Roccaforte del Greco, il coraggio di restare. E soprattutto di tornare.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Un vizio antico, in Calabria, che non conosce crisi né vergogna: parlare male di ciò che non si ha il coraggio di difendere. È il vizio dei leggeri, di quelli che non prendono posizione perché prendere posizione pesa. Galleggiano. Come il polistirolo. Non affondano, è vero. Ma non costruiscono nulla. E col tempo si sbriciolano anche loro, come i parapetti lungo la Strada Provinciale: corrosi, inutili, lasciati lì a segnare il confine tra l’incuria e l’abitudine.
A Roccaforte del Greco la strada sale lenta. Le case si tengono l’una all’altra come vecchi che non vogliono cadere.
«Qui una volta c’era gente», dice un uomo seduto su una sedia impagliata, davanti all’uscio.
«E ora?»
«Ora c’è silenzio. Ma il silenzio pesa più del rumore.»
Roccaforte del Greco è uno di quei luoghi che l’Italia distratta ha già archiviato con una parola comoda: “perduto”. Un paese ridotto a cartolina nostalgica, buono per una sagra e per le fotografie malinconiche di chi se n’è andato. E invece è ancora vivo. Vivo perché c’è chi sogna in silenzio. Vivo perché resistono emozioni lontane. Vivo perché qualcuno ha deciso che “ritornare” non è una poesia da dire, ma una fatica da affrontare. Un cambiamento da pagare.
In piazza, sotto l’ombra corta del pomeriggio, due donne parlano piano.
«Mio figlio dice che qui non c’è futuro.»
«Il futuro non c’è mai stato», risponde l’altra. «Ce lo siamo sempre dovuti fare da soli.»
Lo spopolamento è la vera peste del nostro tempo. Non fa rumore, non scandalizza, non apre i telegiornali. Ma uccide. Lentamente. Senza spari. È una morte educata, per questo tollerata. E davanti a questa agonia silenziosa, l’Italia produce il suo peggiore spettacolo: commentatori, ironici, sapienti. Gente che non propone, non rischia, non firma nulla. Gente che scambia il pessimismo per intelligenza e la critica per coraggio. Quando invece è solo vigliaccheria ben pettinata.
Basterebbe camminare per il paese per smentirli. Zero cantieri aperti. Edifici che si sgretolano. Spazi sociali assenti. Scuole scomparse. Impianti sportivi cancellati. Strade e servizi ridotti a promessa.
Un ragazzo guarda un edificio chiuso, le finestre sbarrate.
«Che cos’era?»
«La scuola», gli risponde un anziano.
«E perché l’hanno chiusa?»
L’uomo alza le spalle: «Perché i bambini se ne sono andati prima dei muri.»
La scuola. Sempre lei. Perché senza bambini un paese è già morto, anche se continua a respirare per inerzia. La scuola non è solo un edificio: è una dichiarazione di intenti. Dire “qui c’è una scuola” significa dire “qui c’è futuro”. E quella dichiarazione, a Roccaforte del Greco, è stata ritirata da anni.
Non esiste più un campo sportivo.
«Qui giocavamo tutti i giorni», dice qualcuno indicando un pezzo di terra invaso dalle erbacce.
«E ora?»
«Ora è una discarica a cielo aperto»
La chiesa, al centro del paese, sembra un edificio sopravvissuto a un bombardamento. I mattoni e il ferro arrugginito tengono ancora, come per ostinazione. Eppure tutto scivola via, come se fosse normale. Come se fosse giusto così.
Certo, tutto questo costa. Costa denaro, tempo, errori, responsabilità. Ma la politica serve a questo: scegliere, rischiare, rispondere. Non a piacere a tutti. Non a galleggiare. Chi cerca il consenso dovrebbe almeno avere il pudore di non chiamarlo amministrazione.
Roccaforte del Greco oggi è un atto di accusa contro la rassegnazione. È la prova che amministrare non significa accompagnare il declino, ma tentare di fermarlo. E chi non sopporta questa fatica, chi preferisce il sarcasmo al lavoro, faccia pure: se ne vada. I paesi non si salvano con le battute.
Davanti a una casa chiusa, una donna dice:
«Io tornerei.»
«E perché?»
«Perché qualcuno deve pur aprire le finestre.»
Gli altri — quelli che restano, stanchi ma presenti, e quelli che vorrebbero tornare — sono pronti a dare una mano. E la storia, quando passa per questi vicoli, non chiede permesso ai commentatori. Non ascolta chi ride. Guarda i fatti. E va avanti.
Luigi Palamara
Giornalista e Artista Aspromontàno
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