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Referendum sulla Giustizia. La strumentalizzazione della verità: Gratteri sotto attacco.

Referendum sulla Giustizia. La strumentalizzazione della verità: Gratteri sotto attacco.

L'Editoriale di Luigi Palamara 

In una fredda serata di febbraio esattamente il 12 2026, Corrado Formigli ha ospitato Nicola Gratteri nella trasmissione Piazza Pulita. Il Procuratore Capo di Napoli, volto storico della lotta alla ‘ndrangheta, ha parlato chiaro, senza mezze parole, con quella schiettezza che da sempre contraddistingue la sua vita e il suo lavoro. Eppure, come spesso accade in Italia, la verità sembra non bastare. Una sua intervista è stata immediatamente strumentalizzata, piegata, distorta: Gratteri è diventato bersaglio di polemiche che poco hanno a che fare con il merito delle sue parole.

Il tema era delicato: il referendum sulla giustizia. Formigli ha chiesto al Procuratore di spiegare le sue affermazioni sul voto in Calabria, e Gratteri ha risposto con la consueta lucidità. Ha detto che a votare sì saranno anche soggetti a cui conviene un sistema giudiziario indebolito: centri di potere deviati, elementi collusi, ambienti legati alla malavita organizzata. Ma ha precisato — e qui la strumentalizzazione ha fatto il suo ingresso — che tra i sì ci saranno anche persone perbene, cittadini onesti che credono nella legalità e nella giustizia.

Eppure alcuni commentatori e politici hanno voluto leggere tra le righe, trasformando il ragionamento del Procuratore in un’affermazione assoluta e semplicistica: tutti quelli che votano sì sarebbero mafiosi o massoni deviati. Nulla di più lontano dalla realtà. Gratteri lo ha detto, lo ha ribadito con fermezza: chi interpreta diversamente lo fa in malafede. Lo ha detto chi vive sotto scorta da trentacinque anni, chi ha combattuto la ‘ndrangheta arrestando centinaia di latitanti, chi ha rischiato la vita più volte pur di difendere lo Stato e la legalità.

Leggere le sue parole fuori dal contesto non è solo scorretto: è pericoloso. Perché Gratteri non parla per attaccare o seminare paura. Parla per raccontare la realtà di una regione e di un Paese in cui la giustizia non è mai abbastanza efficiente per contrastare chi si muove nell’ombra. Non si tratta di politica, né di schieramenti: si tratta di legalità. Eppure, strumentalizzare le sue parole è diventato uno sport nazionale, utile a delegittimarlo, a creare polemica, a spaventare i cittadini.

Quando Gratteri racconta la Calabria, la ‘ndrangheta, i centri di potere deviati, lo fa con la stessa lucidità con cui un generale descriverebbe il campo di battaglia: senza drammi inutili, ma senza nascondere i nemici e i pericoli. Non è un atto politico, ma un atto di verità. E chi vuole trasformarlo in polemica lo fa con la consapevolezza che la paura, in Italia, è spesso più potente della legge.

In questa intervista con Formigli, Gratteri ha ricordato la sua storia: anni sotto scorta, minacce costanti, una vita spesa per arrestare e perseguire criminali. Ha raccontato, senza retorica, la fatica, il sacrificio, la dedizione di chi crede nella giustizia come unico vero baluardo dello Stato. Ed è per questo che la sua voce va ascoltata, non distorta. È una voce che denuncia la strumentalizzazione di un Paese che teme la verità.

La morale è chiara: Gratteri non ha bisogno di difendersi da chi travisa le sue parole. Ha bisogno che l’Italia capisca che chi parla di legalità non è mai inoffensivo, non è mai neutrale, perché dice ciò che molti non vogliono sentire. Chi tenta di strumentalizzare le sue parole lo fa per delegittimarlo, per sviare l’attenzione dal cuore del problema: la lotta alla mafia e la difesa della giustizia.

E allora resta il dovere di guardare la realtà in faccia. E resta il diritto di chi dice la verità a non essere tradito dalle interpretazioni altrui. Gratteri parla chiaro. Chi vuole comprenderlo deve avere il coraggio di ascoltare, non di strumentalizzare.

Luigi Palamara 
Giornalista e Artista Aspromontàno

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