“Ghaith, cuore e anima di tua madre, ti chiedo di non piangere per me, ma di pregare per me, così che io possa restare serena.
Voglio che tu tenga la testa alta, che studi, che tu sia brillante e distinto, e che diventi un uomo che vale, capace di affrontare la vita, amore mio. Non dimenticare che io facevo di tutto per renderti felice, a tuo agio e in pace, e che tutto ciò che ho fatto era per te. Quando crescerai, ti sposerai e avrai una figlia, chiamala Mariam come me.
Tu sei il mio amore, il mio cuore, il mio sostegno, la mia anima e mio figlio. Colui che mi fa alzare la testa con orgoglio. Sii sempre felice e conserva una buona reputazione. Ti prego, Ghsith: la tua preghiera, poi ancora la tua preghiera, e poi ancora la tua preghiera”.
Mariam Abu Dagga, la giornalista palestinese uccisa ieri 25 agosto 2025 da Israele insieme a cinque suoi colleghi.
Lettera dal silenzio di Ga4a
di Luigi Palamara
Ghaith, cuore e anima di tua madre. Leggere queste parole è come udire un respiro che attraversa il dolore più atroce, una voce che si leva dall’abisso della violenza per parlare di dignità e di futuro. Non ti chiedo lacrime, ma preghiere. Perché la preghiera è memoria e luce insieme: mantiene la serenità là dove la brutalità ha cercato di spegnerla.
La donna che ti ha generato ti consegna, con l’ultimo battito, una missione chiara: crescere con la testa alta, con la mente brillante, con la fierezza che solo chi ha conosciuto l’amore puro sa indossare. Non è un comando, è un testamento morale: diventare uomo non significa solo sopravvivere, ma valere. Valere per se stessi, valere per chi ci ama, valere per chi verrà.
Lei, la madre, era la tua pace incarnata, la tua felicità quotidiana. Ogni gesto, ogni sacrificio, ogni sorriso erano costruiti per te. E ora che il destino ha voluto portarla via, il suo messaggio rimane sospeso nell’aria di Gaza, tra macerie e silenzi. Ti chiede di custodire la sua memoria non come un peso, ma come una stella guida: e se un giorno avrai una figlia, chiamala Mariam. Sarà un ponte tra il dolore e l’amore, tra ciò che è stato e ciò che deve ancora fiorire.
Ghaith, tu sei la sua vita e il suo orgoglio, il sostegno e l’anima che le ha permesso di alzare la testa. La richiesta finale, ripetuta come un canto insistente, è semplice: prega. Non per lei, ma con lei, fino a trasformare il lutto in forza, la paura in luce, la morte in presenza. Così, anche nell’orrore di una guerra che non risparmia innocenti, resta possibile respirare dignità, trasmettere coraggio, e trovare nel cuore umano la forza di continuare.
In questa lettera, che è testamento e invito, la voce di una madre uccisa diventa insegnamento universale: non cedere all’odio, custodisci la bellezza, costruisci la vita. Anche quando tutto sembra volerla distruggere.
Luigi Palamara Tutti i diritti riservati Reggio Calabria 26 agosto 2025.
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