CartaStraccia.News

“Carta Straccia”, nel nome la provocazione, nel contenuto la sostanza. Leggetelo. Non per abitudine, ma per scelta.

Editors Choice

3/recent/post-list

Michele Albanese: morire sotto scorta, vivere senza voltarsi.

Michele Albanese: morire sotto scorta, vivere senza voltarsi.
L'Editoriale di Luigi Palamara 

Un’Italia che si commuove sempre un poco in ritardo.
Arriva al funerale quando la battaglia è già finita. Porta corone quando il bersaglio ha smesso di essere tale. Oggi quell’Italia scopre — con la consueta lentezza della coscienza nazionale — che è morto Michele Albanese. E adesso tutti a dirne bene.

Ma Albanese non aveva bisogno dei necrologi. Aveva bisogno dei vivi.

In certe regioni la verità non è un valore: è un incidente.
In Calabria, spesso, è perfino un’infrazione.
Chi la racconta non diventa testimone: diventa imputato.

Lui questo lo sapeva. E scelse di restare.

Non è l’eroismo dei monumenti, quello. È più scomodo.
L’eroe muore una volta sola, il cronista ogni mattina.
Perché ogni giorno decide se girarsi dall’altra parte.
E ogni giorno Michele Albanese sceglieva di non farlo.

Diceva: «Faccio solo il mio lavoro».
Frase che in un Paese normale sarebbe modestia.
In Italia è una provocazione.

Noi siamo la patria dei grandi discorsi sulla legalità, delle giornate della memoria, dei convegni sulla mafia con buffet finale.
La mafia, invece, odia la ripetizione. Non teme l’indignazione — teme l’abitudine dell’onestà.

Albanese non faceva articoli-evento.
Faceva articoli-continuità.

Tornava. Insisteva. Collegava.
Non cercava la frase brillante ma il nome giusto.
E la mafia non teme chi denuncia: teme chi ricostruisce.

Quando le intercettazioni rivelarono la condanna a morte decisa dalle cosche della Piana di Gioia Tauro, lo Stato gli diede una scorta.
Una scorta protegge il corpo, non restituisce la vita.

Da quel giorno ogni gesto quotidiano divenne complicato: uscire, fermarsi, improvvisare, sbagliare strada — tutto proibito.
La libertà, per un uomo libero, ridotta a percorso autorizzato.

Eppure non tacque.
Perché la ’ndrangheta prospera dove la normalità arretra.
E la normalità è un cronista che continua a scrivere.

Nelle redazioni centrali si parla di mafia come fenomeno.
In provincia è un vicino di casa.

Albanese conosceva la differenza tra un fatto e una versione.
Sapeva che la ndrangheta non è coppola ma contabilità, non lupara ma consenso.
Non è un mondo a parte: è una parte del mondo.

Per questo dava fastidio.

E dava fastidio anche quando si occupava dei colleghi minacciati: i giornalisti senza fama, quelli che non finiscono nei talk show ma nei verbali.
In Italia la solitudine è il primo alleato della criminalità.
La seconda è la nostra distrazione.

Andava nelle scuole. Non a fare il martire — a spiegare il mestiere.
Diceva ai ragazzi che la libertà di stampa non è un diritto acquisito: è un rischio in corso.

Parole semplici. Parole rare.

Ora la Calabria piange.
Ma il pianto, in questo Paese, è spesso una forma di assoluzione collettiva: ci emozioniamo per evitare di cambiare.

Ogni cronista che cade — sotto i colpi o sotto gli anni di vita blindata — riduce un poco la nostra libertà. Non metaforicamente: matematicamente.

Michele Albanese non ha sacrificato la vita per la patria, formula che piace ai retori.
Ha sacrificato la normalità per la coerenza.

E la coerenza, in Italia, è rivoluzionaria perché non è negoziabile.
Non cerca consenso, non cerca protezione morale, non cerca neppure riconoscenza.

Chiede solo una cosa: continuità.

Che è esattamente ciò che noi, di solito, non diamo mai ai morti giusti.

Luigi Palamara 
Giornalista e Artista Aspromontàno

Posta un commento

0 Commenti