CartaStraccia.News

“Carta Straccia”, nel nome la provocazione, nel contenuto la sostanza. Leggetelo. Non per abitudine, ma per scelta.

Editors Choice

3/recent/post-list

Gioia Tauro, la solita frontiera dove lo Stato arriva sempre dopo.

Gioia Tauro, la solita frontiera dove lo Stato arriva sempre dopo.
L'Editoriale di Luigi Palamara 
Esistono città che in Italia non riescono mai a essere semplicemente città. Devono essere simboli, bersagli, casi giudiziari, laboratori del sospetto, trincee della Repubblica e, insieme, discariche delle sue ipocrisie. Gioia Tauro è una di queste. Non le è concesso il lusso della normalità. Quando si pronuncia il suo nome, non si pensa a una comunità, a famiglie, a strade, a commerci, a ragazzi che vanno a scuola, ad amministratori eletti. No. Si pensa subito a un dossier, a una cosca, a un’indagine, a un commissariamento possibile, a un’emergenza permanente che dura da decenni e che ha finito per diventare sistema.

Il 10 aprile 2026 il Prefetto di Reggio Calabria, Clara Vaccaro, ha disposto l’insediamento di una Commissione d’accesso antimafia presso il Comune. Atto grave, naturalmente. Atto previsto dalla legge, naturalmente. Atto che non equivale a una sentenza, ma che pesa come una condanna preventiva nell’immaginario pubblico. Perché in Calabria, e più ancora a Gioia Tauro, basta l’ombra per fabbricare il mostro, il dubbio per costruire il teorema, l’accesso per far passare l’idea che il verdetto sia già scritto.

Ma le cose serie meritano di essere trattate con serietà. E dunque bisogna dire due verità, tutte e due scomode.

La prima: lo Stato ha il dovere di controllare. Sempre. Soprattutto dove la criminalità organizzata ha storicamente cercato di infiltrarsi, insinuarsi, comprare, intimidire, orientare. Nessun democratico serio può scandalizzarsi per un accertamento. Quando c’è il rischio di condizionamento mafioso, lo Stato non può essere timido, distratto o sentimentale. Deve vedere, capire, verificare. Questo è il suo mestiere.

La seconda verità, altrettanto scomoda, è che in Italia il sospetto è spesso amministrato con una leggerezza feroce. Si manda una Commissione, si apre una stagione di veleni, si appende una città al gancio dell’infamia, e intanto il dibattito pubblico si riempie dei soliti sciacalli: i professionisti del sottinteso, gli speziali del “si dice”, i devoti della mezza prova che vale più di una prova intera purché faccia rumore. È una liturgia antica: si annuncia la purificazione e si produce il fango.

La sindaca Simona Scarcella, nel video con cui ha dato notizia del provvedimento, ha detto che si tratta di una “notizia molto brutta per la città”, ma ha anche rivendicato la propria serenità. Una parola che in tempi normali sembrerebbe quasi di circostanza, e che invece, in certe latitudini civili e morali, diventa una sfida. Perché dichiararsi sereni mentre ti piombano addosso gli occhi dello Stato significa assumersi una responsabilità pubblica totale: vuol dire dire ai cittadini “guardateci”, “controllateci”, “misurateci sui fatti”.

E sui fatti, appunto, la sindaca ha scelto di giocarsela. Ha rivendicato l’uso della Stazione Unica Appaltante, l’applicazione della normativa antimafia, la riscossione dei tributi, il contrasto alle infrazioni, la gestione dei beni confiscati sottratti alla criminalità e restituiti ai cittadini. Sono affermazioni politiche prima ancora che difensive. E meritano un esame rigoroso, non una lapidazione preventiva.

Certo, c’è anche un altro punto, ed è il più delicato di tutti. In territori come questi, nessuno può permettersi il lusso dell’ingenuità. Le mafie non si presentano più soltanto con il volto rozzo dell’intimidazione plateale. Entrano nelle pieghe dell’amministrazione, si travestono da consuetudine, da favore, da intermediazione, da silenzio complice, da abitudine burocratica. Per questo la Commissione dovrà lavorare con scrupolo, senza isterie e senza indulgenze. Dovrà cercare fatti, non suggestioni. Relazioni, non dicerie. Condizionamenti veri, non convenienze narrative.

Il guaio è che in Italia, troppo spesso, intorno alle Commissioni d’accesso si costruisce una doppia menzogna. Da una parte c’è chi le trasforma in clava politica: “sono arrivati, quindi qualcosa sotto c’è”. Dall’altra c’è chi le liquida come formalità persecutorie: “è solo un attacco, finirà in nulla”. Entrambe le letture sono sbagliate. La Commissione non è una sentenza, ma non è neppure una barzelletta. È uno strumento eccezionale, che dovrebbe restare tale. E proprio per questo va sottratto al circo dei commentatori a pagamento e dei tifosi di cortile.

A Gioia Tauro, intanto, si consuma il dramma tipico del Sud più esposto e più ferito: una città che cerca di cambiare, e che però vive sotto il peso di una storia che non passa mai. Ogni passo avanti deve essere autenticato, certificato, controfirmato, quasi che la volontà popolare da sola non basti. La democrazia locale resta formalmente intatta, ma politicamente sospesa. L’amministrazione continua a esercitare le proprie funzioni, certo, però sotto quella cappa che in Italia conosciamo bene: non ancora colpevoli, non ancora assolti, già giudicati da tutti.

Ed è qui che la politica dovrebbe finalmente ritrovare un briciolo di dignità. Perché il punto non è schierarsi a occhi chiusi con la sindaca o con la Prefettura. Il punto è pretendere che ciascuno faccia fino in fondo il proprio dovere. Il Prefetto con la prudenza e la fermezza delle istituzioni. La Commissione con la freddezza dei servitori dello Stato. La sindaca con la trasparenza di chi amministra una città difficile e sa che, in certi contesti, l’onestà non basta dichiararla: bisogna documentarla ogni giorno. E i cittadini con la pazienza vigile di chi non si lascia né intimidire né sedurre.

Perché una cosa deve essere chiara. La lotta alla mafia non può diventare una liturgia che umilia i territori senza riuscire a liberarli davvero. Se l’accesso produrrà elementi concreti, lo Stato dovrà andare fino in fondo, senza tremare. Se invece non emergeranno infiltrazioni o condizionamenti, allora qualcuno dovrà avere il coraggio di dire con altrettanta chiarezza che una città non può restare ostaggio eterno del proprio nome, della propria geografia, del proprio passato.

La vera posta in gioco non è soltanto il destino dell’amministrazione Scarcella. È qualcosa di più grande e di più amaro: capire se in certe parti d’Italia lo Stato sappia ancora distinguere tra prevenzione e pregiudizio, tra controllo e scomunica, tra rigore e teatralità morale.

Per tre mesi, forse sei, Gioia Tauro sarà osservata speciale. Bene. Ma che lo sia con giustizia, non con gusto. Con disciplina, non con eccitazione. Con senso dello Stato, non con il riflesso condizionato del sospetto.

Perché i cittadini hanno diritto alla verità. Non al romanzo.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

Dichiarazione integrale della sindaca di Gioia Tauro, Simona Scarcella

Carissimi cittadini, faccio questo video per darvi una notizia che io ritengo molto brutta per la nostra città. Questa mattina il Prefetto di Reggio Calabria ha disposto che al Comune di Gioia Tauro si insedi la Commissione d’accesso per verificare la regolarità dei nostri atti. È una procedura che, purtroppo, è stata utilizzata in tantissimi Comuni, anche vicino a noi, e che ha prodotto effetti nefasti.

Noi siamo sereni. Sereni perché sappiamo come abbiamo amministrato. In questi quasi due anni di attività istituzionale abbiamo dimostrato con i fatti la linearità della nostra azione amministrativa. A differenza di chi ci ha preceduto, abbiamo fatto le gare soltanto attraverso la SUAP. A differenza di chi ci ha preceduto, abbiamo applicato la normativa antimafia.

Abbiamo riscosso i tributi, abbiamo accertato infrazioni e sanzionato queste infrazioni. Con i fatti abbiamo contrastato la criminalità, togliendo materialmente dalle loro mani i beni confiscati alla criminalità organizzata e restituendoli ai cittadini.

Chi vi parla lo fa con la serenità di una persona che proviene da una famiglia che ha fatto dell’onestà il proprio simbolo. Sono figlia di genitori che nella loro vita non hanno mai avuto bisogno di rispondere nemmeno per una contravvenzione al Codice della strada. Non ho fratelli pregiudicati, non ho parenti pregiudicati, non ho fratelli sposati con pregiudicati né collaboratori di giustizia. Sono una persona perbene e, con me, lo sono tutti gli assessori e tutti i consiglieri comunali.

Io sono certa e sicura che la Commissione d’accesso, formata da persone valide e competenti, saprà valutare con opportuna serenità tutti gli atti amministrativi che noi abbiamo prodotto. E posso affermare, con il coraggio e con la determinazione che caratterizzano la mia persona e con l’onestà che ha caratterizzato tutta la mia vita, che l’unica forma di condizionamento che questa amministrazione comunale ha avuto è stata quella di voler fare il bene della città di Gioia Tauro.

È una città che sta cambiando, una città che è diventata un’altra città in due anni. E combatteremo con tutte le nostre forze nel rispetto della volontà popolare, che è sovrana, e nel rispetto della democrazia dei cittadini. Io mi siedo su questa sedia perché sono i cittadini che hanno voluto che sia così. Gioia Tauro verrà sempre difesa, verrà sempre tutelata, perché questo processo di cambiamento che è stato avviato venga portato avanti.

La mia serenità spero che sia la serenità di tutti i cittadini di Gioia Tauro, che devono sentirsi garantiti dal fatto che l’amministrazione comunale, oggi come domani, come dopodomani, finché la Commissione d’accesso non avrà finito la sua attività, continuerà ad amministrare come ha fatto fino a oggi. Devono sentirsi garantiti dal fatto che la nostra posizione di rispetto della legge è sempre stata assoluta.

Lo abbiamo dimostrato con i fatti, con la nostra serenità, con il nostro essere vicini ai cittadini. E lo dimostreremo ancora una volta. Sarà una buona occasione per evidenziare la differenza tra le chiacchiere e i fatti. Questo è il momento degli sciacalli: lasciamogli il loro momento di gloria. In genere si aggirano attorno ai cadaveri, ma qui il cadavere non c’è. C’è una città che merita rispetto e che merita di essere tutelata e protetta da tutti, ma in primis dal sindaco che oggi vi sta parlando. Grazie a tutti e, con serenità, vi dico: continuiamo a lavorare come abbiamo fatto fino a oggi”.
@luigi.palamara

Gioia Tauro, la solita frontiera dove lo Stato arriva sempre dopo. L'Editoriale di Luigi Palamara Esistono città che in Italia non riescono mai a essere semplicemente città. Devono essere simboli, bersagli, casi giudiziari, laboratori del sospetto, trincee della Repubblica e, insieme, discariche delle sue ipocrisie. Gioia Tauro è una di queste. Non le è concesso il lusso della normalità. Quando si pronuncia il suo nome, non si pensa a una comunità, a famiglie, a strade, a commerci, a ragazzi che vanno a scuola, ad amministratori eletti. No. Si pensa subito a un dossier, a una cosca, a un’indagine, a un commissariamento possibile, a un’emergenza permanente che dura da decenni e che ha finito per diventare sistema. Il 10 aprile 2026 il Prefetto di Reggio Calabria, Clara Vaccaro, ha disposto l’insediamento di una Commissione d’accesso antimafia presso il Comune. Atto grave, naturalmente. Atto previsto dalla legge, naturalmente. Atto che non equivale a una sentenza, ma che pesa come una condanna preventiva nell’immaginario pubblico. Perché in Calabria, e più ancora a Gioia Tauro, basta l’ombra per fabbricare il mostro, il dubbio per costruire il teorema, l’accesso per far passare l’idea che il verdetto sia già scritto. Ma le cose serie meritano di essere trattate con serietà. E dunque bisogna dire due verità, tutte e due scomode. La prima: lo Stato ha il dovere di controllare. Sempre. Soprattutto dove la criminalità organizzata ha storicamente cercato di infiltrarsi, insinuarsi, comprare, intimidire, orientare. Nessun democratico serio può scandalizzarsi per un accertamento. Quando c’è il rischio di condizionamento mafioso, lo Stato non può essere timido, distratto o sentimentale. Deve vedere, capire, verificare. Questo è il suo mestiere. La seconda verità, altrettanto scomoda, è che in Italia il sospetto è spesso amministrato con una leggerezza feroce. Si manda una Commissione, si apre una stagione di veleni, si appende una città al gancio dell’infamia, e intanto il dibattito pubblico si riempie dei soliti sciacalli: i professionisti del sottinteso, gli speziali del “si dice”, i devoti della mezza prova che vale più di una prova intera purché faccia rumore. È una liturgia antica: si annuncia la purificazione e si produce il fango. La sindaca Simona Scarcella, nel video con cui ha dato notizia del provvedimento, ha detto che si tratta di una “notizia molto brutta per la città”, ma ha anche rivendicato la propria serenità. Una parola che in tempi normali sembrerebbe quasi di circostanza, e che invece, in certe latitudini civili e morali, diventa una sfida. Perché dichiararsi sereni mentre ti piombano addosso gli occhi dello Stato significa assumersi una responsabilità pubblica totale: vuol dire dire ai cittadini “guardateci”, “controllateci”, “misurateci sui fatti”. E sui fatti, appunto, la sindaca ha scelto di giocarsela. Ha rivendicato l’uso della Stazione Unica Appaltante, l’applicazione della normativa antimafia, la riscossione dei tributi, il contrasto alle infrazioni, la gestione dei beni confiscati sottratti alla criminalità e restituiti ai cittadini. Sono affermazioni politiche prima ancora che difensive. E meritano un esame rigoroso, non una lapidazione preventiva. Certo, c’è anche un altro punto, ed è il più delicato di tutti. In territori come questi, nessuno può permettersi il lusso dell’ingenuità. Le mafie non si presentano più soltanto con il volto rozzo dell’intimidazione plateale. Entrano nelle pieghe dell’amministrazione, si travestono da consuetudine, da favore, da intermediazione, da silenzio complice, da abitudine burocratica. Per questo la Commissione dovrà lavorare con scrupolo, senza isterie e senza indulgenze. Dovrà cercare fatti, non suggestioni. Relazioni, non dicerie. Condizionamenti veri, non convenienze narrative. Il guaio è che in Italia, troppo spesso, intorno alle Commissioni d’accesso si costruisce una doppia menzogna. Da una parte c’è chi le trasforma in clava politica: “sono arrivati, quindi qualcosa sotto

♬ audio originale - Luigi Palamara

Posta un commento

0 Commenti