; Tenente Colonnello Carmine Mungiello

La cronaca di un’eclissi morale a Melicucco

QUANDO LA DIVISA DIVENTA CASA

L’operazione “Marijoa” svela il sadismo social di un branco che cacciava i fragili: contro lo spettacolo della violenza e il silenzio del territorio, la caserma dei Carabinieri resta l’ultimo presidio di umanità e ascolto.

Basterebbe questa frase, captata nei video sequestrati dai Carabinieri, per capire che non siamo davanti soltanto a una vicenda giudiziaria. Siamo davanti a una malattia morale. A una violenza che non si accontenta più di colpire, ma pretende di essere vista, condivisa, applaudita. A una brutalità che cerca la scena, il pubblico, il branco.

L’operazione “Marijoa”, condotta all’alba dai Carabinieri della Compagnia di Gioia Tauro e dai militari della Stazione di Melicucco, su richiesta della Procura della Repubblica di Palmi diretta dal dottor Emanuele Crescenti, ha portato all’esecuzione di un’ordinanza di misura cautelare personale emessa dal G.I.P. del Tribunale di Palmi nei confronti di cinque giovani tra i 20 e i 22 anni. Tre sono finiti agli arresti domiciliari; per altri due è stato disposto l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria.

Fin qui la cronaca. Ma la cronaca, da sola, non basta.

Perché dentro questa indagine c’è qualcosa che supera il recinto dei capi d’imputazione. Il quadro accusatorio parla di associazione per delinquere, sequestro di persona, atti persecutori, violazione di domicilio, fabbricazione e detenzione di armi — tra cui bottiglie incendiarie — uccisione di animali, vandalismi e condotte intimidatorie. Ma dietro le parole del codice penale si intravede un paesaggio umano più inquietante: quello di una baby-banda del terrore che, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, avrebbe trasformato persone fragili in bersagli.

Non episodi isolati. Non bravate. Non ragazzate, come qualcuno magari proverà ancora a dire per comodità, per paura o per quieto vivere. Le indagini descrivono una sequenza sistematica di violenze, umiliazioni, soprusi e vessazioni. Un piccolo sistema di sopraffazione capace di generare un clima diffuso di paura nel territorio.

C’è una parola che, più di altre, racconta questa storia: presenza.

Non repressione. Non soltanto vigilanza. Non il lampeggiante che arriva quando tutto è già accaduto. Presenza. Quella quotidiana, ostinata, spesso silenziosa, che non finisce nei comunicati stampa e non fa rumore, ma tiene ancora insieme pezzi di comunità che altrimenti si sfilaccerebbero nel silenzio, nella paura, nella vergogna.

L’operazione “Marijoa”, illustrata al Comando Provinciale dei Carabinieri di Reggio Calabria alla presenza del Procuratore Crescenti, del sostituto procuratore Letterio Domenico, del Comandante Provinciale Cesario Totaro, del Tenente Colonnello Carmine Mungiello e del Capitano Nicola De Maio, non è soltanto una vicenda di polizia giudiziaria. È una fotografia spietata di un’Italia minore solo sulla carta, dove il male non ha sempre il volto antico della grande criminalità organizzata, del business, del potere economico o del controllo mafioso del territorio. A volte ha il volto più banale, e proprio per questo più inquietante, della crudeltà gratuita.

Secondo quanto emerso, il gruppo avrebbe agito con modalità sistematiche, prendendo di mira persone vulnerabili: soggetti fragili, disabili, debilitati dall’alcol, isolati o comunque con ridotta capacità di difesa. Persone trasformate in materia prima per l’umiliazione. Bersagli scelti non malgrado la loro debolezza, ma proprio a causa della loro debolezza.

Tra i fatti più gravi contestati vi sarebbe l’irruzione nell’abitazione di una vittima. Alcuni indagati, fingendosi militari del N.A.S., avrebbero simulato un controllo, immobilizzato l’uomo, ammanettandolo al letto, per poi picchiarlo e minacciarlo con una pistola puntata alla tempia, nonostante le sue disperate richieste di essere lasciato in pace.

Questa non è soltanto violenza. È teatro della sopraffazione. È la messa in scena del potere sul più debole. È la divisa usurpata non per rappresentare lo Stato, ma per profanarlo.

Determinanti, nelle indagini, sono stati i contenuti multimediali acquisiti: video e immagini che documenterebbero pestaggi, vessazioni e atti degradanti, spesso accompagnati da risate e incitamenti. La violenza veniva ripresa e condivisa. Non bastava ferire: bisognava filmare. Non bastava umiliare: bisognava far circolare l’umiliazione. Non bastava dominare una vittima: bisognava mostrare al gruppo la prova del dominio.

E allora il telefono, che poteva essere strumento di comunicazione, diventa il tamburo tribale del branco. La storia sui social, destinata a sparire dopo ventiquattr’ore, diventa una medaglia effimera. Il video su WhatsApp diventa il certificato di appartenenza a una gerarchia miserabile, dove chi fa più male conta di più.

Le condotte ricostruite delineano un’escalation inquietante: vittime ferite con materiale incendiario e petardi, soggetti incapaci ingannati con modalità pericolose, aggressioni improvvise, atti intimidatori anche in luoghi pubblici, realizzazione ed esplosione di ordigni artigianali in aree isolate. Nelle chat e nei materiali acquisiti, gli indagati avrebbero esibito armi — fucili e pistole — e utilizzato espressioni riconducibili a logiche di controllo del territorio.

Eppure, secondo quanto chiarito in conferenza stampa, non emergerebbero contatti con la criminalità organizzata. Nessuna regia mafiosa accertata, nessuna struttura superiore visibile. Ed è forse proprio questo a rendere il quadro ancora più amaro: l’imitazione del peggio senza neppure il movente del potere vero. Una caricatura criminale. Un desiderio di accreditamento. Una recita feroce, recitata però sulla pelle di persone reali.

Qui non siamo davanti alla solita contabilità criminale fatta di soldi, appalti, droga o gerarchie. Siamo davanti a qualcosa di più nudo e, in un certo senso, più povero: l’idea che umiliare il debole serva a sentirsi forti. Che tormentare persone vulnerabili possa diventare un rito di appartenenza. Che perfino un animale indifeso possa essere trasformato in bersaglio, perché quando si perde il senso del limite non c’è più scala morale: tutto diventa disponibile alla brutalità.

A completare un quadro già drammatico, infatti, c’è la totale assenza di empatia. In uno dei video sequestrati, il gruppo si accanirebbe con crudeltà su un animale. Qualcuno dirà che, davanti a sequestri di persona, minacce con armi e violenze contro persone fragili, la morte di un animale è un dettaglio. Non lo è. La crudeltà sugli animali non è mai un dettaglio: è spesso il punto in cui l’analfabetismo morale si mostra senza maschere. Chi prova piacere davanti all’indifeso non sta sbagliando bersaglio; sta rivelando se stesso.

E allora la domanda vera non è soltanto: quanti reati sono stati contestati? Quali misure sono state disposte? Quanti anni rischiano gli indagati?

La domanda vera è un’altra: chi resta, in certi luoghi, quando la paura chiude le bocche?

A Melicucco, la risposta è stata una caserma.

Non sembri retorica. La retorica, semmai, è quella di chi immagina ancora le forze dell’ordine come un corpo estraneo alla società, buono solo per arrestare, multare, perquisire, controllare. In questa storia i Carabinieri appaiono per ciò che spesso sono nei piccoli centri: una porta. Un luogo dove qualcuno, prima o poi, può trovare il coraggio di parlare. Una presenza riconoscibile. Un presidio umano prima ancora che istituzionale.

Per lungo tempo, le vittime sarebbero rimaste in silenzio, paralizzate dal timore di ritorsioni e dall’umiliazione subita, arrivando a modificare radicalmente le proprie abitudini di vita fino all’isolamento. È il destino peggiore della vittima: non solo subire, ma vergognarsi di avere subito. Non solo avere paura degli aggressori, ma temere lo sguardo degli altri. Non solo essere colpita nel corpo, ma essere espulsa dalla propria vita quotidiana.

È da lì che il muro dell’omertà ha cominciato a incrinarsi. Non da una grande operazione spettacolare calata dall’alto, ma dall’ascolto. Da quel rapporto minuto, faticoso, costruito giorno dopo giorno, che consente a una familiare di una vittima di fidarsi, di raccontare, di consegnare finalmente un pezzo di verità a chi poteva trasformarlo in indagine.

Questo è il punto politico, culturale e civile della vicenda. I Carabinieri non sono stati soltanto il braccio repressivo dello Stato. Sono stati il suo orecchio. La sua memoria. La sua pazienza. La sua faccia visibile.

In un paese piccolo tutti sanno, o molti intuiscono. Ma sapere non basta. Anzi, spesso il sapere condiviso diventa una seconda prigione: tutti sanno e nessuno parla; tutti vedono e nessuno interviene; tutti commentano a bassa voce e nessuno si assume il rischio della verità. È qui che la presenza dello Stato deve smettere di essere una formula da cerimonia e diventare carne, abitudine, relazione.

La stazione dei Carabinieri, in questo senso, non è stata soltanto un edificio con una bandiera. È stata un punto di riferimento sociale. Una sorta di anticamera della fiducia pubblica. Il luogo in cui la vittima fragile, il familiare spaventato, il cittadino incerto possono trovare non soltanto un verbale, ma un interlocutore.

La repressione arriva dopo. Prima viene la prossimità.

E la prossimità non si improvvisa. Si costruisce con i militari che conoscono le strade, le famiglie, le abitudini, le esitazioni, i silenzi. Con chi sa distinguere una chiacchiera da un segnale, una paura generica da una richiesta d’aiuto, un pettegolezzo da una traccia investigativa. È il vecchio mestiere del Carabiniere di territorio, che qualcuno considera superato e che invece, in casi come questo, si rivela modernissimo.

Perché l’indagine ha avuto anche una componente tecnologica: telefoni, video, prove informatiche, consulenze tecniche. Ma la tecnologia, da sola, non bussa alle porte. Non conquista fiducia. Non guarda negli occhi chi ha paura. Non capisce quando una comunità è sotto ricatto morale. Prima del laboratorio c’è la strada. Prima del dato c’è la relazione.

Ed è proprio questo intreccio tra vecchio e nuovo a rendere significativa l’operazione: da un lato la prova digitale, dall’altro la conoscenza del territorio; da un lato i dispositivi sequestrati, dall’altro la confidenza conquistata nel tempo; da un lato il lavoro della Procura, dall’altro la quotidianità della stazione.

C’è poi un altro aspetto, forse il più importante. Di fronte a fatti così cupi, sarebbe facile invocare soltanto pene più dure, carcere, punizione, esclusione. Tutto necessario, quando la legge lo prevede e quando la gravità dei fatti lo impone. Ma non sufficiente.

Lo ha detto, in sostanza, anche chi ha parlato in conferenza: qui esiste un problema culturale. E quando il problema è culturale, lo Stato non può presentarsi soltanto con le manette. Deve presentarsi anche con la scuola, con la parrocchia, con le associazioni, con le famiglie, con le istituzioni locali. E sì, anche con i Carabinieri.

Perché una caserma che organizza iniziative di legalità, che accoglie i bambini, che diventa luogo familiare, che l’8 dicembre apre simbolicamente le proprie porte per l’albero di Natale, non sta facendo folklore istituzionale. Sta lavorando sulla prevenzione. Sta dicendo ai cittadini: noi ci siamo prima che accada il peggio. Ci siamo non solo quando qualcuno deve essere portato via, ma quando qualcuno deve essere riportato dentro la comunità.

Questa è vigilanza attiva nel senso più alto: non sorvegliare dall’alto, ma abitare il territorio. Non limitarsi a controllare, ma comprendere. Non aspettare la denuncia perfetta, ma creare le condizioni perché una denuncia, o anche solo una confidenza, diventi possibile.

In fondo, lo Stato nei piccoli centri non è un concetto astratto. Non è Roma, non è il ministero, non è il codice penale chiuso in uno scaffale. Lo Stato è il volto che incontri. È il maresciallo, il brigadiere, il carabiniere giovane che ascolta senza ridere, senza minimizzare, senza voltarsi dall’altra parte. È la divisa che non incute solo timore a chi delinque, ma dà coraggio a chi subisce.

E allora questa vicenda, pur nella sua amarezza, consegna una lezione netta: dove la comunità tace, la presenza delle istituzioni può ancora aprire una breccia. Dove il branco vuole trasformare la violenza in spettacolo, la legge deve restituire dignità alle vittime. Dove il debole viene scelto proprio perché debole, lo Stato deve farsi più vicino, più ostinato, più umano.

I Carabinieri di Melicucco e della Compagnia di Gioia Tauro, in questa storia, non sono stati soltanto investigatori. Sono stati custodi di una soglia morale. Hanno ricordato che l’Arma, quando è davvero radicata nel territorio, non è solo repressione e non è solo vigilanza: è presidio sociale, argine civile, punto di riferimento.

E in tempi in cui molti parlano di sicurezza come se fosse soltanto una questione di ordine pubblico, questa operazione ci ricorda una verità più scomoda e più profonda: la sicurezza comincia quando una persona fragile sa a chi rivolgersi. Quando una famiglia trova il coraggio di parlare. Quando una caserma non è percepita come un palazzo chiuso, ma come una porta aperta.

Il resto, le indagini, le misure, i processi, seguirà il suo corso.

Ma prima ancora delle carte giudiziarie resta questo: in un paese dove qualcuno pensava di poter fare paura a tutti, c’era qualcuno che continuava ad ascoltare.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno

@luigi.palamara

Intervista al Capitano dei Carabinieri Nicola De Maio. Operazione “Marijoa” a Gioia Tauro e Melicucco: quando la violenza diventa spettacolo e la caserma torna a essere presidio sociale. “Se gli dai una coltellata, questo video diventa virale”. L'Editoriale di Luigi Palamara La cronaca di un’eclissi morale tra Gioia Tauro e Melicucco. QUANDO LA DIVISA DIVENTA CASA L’operazione “Marijoa” svela il sadismo social di un branco che cacciava i fragili: contro lo spettacolo della violenza e il silenzio del territorio, la caserma dei Carabinieri resta l’ultimo presidio di umanità e ascolto. Basterebbe questa frase, captata nei video sequestrati dai Carabinieri, per capire che non siamo davanti soltanto a una vicenda giudiziaria. Siamo davanti a una malattia morale. A una violenza che non si accontenta più di colpire, ma pretende di essere vista, condivisa, applaudita. A una brutalità che cerca la scena, il pubblico, il branco. L’operazione “Marijoa”, condotta all’alba dai Carabinieri della Compagnia di Gioia Tauro e dai militari della Stazione di Melicucco, su richiesta della Procura della Repubblica di Palmi diretta dal dottor Emanuele Crescenti, ha portato all’esecuzione di un’ordinanza di misura cautelare personale emessa dal G.I.P. del Tribunale di Palmi nei confronti di cinque giovani tra i 20 e i 22 anni. Tre sono finiti agli arresti domiciliari; per altri due è stato disposto l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Fin qui la cronaca. Ma la cronaca, da sola, non basta. Perché dentro questa indagine c’è qualcosa che supera il recinto dei capi d’imputazione. Il quadro accusatorio parla di associazione per delinquere, sequestro di persona, atti persecutori, violazione di domicilio, fabbricazione e detenzione di armi — tra cui bottiglie incendiarie — uccisione di animali, vandalismi e condotte intimidatorie. Ma dietro le parole del codice penale si intravede un paesaggio umano più inquietante: quello di una baby-banda del terrore che, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, avrebbe trasformato persone fragili in bersagli. Non episodi isolati. Non bravate. Non ragazzate, come qualcuno magari proverà ancora a dire per comodità, per paura o per quieto vivere. Le indagini descrivono una sequenza sistematica di violenze, umiliazioni, soprusi e vessazioni. Un piccolo sistema di sopraffazione capace di generare un clima diffuso di paura nel territorio. C’è una parola che, più di altre, racconta questa storia: presenza. Non repressione. Non soltanto vigilanza. Non il lampeggiante che arriva quando tutto è già accaduto. Presenza. Quella quotidiana, ostinata, spesso silenziosa, che non finisce nei comunicati stampa e non fa rumore, ma tiene ancora insieme pezzi di comunità che altrimenti si sfilaccerebbero nel silenzio, nella paura, nella vergogna. L’operazione “Marijoa”, illustrata al Comando Provinciale dei Carabinieri di Reggio Calabria alla presenza del Procuratore Crescenti, del sostituto procuratore Letterio Domenico, del Comandante Provinciale Cesario Totaro, del Tenente Colonnello Carmine Mungiello e del Capitano Nicola De Maio, non è soltanto una vicenda di polizia giudiziaria. È una fotografia spietata di un’Italia minore solo sulla carta, dove il male non ha sempre il volto antico della grande criminalità organizzata, del business, del potere economico o del controllo mafioso del territorio. A volte ha il volto più banale, e proprio per questo più inquietante, della crudeltà gratuita. Secondo quanto emerso, il gruppo avrebbe agito con modalità sistematiche, prendendo di mira persone vulnerabili: soggetti fragili, disabili, debilitati dall’alcol, isolati o comunque con ridotta capacità di difesa. Persone trasformate in materia prima per l’umiliazione. Bersagli scelti non malgrado la loro debolezza, ma proprio a causa della loro debolezza. Tra i fatti più gravi contestati vi sarebbe l’irruzione nell’abitazione di una vittima. Alcuni indagati, fingendosi militari del N.A.S., avrebbero simulato un controllo, immobilizzato l’uomo,

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Intervista al Procuratore di Palmi Emanuele Crescenti. Operazione “Marijoa” a Gioia Tauro e Melicucco: quando la violenza diventa spettacolo e la caserma torna a essere presidio sociale. “Se gli dai una coltellata, questo video diventa virale”. L'Editoriale di Luigi Palamara La cronaca di un’eclissi morale tra Gioia Tauro e Melicucco. QUANDO LA DIVISA DIVENTA CASA L’operazione “Marijoa” svela il sadismo social di un branco che cacciava i fragili: contro lo spettacolo della violenza e il silenzio del territorio, la caserma dei Carabinieri resta l’ultimo presidio di umanità e ascolto. Basterebbe questa frase, captata nei video sequestrati dai Carabinieri, per capire che non siamo davanti soltanto a una vicenda giudiziaria. Siamo davanti a una malattia morale. A una violenza che non si accontenta più di colpire, ma pretende di essere vista, condivisa, applaudita. A una brutalità che cerca la scena, il pubblico, il branco. L’operazione “Marijoa”, condotta all’alba dai Carabinieri della Compagnia di Gioia Tauro e dai militari della Stazione di Melicucco, su richiesta della Procura della Repubblica di Palmi diretta dal dottor Emanuele Crescenti, ha portato all’esecuzione di un’ordinanza di misura cautelare personale emessa dal G.I.P. del Tribunale di Palmi nei confronti di cinque giovani tra i 20 e i 22 anni. Tre sono finiti agli arresti domiciliari; per altri due è stato disposto l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Fin qui la cronaca. Ma la cronaca, da sola, non basta. Perché dentro questa indagine c’è qualcosa che supera il recinto dei capi d’imputazione. Il quadro accusatorio parla di associazione per delinquere, sequestro di persona, atti persecutori, violazione di domicilio, fabbricazione e detenzione di armi — tra cui bottiglie incendiarie — uccisione di animali, vandalismi e condotte intimidatorie. Ma dietro le parole del codice penale si intravede un paesaggio umano più inquietante: quello di una baby-banda del terrore che, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, avrebbe trasformato persone fragili in bersagli. Non episodi isolati. Non bravate. Non ragazzate, come qualcuno magari proverà ancora a dire per comodità, per paura o per quieto vivere. Le indagini descrivono una sequenza sistematica di violenze, umiliazioni, soprusi e vessazioni. Un piccolo sistema di sopraffazione capace di generare un clima diffuso di paura nel territorio. C’è una parola che, più di altre, racconta questa storia: presenza. Non repressione. Non soltanto vigilanza. Non il lampeggiante che arriva quando tutto è già accaduto. Presenza. Quella quotidiana, ostinata, spesso silenziosa, che non finisce nei comunicati stampa e non fa rumore, ma tiene ancora insieme pezzi di comunità che altrimenti si sfilaccerebbero nel silenzio, nella paura, nella vergogna. L’operazione “Marijoa”, illustrata al Comando Provinciale dei Carabinieri di Reggio Calabria alla presenza del Procuratore Crescenti, del sostituto procuratore Letterio Domenico, del Comandante Provinciale Cesario Totaro, del Tenente Colonnello Carmine Mungiello e del Capitano Nicola De Maio, non è soltanto una vicenda di polizia giudiziaria. È una fotografia spietata di un’Italia minore solo sulla carta, dove il male non ha sempre il volto antico della grande criminalità organizzata, del business, del potere economico o del controllo mafioso del territorio. A volte ha il volto più banale, e proprio per questo più inquietante, della crudeltà gratuita. Secondo quanto emerso, il gruppo avrebbe agito con modalità sistematiche, prendendo di mira persone vulnerabili: soggetti fragili, disabili, debilitati dall’alcol, isolati o comunque con ridotta capacità di difesa. Persone trasformate in materia prima per l’umiliazione. Bersagli scelti non malgrado la loro debolezza, ma proprio a causa della loro debolezza. Tra i fatti più gravi contestati vi sarebbe l’irruzione nell’abitazione di una vittima. Alcuni indagati, fingendosi militari del N.A.S., avrebbero simulato un controllo, immobilizzato l’uomo

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