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Roccaforte del Greco, era ura cazzu! Finisce l’era del nulla: ora ricostruiamo sulle macerie della mediocrità

Roccaforte del Greco, era ura cazzu! Finisce l’era del nulla: ora ricostruiamo sulle macerie della mediocrità

Dieci anni di deserto amministrativo: Roccaforte stacca la spina ai professionisti dell’isolamento

"La politica non è un titolo da esibire ma fatica e responsabilità. Ora serve cancellare la memoria operativa di chi ha ridotto il paese a teatro di mediocrità per restituire dignità a una radice che non si è mai spezzata."

L'Editoriale di Luigi Palamara 

Ci sono momenti in cui la contentezza non è elegante. Non porta il frac, non chiede permesso, non si accomoda in salotto. Arriva così com’è: aspra, sincera, perfino brutale. E allora bisogna dirlo senza troppi giri di parole: sapere che alcune persone, protagoniste di una stagione amministrativa tra le più povere e dannose nella storia di Roccaforte del Greco, escano finalmente di scena provoca sollievo.

Non gioia cattiva. Sollievo.

Perché un paese non muore in un giorno. Non crolla tutto insieme, come un muro vecchio sotto la pioggia. Si consuma piano. Prima perde una strada, poi un servizio, poi una speranza. Poi perde l’abitudine a indignarsi. E quando anche l’indignazione si spegne, resta il vuoto.

A Roccaforte, in questi anni, è rimasto troppo vuoto.

C’è stato chi è arrivato, ha preso titoli, ruoli, fotografie, incarichi, e poi ha lasciato dietro di sé degrado, isolamento, inimicizie, squallore amministrativo. Una stagione accompagnata da un nulla quasi perfetto: il nulla delle idee, il nulla dei risultati, il nulla della visione. Definirla una delle esperienze politiche più scarse della storia del paese non è un insulto. È, semmai, una formula ancora prudente.

Ma il punto, oggi, non è la vendetta.

Sarebbe facile prendersela con chi ha amministrato male. Troppo facile. E forse persino inutile. Le battaglie, quando andavano fatte, sono state fatte. Anche in solitudine. Anche pagando il prezzo dell’isolamento. Tra il 2015 e il 2016 c’è stato chi ha provato a dire che quella strada portava al declino. Ha perso. Succede. In democrazia si perde, si incassa e si resta in piedi.

Oggi non serve chiedere rivincite. Né tantomeno vendette.

Serve una cosa più seria: cancellare politicamente quella stagione dalla memoria operativa del paese e guardare avanti. Non per dimenticare tutto, perché dimenticare sarebbe sciocco. Ma per impedire che il rancore diventi programma e che la rabbia prenda il posto della ricostruzione.

Roccaforte del Greco non è un punto sulla carta geografica. Per chi vi è nato è una radice. È una lingua, una strada, una casa, una scuola, un volto d’infanzia. È il paese in cui si è imparato a camminare, a litigare, a fare pace, a riconoscere il freddo della montagna e la durezza della dignità.

L’Aspromonte non educa alla comodità. Educa alla fierezza. Alla lealtà. All’umiltà. All’orgoglio senza arroganza. Al senso di appartenenza che non ha bisogno di proclami, perché si misura nei gesti, nella cura, nella presenza.

Ecco perché fa male vedere un paese ridotto a teatro di mediocrità. Fa male vedere amministrazioni che non custodiscono, non proteggono, non rilanciano. Fa male constatare che chi avrebbe dovuto servire una comunità ha finito per rappresentarne l’abbandono.

Ora però si volta pagina.

Finalmente si può tornare a Roccaforte con un altro stato d’animo. Non con l’illusione che basti un cambio di nomi per cambiare il destino, perché i miracoli non li fanno le liste elettorali. Ma con la speranza concreta che si apra una stagione diversa: più seria, più sobria, più rispettosa del paese e dei suoi cittadini.

Era ora. Anzi, per dirla come la direbbe chi non ha più voglia di farsi imbellettare la verità: era ura, cazzu!!!

Ci sono voluti dieci anni di degrado per capire ciò che molti avevano visto da subito: che non basta occupare una poltrona per essere all’altezza di un compito. Non basta chiamarsi sindaco per saper guidare un paese. Non basta amministrare per lasciare un segno positivo.

La politica non è un titolo da esibire. È responsabilità. È fatica. È misura. È capacità di ascoltare anche chi dissente. È amore concreto per una comunità, non uso privato del consenso.

Roccaforte è stata ferita, ma non è condannata.

Adesso la sfida è più difficile della protesta. Ricostruire è sempre più complicato che denunciare. Serviranno pazienza, competenza, coraggio e memoria. Servirà ricordare ciò che non ha funzionato, senza restarne prigionieri. Servirà rimettere al centro il paese, non le ambizioni personali.

Il tempo della mediocrità deve finire davvero. Non nei proclami, ma nei fatti.

Perché un paese natio non si abbandona. Si difende. Anche quando delude. Anche quando ferisce. Anche quando costringe a gridare quello che per troppo tempo si è dovuto ingoiare in silenzio.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

@luigi.palamara

Roccaforte del Greco, era ura cazzu! Finisce l’era del nulla: ora ricostruiamo sulle macerie della mediocrità. ​Dieci anni di deserto amministrativo: Roccaforte stacca la spina ai professionisti dell’isolamento "La politica non è un titolo da esibire ma fatica e responsabilità. Ora serve cancellare la memoria operativa di chi ha ridotto il paese a teatro di mediocrità per restituire dignità a una radice che non si è mai spezzata." L'Editoriale di Luigi Palamara Ci sono momenti in cui la contentezza non è elegante. Non porta il frac, non chiede permesso, non si accomoda in salotto. Arriva così com’è: aspra, sincera, perfino brutale. E allora bisogna dirlo senza troppi giri di parole: sapere che alcune persone, protagoniste di una stagione amministrativa tra le più povere e dannose nella storia di Roccaforte del Greco, escano finalmente di scena provoca sollievo. Non gioia cattiva. Sollievo. Perché un paese non muore in un giorno. Non crolla tutto insieme, come un muro vecchio sotto la pioggia. Si consuma piano. Prima perde una strada, poi un servizio, poi una speranza. Poi perde l’abitudine a indignarsi. E quando anche l’indignazione si spegne, resta il vuoto. A Roccaforte, in questi anni, è rimasto troppo vuoto. C’è stato chi è arrivato, ha preso titoli, ruoli, fotografie, incarichi, e poi ha lasciato dietro di sé degrado, isolamento, inimicizie, squallore amministrativo. Una stagione accompagnata da un nulla quasi perfetto: il nulla delle idee, il nulla dei risultati, il nulla della visione. Definirla una delle esperienze politiche più scarse della storia del paese non è un insulto. È, semmai, una formula ancora prudente. Ma il punto, oggi, non è la vendetta. Sarebbe facile prendersela con chi ha amministrato male. Troppo facile. E forse persino inutile. Le battaglie, quando andavano fatte, sono state fatte. Anche in solitudine. Anche pagando il prezzo dell’isolamento. Tra il 2015 e il 2016 c’è stato chi ha provato a dire che quella strada portava al declino. Ha perso. Succede. In democrazia si perde, si incassa e si resta in piedi. Oggi non serve chiedere rivincite. Né tantomeno vendette. Serve una cosa più seria: cancellare politicamente quella stagione dalla memoria operativa del paese e guardare avanti. Non per dimenticare tutto, perché dimenticare sarebbe sciocco. Ma per impedire che il rancore diventi programma e che la rabbia prenda il posto della ricostruzione. Roccaforte del Greco non è un punto sulla carta geografica. Per chi vi è nato è una radice. È una lingua, una strada, una casa, una scuola, un volto d’infanzia. È il paese in cui si è imparato a camminare, a litigare, a fare pace, a riconoscere il freddo della montagna e la durezza della dignità. L’Aspromonte non educa alla comodità. Educa alla fierezza. Alla lealtà. All’umiltà. All’orgoglio senza arroganza. Al senso di appartenenza che non ha bisogno di proclami, perché si misura nei gesti, nella cura, nella presenza. Ecco perché fa male vedere un paese ridotto a teatro di mediocrità. Fa male vedere amministrazioni che non custodiscono, non proteggono, non rilanciano. Fa male constatare che chi avrebbe dovuto servire una comunità ha finito per rappresentarne l’abbandono. Ora però si volta pagina. Finalmente si può tornare a Roccaforte con un altro stato d’animo. Non con l’illusione che basti un cambio di nomi per cambiare il destino, perché i miracoli non li fanno le liste elettorali. Ma con la speranza concreta che si apra una stagione diversa: più seria, più sobria, più rispettosa del paese e dei suoi cittadini. Era ora. Anzi, per dirla come la direbbe chi non ha più voglia di farsi imbellettare la verità: era ura, cazzu!!! Ci sono voluti dieci anni di degrado per capire ciò che molti avevano visto da subito: che non basta occupare una poltrona per essere all’altezza di un compito. Non basta chiamarsi sindaco per saper guidare un paese. Non basta amministrare per lasciare un segno positivo. La politica non è un titolo da esibire. È responsabilità. È fatica. È misura. È capacit

♬ audio originale - Luigi Palamara

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