Adesso Reggio: la promessa di una piazza
IL RITORNO DEL "FIGLIO DEL POPOLO": CANNIZZARO SI GIOCA TUTTO PER LA SUA REGGIO CALABRIA
DALLO SCRANNO DI ROMA ALLA TRINCEA DELLE BUCHE: LA SFIDA DI FRANCESCO PER RIPROFUMARE LA CITTÀ
Piazza De Nava s'infiamma per l'abbraccio tra Occhiuto e il candidato sindaco: tra lacrime, promesse sociali e il sogno di una capitale del Mediterraneo, il centrodestra lancia la carica per "seppellire" dodici anni di rassegnazione.
L’editoriale di Luigi Palamara
Alcune sere accade che una piazza non è soltanto una piazza. Diventa un luogo della memoria. Un posto dove la politica, che spesso sembra lontana, torna ad avere un volto, una voce, qualche lacrima, qualche promessa. Piazza De Nava, a Reggio Calabria, il 26 aprile 2026, è stata una di queste sere.
C’era molta gente, si parla di tremila persone. Donne, uomini, ragazzi, bambini. Applausi, strette di mano, sorrisi. C’era il centrodestra riunito per aprire la campagna elettorale. C’era Roberto Occhiuto, presidente della Regione Calabria. C’era l'Onorevole Francesco Cannizzaro, candidato sindaco di Reggio Calabria. Ma soprattutto c’era una città che sembrava voler dire una cosa semplice: siamo ancora qui, nonostante tutto.
La politica, quando è vera, comincia spesso da una domanda. Perché un uomo che ha un posto a Roma, un ruolo nazionale, una carriera avviata, decide di tornare nella sua città per fare il sindaco? Perché lasciare il Parlamento, i palazzi, le stanze dove si decide, per misurarsi con i rifiuti, l’acqua che manca, le buche, gli uffici, le periferie, le lamentele quotidiane?
Cannizzaro ha dato la sua risposta. Non l’ha data con una formula complicata. Ha detto, in sostanza: Reggio ha chiamato e io ho risposto.
È una frase semplice. Forse anche solenne. Ma le città, qualche volta, hanno bisogno di parole semplici. Hanno bisogno di sentirsi dire che non sono soltanto un collegio elettorale, un serbatoio di voti, una tappa di carriera. Hanno bisogno di sapere che qualcuno le considera una casa.
Roberto Occhiuto, prima di lui, ha raccontato una storia di amicizia. Ha ricordato il Cannizzaro ragazzo, consigliere regionale, capace di parlare in un’aula gremita e di accendere l’attenzione della gente. Lo ricordava accanto a Jole Santelli, in una stagione politica che oggi sembra già lontana. Da allora sono passati più di dieci anni. Quel ragazzo è diventato parlamentare, dirigente di partito, uomo politico conosciuto nel Mezzogiorno e a Roma.
Occhiuto ha detto una cosa importante: Cannizzaro avrebbe potuto restare dov’era. Avrebbe potuto continuare la sua strada nazionale. Avrebbe potuto puntare a un incarico di governo, a un posto da sottosegretario o da viceministro. Ma ha scelto un’altra via. Più difficile. Più esposta. Più ingrata.
Fare il sindaco non è come fare il parlamentare. Il parlamentare rappresenta, discute, propone, vota. Il sindaco deve rispondere quando una strada è rotta, quando una famiglia non riceve assistenza, quando l’acqua non arriva, quando una madre chiede aiuto per un figlio disabile, quando un quartiere si sente dimenticato. Il sindaco non ha il privilegio della distanza. Vive nella stessa città che amministra. Incontra al bar, in chiesa, al mercato, sul lungomare, le persone che gli chiedono conto delle promesse.
Per questo la scelta di Cannizzaro ha un valore politico. Non perché sia automaticamente garanzia di successo. Nessuno lo sa. Ma perché contiene un rischio. E senza rischio, la politica diventa mestiere, non vocazione.
Occhiuto e Cannizzaro hanno parlato molto della loro amicizia. In politica l’amicizia può essere una parola ambigua. A volte significa protezione. A volte significa appartenenza. A volte significa favore. In questa serata, almeno nelle intenzioni dichiarate, è stata presentata come qualcosa di diverso: un rapporto da trasformare in lavoro istituzionale.
Regione e Comune. Presidente e sindaco. Calabria e Reggio Calabria. Occhiuto ha promesso di essere al fianco di Cannizzaro. Cannizzaro ha ringraziato Occhiuto come un amico, una guida, un mentore. Ha detto di aver imparato da lui come si cercano le risorse, come si leggono i meccanismi parlamentari, come si porta a casa un finanziamento. Sono cose poco poetiche. Ma la buona amministrazione, spesso, è fatta proprio di cose poco poetiche.
Una città non vive di aggettivi. Vive di atti. Di progetti presentati in tempo. Di bandi letti bene. Di uffici che funzionano. Di soldi che non tornano indietro. Di dirigenti messi nella condizione di lavorare. Di responsabilità chiare.
Cannizzaro lo ha detto con parole dure. Ha parlato di dodici anni perduti. Di una città sporca, disordinata, non curata. Ha parlato di Palazzo San Giorgio, la casa dei reggini, come di un luogo da rendere più accogliente, più ordinato, persino più profumato. Qualcuno potrà sorridere su questa parola: profumato. Ma una città che puzza non è solo una città sporca. È una città che ha smesso di pretendere rispetto.
La normalità è stata uno dei temi centrali del suo discorso. Prima dei grandi eventi, prima dei sogni mediterranei, prima dei congressi, dei porti, delle crociere, c’è la normalità. Una strada pulita. Una buca riparata bene. Un ufficio che risponde. Un servizio sociale che non lascia soli i fragili. Una periferia che non viene ricordata soltanto quando si vota.
La normalità, in certe città, è già una rivoluzione.
Il candidato ha parlato dell’apparato amministrativo. Ha detto di non voler mortificare i dipendenti comunali. Ha distinto fra chi lavora e chi non ha lavorato, fra dirigenti capaci lasciati ai margini e figure che, secondo lui, hanno contribuito al fallimento della macchina comunale. È un passaggio delicato. Perché una città non si governa contro i suoi uffici, ma nemmeno si governa se gli uffici restano immobili.
La politica dà l’indirizzo. L’amministrazione lo trasforma in atti. Se una delle due parti non funziona, il cittadino non distingue: dà la colpa al Comune. E spesso ha ragione.
Poi Cannizzaro è arrivato al tema sociale. Qui il discorso ha cambiato tono. Ha parlato dei disabili, dei ragazzi autistici, delle famiglie, delle associazioni di volontariato. Ha parlato di fondi non utilizzati, di progetti non presentati, di risorse che avrebbero dovuto aiutare persone concrete e che invece sono rimaste ferme.
Quando la politica parla di 500.000 euro, di bandi, di commissariamenti, rischia di sembrare fredda. Ma dietro quei numeri ci sono famiglie che aspettano. C’è un padre che deve accompagnare un figlio. C’è una madre che chiede un pulmino. C’è un ragazzo che vorrebbe partecipare alla vita della città e invece trova ostacoli. C’è un’associazione che supplisce alle assenze pubbliche e spesso lo fa con pochi mezzi e molta pazienza.
Cannizzaro ha promesso di mettere a terra le risorse per i disabili. Ha parlato di dieci pulmini per l’area metropolitana, tre destinati a Reggio città. Ha promesso bandi trasparenti per affidarli alle associazioni. Ha annunciato un centro per ragazzi autistici. Non fuori dalla città, ma nel cuore della città. Anche questo è un simbolo. Ci sono problemi che non vanno nascosti. Vanno messi al centro.
Ha parlato anche dei senzatetto. Dei reggini e degli stranieri che dormono al freddo, al caldo, sotto i ponti, sulle panchine, sul lungomare. Ha promesso che nessuno dormirà più per strada. È una promessa molto grande. Forse la più difficile. Ma ci sono promesse che servono anche a misurare la qualità morale di un’amministrazione.
Una città si giudica da come tratta chi non ha voce. Non dai manifesti. Non dai comunicati. Non dalle foto ufficiali. Si giudica da una coperta data in una notte fredda, da una stanza aperta, da un bene confiscato alla criminalità e restituito a chi non ha nulla.
Cannizzaro ha indicato proprio questa strada: usare beni confiscati alla ’ndrangheta e immobili comunali inutilizzati per creare alloggi assistiti. È un’idea forte. Perché trasforma luoghi segnati dal potere criminale in luoghi di protezione. È una forma di giustizia concreta. Non basta togliere beni alla mafia. Bisogna restituirli alla comunità.
Poi ci sono le periferie. Tutti ne parlano. Pochi le ascoltano davvero. Cannizzaro ha ricordato Santa Venere, Mosorrofa, le zone che per anni hanno ricevuto promesse, visite, parole, e poi sono rimaste sole. Ha rivendicato il lavoro fatto per restituire a Reggio le circoscrizioni. Non è una questione burocratica. È una questione di democrazia di prossimità.
Una città grande non può essere governata soltanto dal centro. Le periferie hanno bisogno di occhi, orecchie, voce. Hanno bisogno di qualcuno che conosca la strada dove manca l’illuminazione, il marciapiede rotto, la scuola che aspetta, la piazza trascurata. Cannizzaro ha detto che i presidenti di circoscrizione dovranno essere considerati quasi assessori esterni. Se sarà così, non sarà un dettaglio. Sarà un modo diverso di guardare Reggio.
La presentazione dei candidati alle circoscrizioni è stata anche un messaggio politico. Simone La Cava, Nino Ripepi, Emanuela Chirico, Giuseppe Cantarella, Caterina Pitasi. Giovani, professionisti, persone radicate nei territori. Cannizzaro li ha contrapposti a una politica che considera vecchia, sconfitta, riciclata. Il linguaggio è stato aspro. La campagna elettorale, del resto, non è mai un pranzo di famiglia. Ma dietro l’asprezza c’è una domanda seria: chi deve governare i quartieri? Chi cerca un ultimo posto o chi può aprire una stagione nuova?
Il rinnovamento non dipende solo dall’età. Ci sono giovani già vecchi e anziani ancora liberi. Dipende dalla capacità di non appartenere ai vecchi meccanismi. Dipende dal coraggio di dire no, quando tutti dicono sì. Dipende dalla competenza. Dipende dalla serietà.
Sulle strade, Cannizzaro ha parlato delle buche. Tema semplice, quasi banale. Ma le buche sono una grande questione politica. Ogni buca dice che qualcuno non ha visto, non ha programmato, non ha controllato. Il candidato ha detto che non basta tappare e poi vedere tutto distrutto dopo una settimana da nuovi lavori. Serve coordinamento. Serve un piano. Serve partire dalle periferie e arrivare al centro.
La buona amministrazione è spesso questo: evitare di fare due volte male ciò che si poteva fare una volta bene.
Sui rifiuti ha promesso un metodo più intelligente, una raccolta differenziata efficiente, una città pulita. Ha ripetuto l’immagine della città profumata. È una immagine domestica. Una città è anche una casa. E nessuno inviterebbe un ospite in una casa sporca.
Poi la depurazione. Qui il discorso si è fatto concreto, con numeri e luoghi. Cannizzaro ha parlato di 140 milioni di euro destinati alla depurazione di Reggio Calabria grazie al governo nazionale, al lavoro della Regione e all’autorevolezza di Occhiuto. Ha citato Gallico, Concessa, Pellaro, Oliveto, Ortì. Sono nomi che non appartengono ai sogni, ma alle mappe. E una politica credibile deve saper pronunciare i nomi dei luoghi.
Ha parlato dell’acqua. Dei pozzi, degli impianti, delle perdite da monitorare con tecnologie moderne. L’acqua che manca in una città di mare è quasi una beffa. Ma spesso il problema non è solo la mancanza. È la dispersione. L’acqua che si perde nelle condotte assomiglia alle occasioni perse da Reggio: c’è, ma non arriva dove dovrebbe.
Lo sport è stato un altro capitolo importante. Cannizzaro ha parlato di impianti, associazioni, bambini, famiglie. Ha ricordato il basket in carrozzina campione d’Europa, la Domotek, la Viola, il kite a Pellaro, la Reggina. Non ha promesso miracoli, ma ha detto che Reggio deve tornare a pensarsi come città di Serie A.
È una frase che va oltre il calcio. Una città di Serie A è una città che non accetta l’abbandono come destino. È una città che cura i suoi impianti, aiuta le società, investe sui giovani, usa lo sport come scuola di comunità. Perché dietro una squadra ci sono atleti. Dietro gli atleti ci sono famiglie. Dietro le famiglie c’è una città che può scegliere se lasciare soli o accompagnare.
Poi il turismo. Cannizzaro ha detto che la vocazione naturale di Reggio è turistica. È difficile dargli torto. Reggio ha il mare, lo Stretto, i Bronzi, il lungomare, le montagne vicine, Gambarie, la costa, la storia, la luce. Ma la bellezza, da sola, non produce sviluppo. La bellezza va organizzata.
Per questo ha parlato di Pentimele e dell’idea di bloccare i campi da padel per realizzare un polo fieristico e congressuale. Ha parlato di turismo congressuale, di eventi sanitari, imprenditoriali, culturali. Sono settori che portano persone non solo d’estate, non solo per una passeggiata. Portano lavoro, alberghi pieni, ristoranti, taxi, servizi, reputazione.
Ha parlato del porto turistico. Dei 15 milioni portati per Reggio. Della necessità di convocare l’Autorità portuale e aprire finalmente una stagione operativa. Ha fatto una domanda semplice: perché le crociere a Messina sì e a Reggio no? Le domande semplici sono spesso le più difficili da eludere.
Reggio non può limitarsi a guardare le navi passare. Deve essere capace di accoglierle. Deve collegare il mare con la città, il porto con il commercio, i turisti con i Bronzi, con Scilla, con Pentidattilo, con la Locride, con la Piana di Gioia Tauro. Cannizzaro ha parlato da candidato sindaco, ma spesso ha ragionato da sindaco metropolitano. Questo è un punto importante. Reggio non finisce nei suoi confini comunali. Se vuole contare, deve pensarsi come capitale di un territorio.
Il lido comunale è un altro simbolo. Cannizzaro ha ricordato i 3 milioni di euro ottenuti per riqualificarlo. Ha detto che è vergognoso vederlo ancora in quelle condizioni. Il lido non è solo uno stabilimento. È memoria cittadina. È estate, infanzia, famiglie, fotografia collettiva. Riqualificarlo significa anche restituire ai reggini un pezzo della loro storia.
Il lungomare, poi, è il grande tema. Cannizzaro immagina un fronte mare più turistico, più attrattivo, anche con la possibilità di delocalizzare alcune strutture scolastiche e trasformare edifici in strutture alberghiere. È una proposta che farà discutere. Ed è giusto che discuta. Le città cambiano quando discutono seriamente del proprio spazio. L’importante è non confondere la discussione con l’immobilismo.
Le darsene mobili sono un’altra immagine concreta: barche e gommoni che attraccano, diportisti che scendono, visitano i Bronzi, consumano un pranzo, prendono un caffè, vivono la città e poi ripartono. Il mare non come cartolina, ma come economia. Reggio ha guardato per troppo tempo lo Stretto come se fosse soltanto un panorama. Potrebbe diventare una porta.
Una porta, però, ha bisogno di collegamenti. Da qui il tema dell’aeroporto. Cannizzaro lo immagina come aeroporto dello Stretto, utile non solo a Reggio ma anche alla Sicilia orientale. Questa è forse una delle idee più moderne del discorso: smettere di vivere Messina come rivale e cominciare a pensare lo Stretto come un sistema. Le città crescono quando capiscono che da sole non bastano.
La città universitaria è un altro pezzo del progetto. Il campus ai Monfortani, i 5 milioni ottenuti con l’Università Mediterranea, l’idea di ospitare studenti stranieri e giovani provenienti da altre regioni. Una città universitaria non è soltanto una città con aule e professori. È una città con affitti, librerie, mense, autobus, luoghi di incontro, cultura, vita. È una città che resta giovane.
Cannizzaro ha parlato anche di un salone nautico. Ha citato Genova e Cannes. Qualcuno dirà che è troppo. Può darsi. Ma il Sud è stato educato troppo spesso a non esagerare nei sogni. E invece una città che non sogna in grande finisce per amministrare soltanto il proprio declino. Il punto non è annunciare. Il punto è preparare. Organizzare. Cercare partner. Costruire credibilità.
Lo stesso vale per il Vinitaly annunciato a Reggio, per i brand internazionali che guardano alla Calabria, per l’idea di una regione che, secondo Cannizzaro, grazie a Occhiuto ha cambiato racconto. Una volta dire Calabria significava spesso difendersi dai luoghi comuni. Oggi, dice il candidato, può significare attrattività, investimento, orgoglio. È una sfida culturale prima ancora che economica.
Il Piano Mattei porta Reggio nel Mediterraneo più largo. Cannizzaro ha parlato con Occhiuto e con il ministro Tajani dell’idea di candidare la città a missione del Piano Mattei. Africa, Tunisia, relazioni internazionali. Sono parole grandi. Ma Reggio, geograficamente, non è ai margini. È al centro di rotte, storie, mare, passaggi. La geografia è un dono. La politica deve decidere se farne un destino.
Poi il Ponte sullo Stretto. Tema che divide, come sempre. Cannizzaro lo affronta da un punto di vista pratico: se il ponte si fa, Reggio deve sedersi ai tavoli, chiedere opere compensative, pretendere benefici. Ha criticato l’amministrazione per i ricorsi e per l’assenza di proposta. Si può essere favorevoli o contrari al ponte. Ma una cosa è certa: quando una grande opera riguarda il tuo territorio, non puoi limitarti a guardarla da lontano. Devi esserci. Anche per controllare. Anche per contestare. Anche per ottenere.
Il tema dei fondi persi attraversa tutto il discorso. Agenda urbana, PNRR, mobilità sostenibile. Cannizzaro parla di milioni non spesi, di progetti mancati, di occasioni perdute. Sono accuse gravi. Ma al di là della polemica elettorale resta una verità semplice: per una città del Sud perdere risorse pubbliche è un peccato doppio. Perché qui ogni euro non speso pesa di più. Pesa sui giovani che partono, sulle imprese che aspettano, sulle famiglie che rinunciano, sulle strade che restano uguali.
Ha parlato anche del San Giorgio d’Oro, dei concorsi in campagna elettorale, delle nomine e dei decreti dell’ultima ora. Il linguaggio è stato severo. Ma il tema è antico: la differenza fra amministrare e occupare. Fra usare le istituzioni e servirle. Fra distribuire promesse e costruire fiducia. Cannizzaro promette concorsi trasparenti, meritocrazia, commissioni autorevoli, modello Regione. Anche qui, il tempo dirà se sarà promessa o metodo.
Nella parte finale è tornato l’uomo. Non il deputato. Non il candidato. L’uomo che dice di non dormire la notte, che scrive idee alle tre, alle quattro, che manda messaggi ai collaboratori, che sente addosso una responsabilità. Ha detto di aver pianto davanti alla piazza. Non si è vergognato. Anzi, lo ha rivendicato.
C’è chi pensa che un politico non debba piangere. Io penso che un politico debba piangere solo se poi lavora. Le lacrime, da sole, evaporano. Le opere restano. Ma le lacrime possono dire che una persona non è ancora diventata di pietra. E questo, in un tempo di professionisti del cinismo, non è poco.
La frase più ruvida del comizio è stata anche una delle più vere: non lascio Roma per venire a Reggio a pettinare le bambole. È una frase popolare, diretta. Vuol dire: non torno per fare presenza. Torno per cambiare. È una frase che ora lo impegna più di qualunque programma scritto.
Cannizzaro ha detto di volere scrivere la storia, di voler essere ricordato come il miglior sindaco che Reggio abbia avuto. È ambizione. Può sembrare presunzione. Ma nessuno cambia una città se non crede almeno un poco di poter fare qualcosa di grande. Il problema non è l’ambizione. Il problema è quando l’ambizione serve solo a chi la pronuncia. Qui dovrà servire alla città.
Nell’intervista successiva, il tono si è fatto più familiare. Cannizzaro ha ringraziato la stampa e la città. Ha parlato della responsabilità ricevuta da quella piazza. Ha detto che il primo dovere sarà far sentire i reggini orgogliosi di appartenere alla città più bella del mondo.
Poi ha parlato della madre. Ha detto che è l’unica donna della sua vita. Ha raccontato che lei avrebbe potuto fermarlo, ma non lo ha fatto. Gli ha chiesto soltanto una cosa: tornare a pranzo a casa. È un dettaglio piccolo, quasi privato. Ma nei dettagli piccoli spesso si capiscono meglio le persone che nei grandi discorsi. Un uomo che vuole governare una città e promette alla madre di tornare a pranzo conserva un legame con la normalità. E un sindaco ha bisogno di normalità più che di cerimonie.
Reggio, ha detto, è una famiglia allargata. Una città complessa, con problemi e drammi, ma anche generosa e altruista. Se un cittadino rende pubblico un problema, la comunità si muove. È un’immagine bella. Forse idealizzata. Ma ogni città ha bisogno anche di una buona immagine di sé. Non per nascondere i difetti, ma per non esserne schiacciata.
Giusi Princi ha aggiunto l’Europa. Ha parlato di giovani da riportare a casa, di opportunità concrete, di internazionalizzazione, di un ponte vero con le istituzioni europee. È un punto essenziale. Perché una città può pulire le strade e riparare le buche, ma se i suoi giovani continuano ad andare via, ha perso lo stesso.
Questo, allora, è il quadro. Una piazza piena. Un candidato che lascia Roma. Un presidente di Regione che gli mette una mano sulla spalla. Una coalizione che si presenta unita. Un programma molto vasto. Forse troppo vasto. Ma Reggio non ha bisogno di piccoli elenchi. Ha bisogno di una direzione.
Naturalmente, una piazza non basta. Gli applausi non fanno i depuratori. Le emozioni non asfaltano le strade. Le promesse non aprono i cantieri. L’amicizia con Occhiuto non sostituisce le delibere, i progetti, i controlli, la fatica quotidiana. La politica comincia il giorno del comizio, ma si giudica il giorno dopo. E poi quello dopo ancora.
Cannizzaro ha promesso molto. Città pulita, Comune riorganizzato, periferie ascoltate, politiche sociali nuove, disabili assistiti, senzatetto accolti, strade sistemate, acqua monitorata, rifiuti gestiti, depuratori finanziati, sport rilanciato, turismo costruito, porto, aeroporto, università, lungomare, darsene, Piano Mattei, Ponte, fondi recuperati, giovani riportati a casa.
È un elenco lungo. Potrebbe spaventare. Ma forse spaventa di più una città che non si aspetta più nulla.
Il punto è questo: Reggio Calabria può permettersi ancora di vivere rassegnata? Può continuare a raccontarsi come città bellissima e ferita, senza decidere quale delle due cose debba prevalere? Può restare prigioniera delle occasioni mancate, dei fondi non spesi, delle guerre di parte, dei quartieri dimenticati?
Cannizzaro dice di no. Occhiuto dice che sarà al suo fianco. La piazza ha risposto sì.
Ora comincia la parte meno emozionante e più importante: dimostrare che le parole possono diventare amministrazione. Che l’amicizia può diventare collaborazione istituzionale. Che l’orgoglio può diventare disciplina. Che il consenso può diventare responsabilità.
I dubbiosi hanno guardato quella piazza senza lasciarsi abbagliare. Hanno ascoltato gli applausi, ma poi chiedono: domani mattina chi pulisce la strada? Chi apre l’ufficio? Chi presenta il progetto? Chi controlla i lavori? Chi risponde alla madre di un ragazzo disabile? Chi porta l’acqua dove non arriva? Chi impedisce che i soldi tornino indietro?
Sono queste le domande giuste. E sono domande che non rovinano la festa. La rendono seria.
Perché la politica non è il mestiere di promettere la felicità. È il dovere di ridurre l’infelicità inutile. Una buca inutile. Una fila inutile. Una solitudine inutile. Un fondo perso inutilmente. Una periferia dimenticata inutilmente. Un giovane costretto a partire inutilmente.
Se Francesco Cannizzaro riuscirà anche solo a ridurre una parte di questa infelicità, la serata di Piazza De Nava non sarà stata soltanto una bella serata di campagna elettorale. Sarà stata l’inizio di una storia.
Se non ci riuscirà, resterà una fotografia. Bella, forse. Ma una fotografia.
La differenza, come sempre, la farà il giorno dopo.
Adesso Reggio, dunque. Non come slogan. Come compito.
Luigi Palamara
Giornalista e Artista Aspromontano
@luigi.palamara Intervento del Presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto a Piazza De Nava Reggio Calabria 26 aprile 2026. Apertura campagna elettorale Centrodestra candidato a Sindaco Francesco Cannizzaro. Adesso Reggio: la promessa di una piazza IL RITORNO DEL "FIGLIO DEL POPOLO": CANNIZZARO SI GIOCA TUTTO PER LA SUA REGGIO CALABRIA DALLO SCRANNO DI ROMA ALLA TRINCEA DELLE BUCHE: LA SFIDA DI FRANCESCO PER RIPROFUMARE LA CITTÀ Piazza De Nava s'infiamma per l'abbraccio tra Occhiuto e il candidato sindaco: tra lacrime, promesse sociali e il sogno di una capitale del Mediterraneo, il centrodestra lancia la carica per "seppellire" dodici anni di rassegnazione. L’editoriale di Luigi Palamara Alcune sere accade che una piazza non è soltanto una piazza. Diventa un luogo della memoria. Un posto dove la politica, che spesso sembra lontana, torna ad avere un volto, una voce, qualche lacrima, qualche promessa. Piazza De Nava, a Reggio Calabria, il 26 aprile 2026, è stata una di queste sere. C’era molta gente, si parla di tremila persone. Donne, uomini, ragazzi, bambini. Applausi, strette di mano, sorrisi. C’era il centrodestra riunito per aprire la campagna elettorale. C’era Roberto Occhiuto, presidente della Regione Calabria. C’era l'Onorevole Francesco Cannizzaro, candidato sindaco di Reggio Calabria. Ma soprattutto c’era una città che sembrava voler dire una cosa semplice: siamo ancora qui, nonostante tutto. La politica, quando è vera, comincia spesso da una domanda. Perché un uomo che ha un posto a Roma, un ruolo nazionale, una carriera avviata, decide di tornare nella sua città per fare il sindaco? Perché lasciare il Parlamento, i palazzi, le stanze dove si decide, per misurarsi con i rifiuti, l’acqua che manca, le buche, gli uffici, le periferie, le lamentele quotidiane? Cannizzaro ha dato la sua risposta. Non l’ha data con una formula complicata. Ha detto, in sostanza: Reggio ha chiamato e io ho risposto. È una frase semplice. Forse anche solenne. Ma le città, qualche volta, hanno bisogno di parole semplici. Hanno bisogno di sentirsi dire che non sono soltanto un collegio elettorale, un serbatoio di voti, una tappa di carriera. Hanno bisogno di sapere che qualcuno le considera una casa. Roberto Occhiuto, prima di lui, ha raccontato una storia di amicizia. Ha ricordato il Cannizzaro ragazzo, consigliere regionale, capace di parlare in un’aula gremita e di accendere l’attenzione della gente. Lo ricordava accanto a Jole Santelli, in una stagione politica che oggi sembra già lontana. Da allora sono passati più di dieci anni. Quel ragazzo è diventato parlamentare, dirigente di partito, uomo politico conosciuto nel Mezzogiorno e a Roma. Occhiuto ha detto una cosa importante: Cannizzaro avrebbe potuto restare dov’era. Avrebbe potuto continuare la sua strada nazionale. Avrebbe potuto puntare a un incarico di governo, a un posto da sottosegretario o da viceministro. Ma ha scelto un’altra via. Più difficile. Più esposta. Più ingrata. Fare il sindaco non è come fare il parlamentare. Il parlamentare rappresenta, discute, propone, vota. Il sindaco deve rispondere quando una strada è rotta, quando una famiglia non riceve assistenza, quando l’acqua non arriva, quando una madre chiede aiuto per un figlio disabile, quando un quartiere si sente dimenticato. Il sindaco non ha il privilegio della distanza. Vive nella stessa città che amministra. Incontra al bar, in chiesa, al mercato, sul lungomare, le persone che gli chiedono conto delle promesse. Per questo la scelta di Cannizzaro ha un valore politico. Non perché sia automaticamente garanzia di successo. Nessuno lo sa. Ma perché contiene un rischio. E senza rischio, la politica diventa mestiere, non vocazione. Occhiuto e Cannizzaro hanno parlato molto della loro amicizia. In politica l’amicizia può essere una parola ambigua. A volte significa protezione. A volte significa appartenenza. A volte significa favore. In questa serata, almeno nelle intenzioni dichiarate, è stata presentata come
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@luigi.palamara Intervenro dell'Onorevole Francesco Cannizzaro candidato a Sindaco di Reggio Calabria Piazza De Nava del 26 Aprile 2026. Apertura della Campagna elettorale del Centrodestra. Adesso Reggio: la promessa di una piazza IL RITORNO DEL "FIGLIO DEL POPOLO": CANNIZZARO SI GIOCA TUTTO PER LA SUA REGGIO CALABRIA DALLO SCRANNO DI ROMA ALLA TRINCEA DELLE BUCHE: LA SFIDA DI FRANCESCO PER RIPROFUMARE LA CITTÀ Piazza De Nava s'infiamma per l'abbraccio tra Occhiuto e il candidato sindaco: tra lacrime, promesse sociali e il sogno di una capitale del Mediterraneo, il centrodestra lancia la carica per "seppellire" dodici anni di rassegnazione. L’editoriale di Luigi Palamara Alcune sere accade che una piazza non è soltanto una piazza. Diventa un luogo della memoria. Un posto dove la politica, che spesso sembra lontana, torna ad avere un volto, una voce, qualche lacrima, qualche promessa. Piazza De Nava, a Reggio Calabria, il 26 aprile 2026, è stata una di queste sere. C’era molta gente, si parla di tremila persone. Donne, uomini, ragazzi, bambini. Applausi, strette di mano, sorrisi. C’era il centrodestra riunito per aprire la campagna elettorale. C’era Roberto Occhiuto, presidente della Regione Calabria. C’era l'Onorevole Francesco Cannizzaro, candidato sindaco di Reggio Calabria. Ma soprattutto c’era una città che sembrava voler dire una cosa semplice: siamo ancora qui, nonostante tutto. La politica, quando è vera, comincia spesso da una domanda. Perché un uomo che ha un posto a Roma, un ruolo nazionale, una carriera avviata, decide di tornare nella sua città per fare il sindaco? Perché lasciare il Parlamento, i palazzi, le stanze dove si decide, per misurarsi con i rifiuti, l’acqua che manca, le buche, gli uffici, le periferie, le lamentele quotidiane? Cannizzaro ha dato la sua risposta. Non l’ha data con una formula complicata. Ha detto, in sostanza: Reggio ha chiamato e io ho risposto. È una frase semplice. Forse anche solenne. Ma le città, qualche volta, hanno bisogno di parole semplici. Hanno bisogno di sentirsi dire che non sono soltanto un collegio elettorale, un serbatoio di voti, una tappa di carriera. Hanno bisogno di sapere che qualcuno le considera una casa. Roberto Occhiuto, prima di lui, ha raccontato una storia di amicizia. Ha ricordato il Cannizzaro ragazzo, consigliere regionale, capace di parlare in un’aula gremita e di accendere l’attenzione della gente. Lo ricordava accanto a Jole Santelli, in una stagione politica che oggi sembra già lontana. Da allora sono passati più di dieci anni. Quel ragazzo è diventato parlamentare, dirigente di partito, uomo politico conosciuto nel Mezzogiorno e a Roma. Occhiuto ha detto una cosa importante: Cannizzaro avrebbe potuto restare dov’era. Avrebbe potuto continuare la sua strada nazionale. Avrebbe potuto puntare a un incarico di governo, a un posto da sottosegretario o da viceministro. Ma ha scelto un’altra via. Più difficile. Più esposta. Più ingrata. Fare il sindaco non è come fare il parlamentare. Il parlamentare rappresenta, discute, propone, vota. Il sindaco deve rispondere quando una strada è rotta, quando una famiglia non riceve assistenza, quando l’acqua non arriva, quando una madre chiede aiuto per un figlio disabile, quando un quartiere si sente dimenticato. Il sindaco non ha il privilegio della distanza. Vive nella stessa città che amministra. Incontra al bar, in chiesa, al mercato, sul lungomare, le persone che gli chiedono conto delle promesse. Per questo la scelta di Cannizzaro ha un valore politico. Non perché sia automaticamente garanzia di successo. Nessuno lo sa. Ma perché contiene un rischio. E senza rischio, la politica diventa mestiere, non vocazione. Occhiuto e Cannizzaro hanno parlato molto della loro amicizia. In politica l’amicizia può essere una parola ambigua. A volte significa protezione. A volte significa appartenenza. A volte significa favore. In questa serata, almeno nelle intenzioni dichiarate, è stata presentata come qualcosa di diverso: un
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@luigi.palamara INTERVISTA ALL'ONOREVOLE FRANCESCO CANNIZZARO CANDIDATO A SINDACO DI REGGIO CALABRIA PER IL CENTRODESTRA Adesso Reggio: la promessa di una piazza IL RITORNO DEL "FIGLIO DEL POPOLO": CANNIZZARO SI GIOCA TUTTO PER LA SUA REGGIO CALABRIA DALLO SCRANNO DI ROMA ALLA TRINCEA DELLE BUCHE: LA SFIDA DI FRANCESCO PER RIPROFUMARE LA CITTÀ Piazza De Nava ha vissuto un momento emozionante per l’abbraccio tra Occhiuto e il candidato sindaco, Francesco Cannizzaro. Lacrime, promesse sociali e la visione di Reggio Calabria come capitale del Mediterraneo sono stati al centro di una serata che intende "seppellire" dodici anni di rassegnazione. L’editoriale di Luigi Palamara Alcune sere accade che una piazza non sia soltanto un luogo. Diventa un simbolo e un punto di incontro di speranza e politica. Piazza De Nava, il 26 aprile 2026, ha rappresentato una di queste sere. Con la presenza di circa tremila persone, tra cui donne, uomini, ragazzi, e bambini, si è inaugurata una campagna elettorale tanto attesa. Roberto Occhiuto, presidente della Regione Calabria, e l'Onorevole Francesco Cannizzaro, candidato sindaco, erano lì non solo per parlare, ma per ascoltare una città che desidera riscatto. La politica, quando è autentica, scaturisce da una domanda profonda: perché un uomo come Cannizzaro lascia un posto sicuro a Roma per tornare a fare il sindaco nella sua città? La risposta è semplice: "Reggio ha chiamato e io ho risposto." Questa frase, pur nella sua semplicità, riporta al senso di comunità che permea le città. Roberto Occhiuto ha tratteggiato un quadro di amicizia e crescita, ricordando i giorni di gioventù di Cannizzaro e il suo impegno attivo. La sua scelta di tornare al Comune per affrontare difficoltà quotidiane è un gesto coraggioso che porta con sé un valore politico anche significativo. Il sindaco, spesso, non ha il privilegio della distanza. Si confronta con la realtà e con le persone direttamente. Cannizzaro ha parlato di dodici anni di amministrazione non all'altezza, di una città che merita di essere curata e rispettata. Una città che chiede normalità: strade pulite, servizi efficienti e attenzione ai più fragili. Lui ha promesso di mettere in pratica nuove risorse, come dieci pulmini per il trasporto dei disabili e assistenza ai senzatetto. L'idea di rinascita di Reggio si intreccia con la necessità di recuperare beni confiscati alla criminalità per dare nuova vita al territorio. Un'idea forte che punta a trasformare le periferie e a restituire dignità a chi ne ha bisogno. Cannizzaro ha chiarito che il rinnovamento non è solo questione di età, ma di capacità di rompere con vecchi schemi. La buona amministrazione si fonda su atti concreti e visibili, non su promesse vuote. Il candidato ha anche trattato temi di grande importanza, come la cultura, lo sport e il turismo, ribadendo che la bellezza di Reggio non basta: deve essere valorizzata e organizzata per offrire opportunità di sviluppo. Ha chiesto un impegno collettivo per costruire un futuro migliore, dove ogni cittadino possa sentirsi parte attiva. In chiusura, Cannizzaro ha espresso una forte ambizione: diventare il miglior sindaco che Reggio Calabria abbia mai avuto. Un obiettivo che, seppur ambizioso, è trainato da una visione collettiva. In questo contesto, la piazza ha risposto all'appello. Ora inizia il lavoro vero: tradurre le parole in fatti, costruire un legame di fiducia e responsabilità con i cittadini. Il compito è arduo ma fondamentale per la rinascita di Reggio. Da qui, si intraprende un percorso verso il rinnovamento e il rispetto per la dignità di una comunità attesa da troppi anni di cambiamento.
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