La Forza dell’Istituzione e la fragilità dell’uomo: Il caso Oresta e l’anima dell’Arma
Editoriale di Luigi Palamara
C’è un momento, nella vita delle istituzioni, in cui la fedeltà alla forma si scontra con la sostanza dell’umano. Ed è in quell’istante che si rivela la loro vera natura. È successo all’Arma dei Carabinieri, dove la rimozione del generale Pietro Oresta dalla guida della Scuola Allievi Marescialli e Brigadieri di Firenze è più di una semplice decisione amministrativa: è un atto simbolico, uno spartiacque culturale.
Oresta ha pronunciato un discorso che ha scosso l’edificio di valori tradizionali dell’Arma. Ha parlato di benessere, di equilibrio personale, di anziani da aiutare e supereroi da dimenticare. Parole che suonavano più da educatore che da comandante, più da padre che da generale. Ma dietro quella retorica, che pure può aver peccato di eccesso lirico o di imprudenza, vi era il tentativo di dire una verità che inquieta: un carabiniere, prima di tutto, è un uomo. O una donna.
Ed è qui che la faglia si apre.
Perché se l’Arma, per voce del generale Luongo, ribadisce con fermezza che “la disciplina è il collante di un organismo complesso”, e che essa è “dovere morale e fedeltà assoluta”, allora non c’è spazio per sfumature umane. C’è la regola. C’è il codice. C’è la struttura. E ogni deviazione, anche dettata dal cuore, è un rischio.
Ricordiamo che in ogni organizzazione convivono due forze: quella della coesione e quella del cambiamento. Senza la prima non c’è ordine, senza la seconda non c’è evoluzione. Oresta, con la sua storia personale, con il dolore (non detto ma evidente) per la perdita recente di una giovane allieva, si è fatto portatore di una tensione nuova. Ha voluto suggerire che la caserma non può essere solo acciaio e cinghie tirate, ma anche ascolto, attenzione, persino compassione. Per questo, forse, ha infranto un codice non scritto: quello che impone, in ogni gesto, la maschera dell’impassibilità.
Invece, vale allo stesso modo, con una secca ironia: “Chi comanda, paga”. Perché l’istituzione non perdona la debolezza, se non è funzionale al suo potere. E in questo senso, la sorte di Oresta era segnata non tanto per le sue parole, ma per il contesto in cui le ha pronunciate: una cerimonia, una scuola, un’Arma che non può permettersi ambiguità di messaggio. Il dibattito esploso tra ufficiali e allievi, tra rigore e umanità, è la prova che il gesto ha toccato un nervo scoperto.
Ma attenzione. Chi crede che l’Arma abbia semplicemente “punito” un traditore del verbo, non ha colto la complessità della scena. L’Arma non punisce mai per vendetta. Agisce per conservazione. E ogni sua scelta è una mossa sulla scacchiera dell’autorevolezza pubblica. In questo, è intransigente. E coerente con se stessa.
Resta però una domanda sospesa, e brucia come una ferita aperta: può esistere, oggi, un carabiniere che tenga insieme disciplina e umanità, codice e cuore, fedeltà e dubbio? E se non può esistere, siamo pronti ad accettare che le nostre istituzioni siano solo fortezze, e non anche luoghi di crescita morale?
La risposta, forse, è già scritta nelle chat degli allievi: “Ci mancherà. È stato come un padre per noi”. E un padre, anche quando sbaglia, insegna.
Luigi Palamara
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@luigi.palamara La Forza dell’Istituzione e la fragilità dell’uomo: Il caso Oresta e l’anima dell’Arma Editoriale di Luigi Palamara C’è un momento, nella vita delle istituzioni, in cui la fedeltà alla forma si scontra con la sostanza dell’umano. Ed è in quell’istante che si rivela la loro vera natura. È successo all’Arma dei Carabinieri, dove la rimozione del generale Pietro Oresta dalla guida della Scuola Allievi Marescialli e Brigadieri di Firenze è più di una semplice decisione amministrativa: è un atto simbolico, uno spartiacque culturale. Oresta ha pronunciato un discorso che ha scosso l’edificio di valori tradizionali dell’Arma. Ha parlato di benessere, di equilibrio personale, di anziani da aiutare e supereroi da dimenticare. Parole che suonavano più da educatore che da comandante, più da padre che da generale. Ma dietro quella retorica, che pure può aver peccato di eccesso lirico o di imprudenza, vi era il tentativo di dire una verità che inquieta: un carabiniere, prima di tutto, è un uomo. O una donna. Ed è qui che la faglia si apre. Perché se l’Arma, per voce del generale Luongo, ribadisce con fermezza che “la disciplina è il collante di un organismo complesso”, e che essa è “dovere morale e fedeltà assoluta”, allora non c’è spazio per sfumature umane. C’è la regola. C’è il codice. C’è la struttura. E ogni deviazione, anche dettata dal cuore, è un rischio. Ricordiamo che in ogni organizzazione convivono due forze: quella della coesione e quella del cambiamento. Senza la prima non c’è ordine, senza la seconda non c’è evoluzione. Oresta, con la sua storia personale, con il dolore (non detto ma evidente) per la perdita recente di una giovane allieva, si è fatto portatore di una tensione nuova. Ha voluto suggerire che la caserma non può essere solo acciaio e cinghie tirate, ma anche ascolto, attenzione, persino compassione. Per questo, forse, ha infranto un codice non scritto: quello che impone, in ogni gesto, la maschera dell’impassibilità. Invece, vale allo stesso modo, con una secca ironia: “Chi comanda, paga”. Perché l’istituzione non perdona la debolezza, se non è funzionale al suo potere. E in questo senso, la sorte di Oresta era segnata non tanto per le sue parole, ma per il contesto in cui le ha pronunciate: una cerimonia, una scuola, un’Arma che non può permettersi ambiguità di messaggio. Il dibattito esploso tra ufficiali e allievi, tra rigore e umanità, è la prova che il gesto ha toccato un nervo scoperto. Ma attenzione. Chi crede che l’Arma abbia semplicemente “punito” un traditore del verbo, non ha colto la complessità della scena. L’Arma non punisce mai per vendetta. Agisce per conservazione. E ogni sua scelta è una mossa sulla scacchiera dell’autorevolezza pubblica. In questo, è intransigente. E coerente con se stessa. Resta però una domanda sospesa, e brucia come una ferita aperta: può esistere, oggi, un carabiniere che tenga insieme disciplina e umanità, codice e cuore, fedeltà e dubbio? E se non può esistere, siamo pronti ad accettare che le nostre istituzioni siano solo fortezze, e non anche luoghi di crescita morale? La risposta, forse, è già scritta nelle chat degli allievi: “Ci mancherà. È stato come un padre per noi”. E un padre, anche quando sbaglia, insegna. Luigi Palamara © Riproduzione riservata #carabinieri #allievi #pietrooresta #editoriale #luigipalamara #palamaraluigi #luispal #luipal #lupa ♬ suono originale - Luigi Palamara
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