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Reggio Calabria. Paolone Gas non è il problema. Il problema sono quelli che lo hanno candidato.

Paolone Gas non è il problema. Il problema sono quelli che lo hanno candidato

IL CASTING DELLA VERGOGNA

Paolone Gas è solo il sintomo, o forse la malattia conclamata, di una politica distratta, senza segreterie, senza selezione, senza competenza.

Mentre la città si scandalizza per le uscite omofobe e gli strafalcioni del venditore di bombole, nessuno punta il dito contro i veri registi dell’operazione: una classe dirigente che usa il folklore come esca elettorale e poi si tappa il naso quando l’odore diventa nauseabondo.

L’Editoriale di Luigi Palamara


REGGIO CALABRIA – C’è qualcosa di profondamente vigliacco nello scandalo improvviso che oggi accompagna il nome di Paolo De Stefano, detto Paolone Gas. Vigliacco perché tutti fanno finta di scoprire adesso ciò che era evidente dal primo minuto: Paolone non è nato in una lista elettorale per partenogenesi. Qualcuno lo ha cercato, qualcuno lo ha voluto, qualcuno lo ha messo lì. E quel qualcuno, oggi, farebbe bene a smettere di nascondersi dietro la bombola.

La politica non è folclore. Non è una sagra, non è una diretta social, non è il teatrino del “personaggio” utile a raccattare voti dove la politica non arriva più. La politica è selezione, responsabilità, coraggio. E quando una lista decide di candidare un uomo noto soprattutto per la sua popolarità di strada, per il suo linguaggio ruvido, per la sua presenza sopra le righe, non può poi scandalizzarsi se quell’uomo rimane ciò che è sempre stato.

Paolone Gas non ha ingannato nessuno. Non si è presentato travestito da professore di diritto costituzionale, né da raffinato amministratore di scuola einaudiana. È Paolone. Lo sapevano tutti. Lo sapevano quelli che lo applaudivano, quelli che lo filmavano, quelli che ridevano, quelli che lo trasformavano in fenomeno da condividere al bar e sui telefoni. E soprattutto lo sapevano quelli che, a un certo punto, hanno pensato: “Questo porta voti”.

Ecco il peccato originale. Non Paolone. Loro.

Perché la vera indecenza non è il venditore di bombole che parla come sa, con i suoi limiti, le sue cadute, le sue frasi infelici, magari anche gravi. La vera indecenza è la classe politica che lo usa come esca elettorale e poi, quando l’esca puzza troppo, si tappa il naso e guarda altrove.

Ma qui c’è qualcosa di ancora più grave. La candidatura di Paolone Gas non è soltanto il frutto di una scelta sbagliata. È il prodotto di una politica che ha perso le sue officine, le sue segreterie, i suoi luoghi di discussione, di filtro, di formazione. Una volta, prima di mettere un nome in lista, c’erano sezioni, partiti, confronti, riunioni, litigi veri, perfino correnti. C’erano segreterie politiche capaci almeno di chiedersi: chi rappresenta questa persona? Che storia ha? Che idea di città porta? Che contributo può dare?

Oggi, invece, le liste spesso si fanno all’ultimo minuto, con il telefono in mano e la calcolatrice dei voti nell’altra. Si cercano nomi, non competenze. Facce, non idee. Pacchetti di preferenze, non persone preparate. Si riempiono caselle come si riempie un carrello al mercato: questo è conosciuto, quello ha parenti, quell’altro fa rumore, quell’altro ancora può portare cento voti. E così la politica diventa pesca a strascico: prende tutto, trascina tutto, sporca tutto.

In questo vuoto nasce il caso Paolone Gas. Non come incidente isolato, ma come conseguenza naturale. Dove non c’è selezione, entra chiunque. Dove non c’è formazione, vince l’improvvisazione. Dove non ci sono segreterie politiche degne di questo nome, decidono l’urgenza, la convenienza, il panico dell’ultima ora. E quando la politica smette di scegliere, finisce per raccogliere.

È troppo comodo fare del popolo un ornamento quando serve consenso e un imbarazzo quando chiede il conto. Troppo comodo chiamare “genuinità” ciò che ieri faceva comodo e “vergogna” ciò che oggi diventa scomodo. Troppo comodo, soprattutto, scaricare su Paolone Gas il fallimento di una selezione politica che non ha più criteri, non ha più pudore, non ha più il senso del limite.

La domanda non è: “Come può Paolone candidarsi?”. In democrazia può candidarsi quasi chiunque, e meno male. La domanda è un’altra: chi ha deciso che Paolone fosse la risposta politica a Reggio Calabria? Chi ha pensato che una città ferita, stanca, arrabbiata, tradita da anni di promesse e cantieri eterni, meritasse questo tipo di scorciatoia?

Perché qui sta il punto. Paolone Gas non è un incidente. È un sintomo. O peggio: è la malattia resa visibile di una politica distratta, frettolosa, poco selettiva, incapace di distinguere tra popolarità e rappresentanza, tra rumore e consenso, tra presenza scenica e capacità amministrativa.

È il risultato di una politica che ha smesso di formare, scegliere, educare, proporre. Una politica che non costruisce più classi dirigenti ma cerca facce riconoscibili. Non idee, ma visualizzazioni. Non programmi, ma rumore. Non cittadini, ma pubblico.

E allora è inutile indignarsi contro il personaggio, se prima non ci si indigna contro il casting.

Certo, le parole pesano. Le frasi contro gli omosessuali, se pronunciate nei termini riportati, non sono folklore: sono pregiudizio. E il pregiudizio, in una sede pubblica, non diventa più simpatico perché viene espresso con accento popolare o con modi da piazza. Ma proprio per questo la responsabilità maggiore ricade su chi ha preso quel linguaggio, quel personaggio, quel bagaglio umano e mediatico, e lo ha trasformato in candidatura.

Non si può mettere un uomo sul palco e poi accusarlo di parlare nel microfono. Non si può cercare il voto del “personaggio” e poi fingere stupore quando il personaggio fa il personaggio. Non si può usare Paolone Gas come calamita elettorale e poi lasciarlo solo quando diventa bersaglio.

Questa non è difesa dell’ignoranza. È accusa contro l’ipocrisia.

Paolone, con tutti i suoi limiti, almeno è riconoscibile. Quelli che lo hanno candidato, invece, no. Sono più sfuggenti. Parlano di rinnovamento, di reset, di popolo, di città, ma poi riducono tutto alla solita operazione da retrobottega: prendere ciò che fa rumore, metterlo in lista, sperare che frutti, e pazienza se la politica diventa una barzelletta.

No, la politica non è folclore. Ma non lo diventa per colpa di Paolone Gas. Lo diventa quando chi dovrebbe custodirne la serietà la svende al primo fenomeno utile. Lo diventa quando il voto viene trattato come una pesca a strascico. Lo diventa quando una città viene guardata non come comunità da governare, ma come platea da intrattenere.

E diventa ancora peggio quando non esistono più luoghi politici capaci di dire no. Perché la democrazia non vive soltanto di candidature: vive anche di responsabilità nella scelta delle candidature. Una lista elettorale non è un autobus su cui sale chi capita. È una proposta di governo. È un messaggio alla città. È il biglietto da visita di chi chiede fiducia.

Se quel biglietto da visita è scritto male, non si può dare la colpa alla penna.

Reggio Calabria non deve chiedersi se Paolone Gas sia all’altezza della politica. Deve chiedersi se la politica che lo ha candidato sia ancora all’altezza di Reggio Calabria.

Perché Paolone, alla fine, è solo Paolone.

Il problema sono quelli che, sapendo benissimo chi fosse, gli hanno aperto la porta e poi hanno fatto finta di non conoscere l’indirizzo.

Giù le mani da Paolone Gas.

Non perché sia intoccabile. Non perché ogni sua frase sia difendibile. Non perché la politica debba abbassarsi al folklore. Ma perché il bersaglio comodo, oggi, rischia di diventare l’alibi perfetto per assolvere i veri responsabili: quelli che hanno confuso il consenso con il circo, la rappresentanza con la notorietà, la lista elettorale con una rete buttata a mare all’ultimo minuto.

E quando la politica pesca a strascico, non può scandalizzarsi se nella rete trova ciò che essa stessa ha deciso di tirare su.

Luigi Palamara
Giornalista e Artista Aspromontàno


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