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Assolto Armando Veneto.Quando l’accusa diventa cerimonia del disonore: la solitudine dell’innocente

Assolto Armando Veneto.
Quando l’accusa diventa cerimonia del disonore: la solitudine dell’innocente

Editoriale di Luigi Palamara


L’Italia giustizialista di questi anni ha imparato ad amare il clangore delle manette più delle sentenze. Ha preferito lo spettacolo del sospetto alla pazienza della verità. E così, in una delle sue stagioni più torbide, ha messo sul banco degli imputati non solo un uomo, ma l’idea stessa di giustizia come difesa. L’avvocato Armando Veneto, oggi definitivamente assolto dalla Corte di Cassazione, è stato trascinato nella polvere della gogna per aver incarnato troppo a lungo – e troppo coerentemente – il ruolo del difensore ostinato, quello che non si piega, non tace e non scende a patti con il potere inquisitorio.

Sarebbe stato facile cedere. Cedere al silenzio, all’esilio morale, al ritiro dal foro. Ma chi ha conosciuto la fibra di Armando Veneto sa che l’idea stessa di abbandonare la difesa – nel senso più alto e civile del termine – gli sarebbe parsa più infamante dell’accusa.

Come scrisse Corrado Alvaro, “la disperazione più grande che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere rettamente sia inutile.” In questi anni, questo dubbio ha serpeggiato pericolosamente nei tribunali italiani. Perché se anche un monumento del diritto, un uomo che ha costruito con le parole e i fatti la dignità dell’avvocatura, può essere processato senza prove, allora nessuno è al sicuro.

La magistratura – o almeno una sua parte – ha imbastito un processo che, più che cercare verità, sembrava voler dare una lezione. Una lezione all’avvocatura, una lezione a chi osa difendere anche l’indifendibile, come è giusto in una democrazia che si rispetti. Un processo, dunque, non per giudicare, ma per intimidire.

Si intravede in questa vicenda il tentativo di creare un “nuovo conformismo etico”, dove non conta più la colpa ma l’appartenenza, il pensiero dominante. In questa logica, difendere l’accusato diventa un peccato, una trasgressione sociale. L’avvocato diventa sospetto per mestiere.

Eppure, contro questa deriva morale, è giunta la voce silenziosa della verità giudiziaria: assolto. Non per decorrenza di termini, non per cavilli o indulgenze. Ma “per non aver commesso il fatto”. Una formula giuridica che suona come una preghiera civile per chi ha patito la croce dell’innocenza misconosciuta.

E noi apprezziamo il paradosso: lo Stato accusa chi ha passato la vita a servire lo Stato con la toga, e poi, quando tutto si sbriciola, nessuno si scusa. Niente risarcimento per la reputazione devastata, nessuna conferenza stampa di chi aveva invocato la condanna. Solo un silenzio pavido, e la solita pagina chiusa in archivio.

Ma questa non è una pagina da archiviare. È una ferita aperta nella carne della nostra democrazia giudiziaria. Perché se la presunzione d’innocenza è un lusso solo per alcuni, allora siamo tornati alla legge della piazza, al diritto del sospetto, alla barbarie mediatica che trasforma ogni imputato in colpevole perché fa notizia.

Oggi, dunque, si chiude un processo. Ma si apre una riflessione più profonda: chi difende il difensore? E quando la giustizia sbaglia, chi la giudica? Se non vogliamo che altri innocenti attraversino il deserto che ha attraversato Armando Veneto, dobbiamo tornare all’essenza della civiltà giuridica: non c’è giustizia senza il coraggio della difesa.

In questa solitudine luminosa, oggi come allora, sta il valore dell’avvocato. E forse anche la salvezza della nostra democrazia.

Luigi Palamara Tutti I diritti riservati

Intervista di Luigi Palamara all'avvocato Armando Veneto a Reggio Calabria subito dopo la sentenza del processo "Crimine" 8 marzo 2012

Reggio Calabria, processo "Il crimine": 92 condanne e 34 assoluzioni Reggio Calabria, 08 marzo 2012 - Era attesa con molta attenzione la sentenza che, in abbreviato, davanti al Gup del tribunale di Reggio Calabria, ha portato alla sbarra oltre 120 imputati di vari reati connessi alle attivita' della criminalita' organizzata reggina. Il processo, denominato "Il Crimine", si e' concluso, in primo grado, con 92 condanne e 34 assoluzioni. Nonostante, sul piano dell'impalcatura accusatoria, questa sia stata accolta dal Gup, va rilevato, pero', che, oltre alle assoluzioni, molte delle condanne sono state comminate per pene assai inferiori alle richieste.
Luigi Palamara

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@luigi.palamara Assolto Armando Veneto. Quando l’accusa diventa cerimonia del disonore: la solitudine dell’innocente Editoriale di Luigi Palamara L’Italia giustizialista di questi anni ha imparato ad amare il clangore delle manette più delle sentenze. Ha preferito lo spettacolo del sospetto alla pazienza della verità. E così, in una delle sue stagioni più torbide, ha messo sul banco degli imputati non solo un uomo, ma l’idea stessa di giustizia come difesa. L’avvocato Armando Veneto, oggi definitivamente assolto dalla Corte di Cassazione, è stato trascinato nella polvere della gogna per aver incarnato troppo a lungo – e troppo coerentemente – il ruolo del difensore ostinato, quello che non si piega, non tace e non scende a patti con il potere inquisitorio. Sarebbe stato facile cedere. Cedere al silenzio, all’esilio morale, al ritiro dal foro. Ma chi ha conosciuto la fibra di Armando Veneto sa che l’idea stessa di abbandonare la difesa – nel senso più alto e civile del termine – gli sarebbe parsa più infamante dell’accusa. Come scrisse Corrado Alvaro, “la disperazione più grande che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere rettamente sia inutile.” In questi anni, questo dubbio ha serpeggiato pericolosamente nei tribunali italiani. Perché se anche un monumento del diritto, un uomo che ha costruito con le parole e i fatti la dignità dell’avvocatura, può essere processato senza prove, allora nessuno è al sicuro. La magistratura – o almeno una sua parte – ha imbastito un processo che, più che cercare verità, sembrava voler dare una lezione. Una lezione all’avvocatura, una lezione a chi osa difendere anche l’indifendibile, come è giusto in una democrazia che si rispetti. Un processo, dunque, non per giudicare, ma per intimidire. Si intravede in questa vicenda il tentativo di creare un “nuovo conformismo etico”, dove non conta più la colpa ma l’appartenenza, il pensiero dominante. In questa logica, difendere l’accusato diventa un peccato, una trasgressione sociale. L’avvocato diventa sospetto per mestiere. Eppure, contro questa deriva morale, è giunta la voce silenziosa della verità giudiziaria: assolto. Non per decorrenza di termini, non per cavilli o indulgenze. Ma “per non aver commesso il fatto”. Una formula giuridica che suona come una preghiera civile per chi ha patito la croce dell’innocenza misconosciuta. E noi apprezziamo il paradosso: lo Stato accusa chi ha passato la vita a servire lo Stato con la toga, e poi, quando tutto si sbriciola, nessuno si scusa. Niente risarcimento per la reputazione devastata, nessuna conferenza stampa di chi aveva invocato la condanna. Solo un silenzio pavido, e la solita pagina chiusa in archivio. Ma questa non è una pagina da archiviare. È una ferita aperta nella carne della nostra democrazia giudiziaria. Perché se la presunzione d’innocenza è un lusso solo per alcuni, allora siamo tornati alla legge della piazza, al diritto del sospetto, alla barbarie mediatica che trasforma ogni imputato in colpevole perché fa notizia. Oggi, dunque, si chiude un processo. Ma si apre una riflessione più profonda: chi difende il difensore? E quando la giustizia sbaglia, chi la giudica? Se non vogliamo che altri innocenti attraversino il deserto che ha attraversato Armando Veneto, dobbiamo tornare all’essenza della civiltà giuridica: non c’è giustizia senza il coraggio della difesa. In questa solitudine luminosa, oggi come allora, sta il valore dell’avvocato. E forse anche la salvezza della nostra democrazia. Luigi Palamara Tutti I diritti riservati Intervista di Luigi Palamara all'avvocato Armando Vrneto a Reggio Calabria subito dopo la sentenza del processo "Crimine" 8 marzo 2012 Reggio Calabria, processo "Il crimine": 92 condanne e 34 assoluzioni Reggio Calabria, 08 marzo 2012 #armandoveneto #avvocato #assolto #catanzaro #reggiocalabria #palmi #editoriale #luigipalamara #palamaraluigi #luispal #luipal #lupa ♬ suono originale - Luigi Palamara

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