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Polsi, dove l’uomo scalzo cercava Dio e trovava se stesso

Polsi, dove l’uomo scalzo cercava Dio e trovava se stesso.
L'Editoriale di Luigi Palamara 

Esiste ancora una Calabria che non conosce cronache né prime pagine, eppure pulsa nelle vene di un popolo come sangue antico. È la Calabria che sale a Polsi scalza, con un pezzo di pane e una bottiglia di vino, perché la Madonna della Montagna non è un santuario: è una madre che abbraccia chi arriva stanco, sporco di polvere, ma con la fede accesa come brace viva.
Per secoli, generazioni di uomini e donne hanno fatto di quella mulattiera aspra e interminabile un atto di penitenza, un pellegrinaggio che era insieme rito religioso e antropologia contadina. A Polsi non si andava: si tornava. Tornava l’uomo a se stesso, tornava la comunità alla sua radice, tornava la Calabria al suo unico centro di gravità, la fede.

Eppure oggi Polsi tace. Per la prima volta in quattrocento anni la festa della Madonna della Montagna non si farà. Una frana, dei cantieri lasciati a metà, i milioni del Pnrr fermi tra carte e ruspe. La cronaca dice questo. Ma dietro le cronache si nasconde sempre la tragedia: un popolo che non ha più nemmeno il suo cammino.

Sarà la Calabria maledetta dall’eterno rimando dei lavori pubblici, dal tempo burocratico che è più feroce delle frane; sarà la Calabria dei comuni commissariati, dove anche un campo di calcio diventa terreno di sospetti e interdizioni; sarà quella delle minacce al parroco, del fiele riversato contro il vescovo che ha osato sfidare le logiche d’altri tempi. Ma il risultato è che Polsi non è più il Polsi di ieri, e forse non lo sarà mai più.

È l’ennesima dimostrazione di un Paese incapace di custodire le proprie radici, sempre pronto a demolire prima di costruire. Urliamo la nostra rabbia contro gli ipocriti, contro chi trasforma la fede in pretesto, e chiediamo conto al potere politico che predica rinascita ma consegna macerie. La Calabria dei vinti, che non riesce a sollevarsi, che vede nel vuoto lasciato dalla festa mancata non solo l’assenza di un rito, ma la perdita di una memoria collettiva.

Polsi, luogo un tempo contaminato dalla ‘ndrangheta, aveva ricominciato a respirare. Il santuario, restituito a Dio e ai fedeli, non più a chi stringeva patti di sangue e di potere. Quest’anno avrebbe dovuto essere il segno di un nuovo inizio: il cardinale Zuppi atteso come simbolo di riconciliazione, il popolo pronto a riprendersi la sua festa. Ma ancora una volta la Calabria è rimasta impigliata nella sua condanna: lavori iniziati e non finiti, alternative pensate e subito cadute sotto il peso di cavilli e sospetti, un popolo che non sale più a Polsi ma resta a valle, smarrito.

Un popolo senza cammino è un popolo senza destino.
La Madonna della Montagna, dicono i vecchi, non guarda ai peccati ma ai passi. Oggi non ci sono più passi, solo polvere e silenzio. La frana non ha fermato soltanto una strada: ha sepolto sotto i detriti anche un rito, una comunità, un respiro antico che sapeva tenere insieme fede, festa, identità.

Ecco la vera tragedia: non aver perso una celebrazione, ma aver perso l’occasione di dimostrare che Polsi può rinascere. E senza quella rinascita, la Calabria resta prigioniera del suo stesso destino.

E allora non si dica che la festa di Polsi è saltata per una frana o per i cantieri rimasti a metà. No: è saltata perché in questo Paese si sa sempre quando iniziano i lavori e mai quando finiscono. È saltata perché la burocrazia pesa più di una montagna e la sfiducia scava voragini più profonde di una frana. È saltata perché la Calabria continua ad essere terra che genera più sospetti che speranze, più minacce che soluzioni.

Eppure, nonostante tutto, i calabresi a Polsi ci torneranno. Magari non quest’anno, né il prossimo. Ma ci torneranno, perché la fede non conosce appalti né commissariamenti, e la Madonna della Montagna sa aspettare più di quanto lo sappiano fare i politici e gli ingegneri.

Il dramma è che, quando quel giorno arriverà, rischiamo di accorgerci che non è più la stessa Calabria a salire. Forse non lo è già più.

Luigi Palamara Tutti i diritti riservati Reggio Calabria 30 agosto 2025
@luigi.palamara Polsi, il pellegrinaggio interrotto dopo quattro secoli Il santuario chiuso: quando si recidono le radici L'Editoriale di Luigi Palamara Dopo quattrocento anni, la Madonna di Polsi non vedrà più i suoi pellegrini. Le strade franate, la chiesa in restauro, la sicurezza assente: tutto vero. Ma il vero disastro non è della montagna, che resta paziente, né della Madonna, che non fugge. Il disastro siamo noi, gli uomini che hanno lasciato marcire un luogo sacro, che hanno confuso la negligenza con la prudenza, e che hanno reciso le radici senza nemmeno accorgersene. “Chi dimentica le radici, si accontenta di guardare i rami degli altri.” Polsi non è pietra, né sola fede. È sangue, memoria, identità. È l’albero che tiene insieme un popolo e lo nutre di speranza. Tagliarne le radici significa condannare a morte chi l’ha piantato e chi lo custodisce. Non servono leggi, non servono decreti. Serve coscienza. Ma in Calabria si preferisce l’inerzia, il compromesso, l’ipocrisia della sicurezza che sostituisce la vita. Quest’anno niente pellegrinaggi, niente tarantelle sul sagrato, niente bicchieri di vino condivisi nei paesi vicini, niente veglie notturne. Un giorno interrotto, sì, ma il peso di quell’assenza pesa come cento anni. Ci diranno: lavori di restauro, agibilità, frane. Io rispondo: inettitudine. Incompetenza. La vera emergenza è la codardia di chi non custodisce ciò che è vivo. “La montagna non cade per decreto; cadono solo gli uomini che smettono di rispettarla.” E non confondiamo le cose: i capimafia che scelgono Polsi per i loro summit annuali sfruttano la fede, ma non creano memoria. La memoria è dei pellegrini, dei bambini che dormono per terra, delle madri che hanno affidato lacrime alla Madonna, dei padri che hanno scalato la montagna per sciogliere un voto. È la memoria che resta, quando tutto il resto crolla. La Calabria conosce bene questa ferita. San Luca ricordato per le faide, Polsi evocata per i congressi criminali. Ma la montagna resta. Il pellegrino tornerà. Perché il tempo della montagna non è quello dei decreti, dei comunicati, delle frane. È il tempo delle radici, della memoria, del cuore. Polsi non è un edificio da restaurare. È un albero antico, piantato nel cuore dell’Aspromonte. Tagliare le sue radici significa recidere la speranza. E la speranza, quando muore, non risorge. “La Calabria può avere mille padroni, ma il cuore dei suoi figli non si lascia commissariare.” Luigi Palamara Tutti i diritti riservati Reggio Calabria 26 agosto 2025 #polsi #processione #sanluca #editoriale #luigipalamara ♬ suono originale - Luigi Palamara

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