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GOM, l’anticamera dell’inferno: tra medici aggrediti e malati dimenticati. Se il Pronto Soccorso è solo un’insegna sbiadita.

GOM, l’anticamera dell’inferno: tra medici aggrediti e malati dimenticati. Se il Pronto Soccorso è solo un’insegna sbiadita.
Il racconto di Luigi Palamara 
La notte al Pronto Soccorso del Grande Ospedale Metropolitano di Reggio Calabria aveva sempre lo stesso odore: disinfettante, stanchezza e mare lontano.

Il mare non si vedeva, ma si sentiva nell’aria umida e gelida di una notte di marzo che entrava dalle porte automatiche che si aprivano e chiudevano di continuo. E ogni volta che si aprivano, entrava altra gente.

Perché quel Pronto Soccorso era pieno sempre.
Di giorno e di notte.
D’inverno e d’estate.

Gente seduta fuori sulle panchine, gente appoggiata ai muri dei corridoi, gente che aspettava con gli occhi fissi nel vuoto.

Il dottor Antonio uscì dalla sala visite passandosi una mano sugli occhi. Il turno era cominciato molte ore prima, e gli sembrava già di avere addosso due giornate intere.

Poco prima avevano portato via il collega Matteo, spinto e strattonato da un uomo furioso che non voleva più aspettare.

Antonio si fermò nel corridoio, dove la luce bianca cadeva sui pavimenti consumati.

«Aggredire un medico,» disse piano, quasi tra sé e sé, «significa aggredire chi ogni giorno prova a prendersi cura della salute degli altri

Poi aggiunse:

«La violenza contro chi lavora qui dentro è intollerabile.»

Una donna seduta vicino alla parete alzò lo sguardo. Si chiamava Rosa, aveva il volto segnato da una notte lunga.

«E il rispetto per gli ammalati, dottore?» disse con voce che tremava appena. «Di quello chi parla?»

Antonio rimase fermo.

Rosa continuò, indicando con la mano il corridoio.

«Chi non ha raccomandazioni aspetta ore. Gli anziani vengono punti e ripunti per trovare una vena. I malati restano sporchi nei letti. Qualcuno non riesce neanche a tenere una forchetta in mano e resta senza mangiare

Si fermò un attimo.

«Questa è la realtà.»

Il corridoio era lungo e stretto, e le pareti mostravano crepe sottili come vene sotto l’intonaco.

Il Pronto Soccorso del GOM era così da anni.
Un luogo dove tutto sembrava stanco.

I pavimenti erano deteriorati, macchiati da un tempo che non si cancellava con i detersivi. I bagni puzzavano di umidità e di candeggina vecchia. Le sedie della sala d’attesa erano consumate dal peso di migliaia di attese.

L’ospedale, a guardarlo bene, sembrava dire ogni giorno la stessa frase muta:
non ne posso più.

Dietro il banco dell’accettazione intervenne Lucia, che lavorava lì da tanti anni.

«La violenza non è mai giusta,» disse con calma. «Ma non solo contro i medici. Vale per tutti: per chi lavora qui dentro e per chi soffre su quelle barelle.»

Antonio abbasso il capo lentamente.

Perché la verità era sotto gli occhi di tutti.

In quel Pronto Soccorso lavoravano pochi medici, pochissimi infermieri e qualche operatore socio-sanitario che correva da una stanza all’altra con la fatica negli occhi.

Facevano il possibile.
A volte anche più del possibile.

Ma lo sforzo, pur nobile, non bastava.

Il posto si chiamava Pronto Soccorso, ma di pronto, spesso, c’era solo la scritta sopra la porta.

Per essere visitati passavano anche nove ore.

Nove ore di sedie scomode, di sospiri, di sguardi verso il display degli smartphone per 'ammazzare' il tempo che avanzava lentamente come un orologio rotto.

Nove ore in cui la pazienza della gente veniva messa alla prova.

Lucia guardò la sala d’attesa.

C’erano vecchi piegati su se stessi, madri con bambini addormentati sulle ginocchia, uomini che camminavano avanti e indietro come animali in gabbia.

«La verità,» disse piano, «è che qui dentro tutti soffrono. Chi lavora e chi aspetta.»

Antonio guardò il corridoio pieno.

Barelle lungo le pareti.
Cartelle cliniche sulle sedie.
Un infermiere che correva con un monitor tra le mani.

Il mare continuava a respirare fuori dall’ospedale.

Dentro, invece, il tempo sembrava fermo.

Lucia riprese a parlare.

«La violenza è violenza ovunque. Che sia contro un medico o contro un paziente. Che sia fatta con le mani o con le parole.»

Antonio rimase in silenzio.

Perché sapeva che in quel luogo accadeva qualcosa di strano.

A forza di aspettare, a forza di dolore e di stanchezza, la gente si dimenticava perfino di essere malata.

E molti, ormai, evitavano anche di venire lì.

Il Pronto Soccorso del GOM, per qualcuno, non era più un posto dove cercare aiuto.

Sembrava piuttosto l’anticamera di un girone infernale, dove si entrava con la speranza e si usciva con la stanchezza.

Una barella passò davanti a loro spinta di corsa.

Un uomo respirava piano, con gli occhi chiusi.

Tutti si fecero da parte.

Perché in quel luogo, nonostante tutto — i muri stanchi, le attese infinite, la rabbia e la fatica — ogni tanto accadeva ancora qualcosa di semplice e potente:
qualcuno cercava di salvare qualcun altro.

Ed era forse per questo che, ogni notte, le porte del Pronto Soccorso continuavano ad aprirsi.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

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