ALTERNATIVA POPOLARE NELLA CITTÀ METROPOLITANA
REGGIO CALABRIA SI SVEGLIA: CANNIZZARO E RIPEPI STRACCIANO IL VELO DELL'INERZIA
Il deputato che molla Roma per le buche della sua terra e il "combattente" che non abbassa la guardia: il patto della dignità per smetterla di essere gli ultimi della classe e tornare padroni del Mediterraneo.
Reggio Calabria, il coraggio di chi non vuole più restare ultimo
L'Editoriale di Luigi Palamara
Una cosa che, in politica, non si può comprare: la temperatura di una sala. I manifesti si stampano, gli slogan si inventano, le strette di mano si organizzano. Ma il calore no. Quello o c’è o non c’è. E nella serata di Alternativa Popolare, a Reggio Calabria, il calore c’era. Non quello finto delle liturgie elettorali, ma quello ruvido, impaziente, perfino arrabbiato, di una comunità che non vuole più sentirsi raccontare favole mentre le strade restano rotte, i servizi arrancano, i fondi si perdono e la città più bella del mondo continua a essere trattata come una periferia del destino.
In questo clima sono emerse due figure centrali: Francesco Cannizzaro e Massimo Ripepi. Due temperamenti diversi, due storie politiche diverse, due modi diversi di stare sulla scena pubblica. Ma uniti da un punto essenziale: Reggio Calabria non può più permettersi l’amministrazione dell’inerzia.
Cannizzaro si è presentato non come il candidato dell’attesa, ma come il candidato della decisione. E questa, oggi, è già una notizia. Perché Reggio ha conosciuto troppi anni di annunci evaporati, di occasioni mancate, di programmi rimasti nei cassetti, di fondi disponibili e non spesi, di opere iniziate e non consegnate, di strutture pronte e abbandonate. Cannizzaro ha scelto di lasciare un posto sicuro, il Parlamento, per affrontare la sfida più rischiosa: rimettere mano alla macchina amministrativa di una città complessa, ferita, ma ancora piena di risorse.
Non è una scelta comoda. E proprio per questo pesa.
Un parlamentare può continuare a vivere di ruolo, di visibilità, di dichiarazioni. Un candidato sindaco, invece, deve scendere nella polvere delle strade. Deve rispondere delle buche, dei rifiuti, dei servizi sociali, dei trasporti, del turismo che non decolla, delle famiglie che chiedono assistenza, degli imprenditori che investono e poi si trovano soli davanti a una burocrazia nemica. Cannizzaro questa sfida la sta caricando sulle spalle con un linguaggio diretto, talvolta sanguigno, ma comprensibile: Reggio non ha più tempo.
Il punto non è se al candidato scappi un congiuntivo in un comizio. Il punto è se una città possa ancora sopportare dodici anni di mediocrità amministrativa e poi fingere che il problema sia una parola pronunciata male. La politica ridotta alla caccia all’errore grammaticale è spesso il rifugio di chi non ha un’idea da mettere sul tavolo. Cannizzaro, invece, le idee le ha messe: aeroporto, porto, turismo, mobilità sostenibile, politiche sociali, valorizzazione dei beni culturali, fondi da recuperare, rapporti istituzionali da usare non per sfilare, ma per produrre risultati.
E qui sta uno dei passaggi più importanti del suo intervento: il rapporto con Roma e con la Regione non come ornamento, ma come strumento. A Reggio non servono passerelle. Servono canali aperti, decisioni rapide, delibere immediate, fondi messi a terra, progetti cantierabili. Cannizzaro rivendica la propria rete politica e istituzionale non come privilegio personale, ma come leva per la città. Se quella leva sarà usata bene, potrà diventare una delle differenze decisive tra il dire e il fare.
Accanto a lui, Massimo Ripepi rappresenta un’altra energia: quella dell’opposizione ostinata, della denuncia continua, della rabbia trasformata in presenza. Ripepi non è stato descritto come un comprimario, ma come un uomo che in questi anni ha incarnato una parte del malcontento reggino. Un malcontento che non nasce dall’antipatia politica, ma dall’esperienza quotidiana di una città che ha perso posizioni, servizi, decoro, fiducia.
Si può discutere il carattere di Ripepi, la sua irruenza, la sua ostinazione. Ma sarebbe ingeneroso non riconoscere che quella ostinazione, in una stagione di opposizioni spesso timide, ha tenuto accesa una luce. Ripepi ha protestato, denunciato, incalzato. Lo ha fatto anche quando era più facile tacere, aspettare, accomodarsi. La politica, quando è vera, non è una sala d’attesa. È una trincea. E Ripepi quella trincea l’ha abitata.
Cannizzaro lo ha riconosciuto pubblicamente, e non è un dettaglio. Perché una coalizione diventa credibile non quando cancella le differenze, ma quando riesce a trasformarle in forza comune. Tra Cannizzaro e Ripepi ci sono stati anche contrasti, momenti di distanza, perfino litigi. Ma proprio questo rende più solida l’alleanza: non nasce da una fotografia costruita, nasce da un percorso politico che ha conosciuto attriti e li ha superati davanti a un obiettivo più grande.
L’obiettivo si chiama Reggio Calabria.
Una Reggio che deve tornare città con la C maiuscola. Non per retorica municipale, ma per diritto storico, geografico, culturale. Reggio non è un margine. È una porta del Mediterraneo. È una città metropolitana che deve pretendere i poteri, le funzioni e la dignità che le spettano. È una città che possiede i Bronzi di Riace, e dunque possiede un patrimonio che altrove sarebbe diventato industria culturale, mito civile, economia permanente. Qui, invece, troppo spesso è rimasto un tesoro contemplato e non valorizzato.
Ripepi ha colto un punto essenziale: se i Bronzi fossero negli Stati Uniti, intorno a essi sarebbe nato un universo. Percorsi, merchandising, musei diffusi, eventi, narrazione, attrazione internazionale. A Reggio, invece, perfino un anniversario straordinario è stato vissuto senza la grandezza che meritava. Questa non è solo una critica culturale: è una critica economica. Ogni occasione non valorizzata è lavoro perso, turismo perso, identità sprecata.
Lo stesso vale per Gianni Versace. Una città che ha dato i natali a una delle figure più riconoscibili della moda mondiale non può limitarsi a ricordarlo distrattamente. Deve farne parte di una strategia culturale, turistica, identitaria. Reggio deve imparare a non vergognarsi dei propri giganti. Deve smettere di trattare le sue eccellenze come episodi isolati e cominciare a costruire una narrazione internazionale di sé.
Cannizzaro ha parlato di turismo con concretezza. Non basta portare i visitatori a Reggio: bisogna trattenerli. Se un turista arriva, resta due giorni e poi scappa verso la Sicilia o la Puglia, non è colpa del turista. È colpa di un’offerta insufficiente. Una città turistica deve essere pulita, viva, collegata, organizzata, capace di offrire ristorazione, cultura, mare, eventi, trasporti, servizi. Deve permettere agli imprenditori di lavorare tutto l’anno, non costringerli all’assurdità di montare e smontare strutture secondo logiche burocratiche ottuse.
La proposta di rendere stabile e ordinata l’attività dei ristoratori sul lungomare va letta così: non come una concessione a qualcuno, ma come un tassello di economia urbana. Le città crescono quando chi lavora viene messo nelle condizioni di lavorare. Reggio, invece, troppe volte ha punito chi investe, chi rischia, chi prova a costruire qualcosa.
Poi c’è il porto. Se Messina può attrarre navi da crociera, Reggio non può rassegnarsi a guardarle passare. Dire che non si può fare è spesso il modo più comodo per non fare nulla. Cannizzaro ha rovesciato l’approccio: si può fare, bisogna farlo, bisogna usare i fondi, bisogna rendere il porto parte di una strategia. E in una città che si affaccia sullo Stretto, il porto non è un accessorio. È una vocazione.
La stessa logica riguarda la mobilità sostenibile, la cabinovia, la collina di Pentimele, i fortini, il Parco Lineare Sud, il mercato ittico, le strade, le politiche sociali. Sono temi diversi, ma raccontano lo stesso problema: una città non si amministra con l’abbandono. Le opere non basta inaugurarle, bisogna consegnarle, gestirle, manutenerle, farle vivere. Una struttura lasciata marcire non è solo uno spreco di cemento: è un’offesa ai cittadini.
Particolarmente forte è stato il passaggio sulle politiche sociali. Una città si giudica anche da come tratta i più fragili. Se i fondi destinati ai disabili e alle fasce deboli si perdono, non siamo davanti a un semplice errore amministrativo. Siamo davanti a una ferita morale. La solidarietà non è una parola da convegno: è la misura minima della decenza pubblica. E qui l’incontro tra Cannizzaro e Ripepi può diventare politicamente significativo: il primo con la forza dei rapporti istituzionali e della capacità di governo, il secondo con una lunga esperienza di attenzione al disagio sociale.
Alternativa Popolare, in questa cornice, non si presenta come una lista ornamentale. Si presenta come parte di una squadra. Una lista composta da professionisti, docenti, operatori sociali, esperti amministrativi, persone del mondo sanitario, sindacale, culturale e associativo. Una lista che vuole portare competenze, non solo voti. E questo è un altro punto essenziale: Reggio non ha bisogno di tifoserie, ha bisogno di classe dirigente.
Paolo Alli, con il suo intervento, ha dato alla serata una cornice nazionale. Ha ricordato la lezione di De Gasperi: libertà della persona e solidarietà come dovere dello Stato. Non è una citazione da cerimonia. È una bussola. Se il centrodestra reggino vuole davvero governare bene, deve tenere insieme sviluppo e giustizia sociale, infrastrutture e fragilità, turismo e servizi, identità e amministrazione quotidiana.
La forza della serata è stata proprio questa: non la promessa di una bacchetta magica, ma l’idea di una riscossa organizzata. Cannizzaro ha chiesto una squadra larga. Ripepi ha portato la sua comunità politica dentro quella squadra. Alternativa Popolare ha rivendicato un ruolo leale, non subalterno. E Reggio, sullo sfondo, è apparsa per quello che è: una città stanca di essere ultima e troppo bella per rassegnarsi.
Naturalmente, le parole non bastano. Anzi, Reggio è piena di parole sepolte sotto la polvere dei programmi mai realizzati. La prova verrà dopo. Verrà con le prime delibere, con i cantieri, con i fondi recuperati, con le strade asfaltate davvero, con i servizi sociali rimessi in piedi, con il turismo organizzato, con i Bronzi e Versace trasformati in motori culturali, con il porto aperto a una nuova stagione, con la macchina comunale finalmente chiamata a correre.
Ma la politica, prima di diventare amministrazione, deve tornare a essere volontà. E in quella sala, almeno, la volontà si è vista.
Francesco Cannizzaro ha dato l’impressione di un uomo che non cerca una poltrona più bassa del Parlamento, ma una battaglia più alta. Massimo Ripepi ha confermato di essere un combattente politico che ha fatto della città la propria ossessione civile. Insieme, possono rappresentare una combinazione utile: decisione e denuncia, istituzione e territorio, governo e passione.
Reggio non ha bisogno di uomini perfetti. Gli uomini perfetti, di solito, esistono solo nei manifesti elettorali e nelle commemorazioni. Ha bisogno di uomini presenti, capaci, testardi, disposti a consumare le suole delle scarpe, come ha ricordato Paolo Alli. Ha bisogno di chi non guardi la città dall’alto, ma la attraversi. Di chi non si limiti a dire che Reggio è bella, ma si assuma il dovere di renderla finalmente all’altezza della sua bellezza.
Perché il punto è tutto qui: Reggio non deve essere consolata. Deve essere governata.
E se Cannizzaro e Ripepi sapranno trasformare questa energia in amministrazione, questa rabbia in metodo, questa visione in atti concreti, allora la serata di Alternativa Popolare non sarà ricordata come l’ennesimo appuntamento di campagna elettorale. Sarà ricordata come uno dei momenti in cui una parte di Reggio ha smesso di chiedere permesso e ha ricominciato a pretendere futuro.
Un futuro non regalato, non predicato, non recitato.
Un futuro da conquistare.
Con la città, per la città, e finalmente all’altezza della città.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
I candidati della lista Alternativa Popolare
- Massimo Antonino Ripepi, detto Tripepi
- Isabella Margherita Simona
- Ersilia Andidero
- Vincenzo Roberto Leo
- Giovanna Immacolata Barcella
- Danila Logoteta
- Elena Bisacchi
- Elisa Maria Mallamace
- Antonella Angela Mara Boz
- Gaia Mancini
- Giovanna Miriam Caristi
- Bruno Marino
- Teresa Chirico
- Michaela Claire Minniti
- Patrizia D’Aguì
- Antonio Perni
- Emilio Francesco De Paoli
- Angela Irene Principato
- Antonia Grazia Drommi
- Maria Letizia Romeo
- Bruno Falcomatà
- Maria Scaramozzino
- Maria Giovanna Ferro, detta Vania
- Paolo Scopelliti
- Eleonora Filocamo
- Francesco Stillittano
- Paolo Gatto
- Emilio Tramontana
- Carmela Iaconis, detta Carmen
- Francesco Trapani
- Emiliano Imbalzano
- Letterio Zappia, detto Lillo.
@luigi.palamara ALTERNATIVA POPOLARE NELLA CITTÀ METROPOLITANA REGGIO CALABRIA SI SVEGLIA: CANNIZZARO E RIPEPI STRACCIANO IL VELO DELL'INERZIA Il deputato che molla Roma per le buche della sua terra e il "combattente" che non abbassa la guardia: il patto della dignità per smetterla di essere gli ultimi della classe e tornare padroni del Mediterraneo. Reggio Calabria, il coraggio di chi non vuole più restare ultimo L'Editoriale di Luigi Palamara Una cosa che, in politica, non si può comprare: la temperatura di una sala. I manifesti si stampano, gli slogan si inventano, le strette di mano si organizzano. Ma il calore no. Quello o c’è o non c’è. E nella serata di Alternativa Popolare, a Reggio Calabria, il calore c’era. Non quello finto delle liturgie elettorali, ma quello ruvido, impaziente, perfino arrabbiato, di una comunità che non vuole più sentirsi raccontare favole mentre le strade restano rotte, i servizi arrancano, i fondi si perdono e la città più bella del mondo continua a essere trattata come una periferia del destino. In questo clima sono emerse due figure centrali: Francesco Cannizzaro e Massimo Ripepi. Due temperamenti diversi, due storie politiche diverse, due modi diversi di stare sulla scena pubblica. Ma uniti da un punto essenziale: Reggio Calabria non può più permettersi l’amministrazione dell’inerzia. Cannizzaro si è presentato non come il candidato dell’attesa, ma come il candidato della decisione. E questa, oggi, è già una notizia. Perché Reggio ha conosciuto troppi anni di annunci evaporati, di occasioni mancate, di programmi rimasti nei cassetti, di fondi disponibili e non spesi, di opere iniziate e non consegnate, di strutture pronte e abbandonate. Cannizzaro ha scelto di lasciare un posto sicuro, il Parlamento, per affrontare la sfida più rischiosa: rimettere mano alla macchina amministrativa di una città complessa, ferita, ma ancora piena di risorse. Non è una scelta comoda. E proprio per questo pesa. Un parlamentare può continuare a vivere di ruolo, di visibilità, di dichiarazioni. Un candidato sindaco, invece, deve scendere nella polvere delle strade. Deve rispondere delle buche, dei rifiuti, dei servizi sociali, dei trasporti, del turismo che non decolla, delle famiglie che chiedono assistenza, degli imprenditori che investono e poi si trovano soli davanti a una burocrazia nemica. Cannizzaro questa sfida la sta caricando sulle spalle con un linguaggio diretto, talvolta sanguigno, ma comprensibile: Reggio non ha più tempo. Il punto non è se al candidato scappi un congiuntivo in un comizio. Il punto è se una città possa ancora sopportare dodici anni di mediocrità amministrativa e poi fingere che il problema sia una parola pronunciata male. La politica ridotta alla caccia all’errore grammaticale è spesso il rifugio di chi non ha un’idea da mettere sul tavolo. Cannizzaro, invece, le idee le ha messe: aeroporto, porto, turismo, mobilità sostenibile, politiche sociali, valorizzazione dei beni culturali, fondi da recuperare, rapporti istituzionali da usare non per sfilare, ma per produrre risultati. E qui sta uno dei passaggi più importanti del suo intervento: il rapporto con Roma e con la Regione non come ornamento, ma come strumento. A Reggio non servono passerelle. Servono canali aperti, decisioni rapide, delibere immediate, fondi messi a terra, progetti cantierabili. Cannizzaro rivendica la propria rete politica e istituzionale non come privilegio personale, ma come leva per la città. Se quella leva sarà usata bene, potrà diventare una delle differenze decisive tra il dire e il fare. Accanto a lui, Massimo Ripepi rappresenta un’altra energia: quella dell’opposizione ostinata, della denuncia continua, della rabbia trasformata in presenza. Ripepi non è stato descritto come un comprimario, ma come un uomo che in questi anni ha incarnato una parte del malcontento reggino. Un malcontento che non nasce dall’antipatia politica, ma dall’esperienza quotidiana di una città che ha perso posizioni, servizi, decoro, fiduc
♬ audio originale - Luigi Palamara
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