Basta elemosine di Stato ai giornali di partito
Il pluralismo non si compra finanziando la propaganda
Il caso dei contributi pubblici all'editoria e l'iniziativa referendaria di "Schierarsi"
Basta con il "reddito di giornalanza": lo Stato non può pagare la propaganda
L'ipocrisia di chi predica il libero mercato ma vive di sussidi: i giornali di partito trovino la forza di campare grazie ai propri lettori, non con le tasse dei contribuenti.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Esiste qualcosa di profondamente indecente in un giornale che pretende di fare la sentinella del potere mentre tende la mano al potere per farsi pagare la bolletta.
I giornali hanno tutto il diritto di essere di destra, di sinistra, monarchici, repubblicani, rivoluzionari o reazionari. Hanno il diritto di difendere un governo, di abbatterlo a colpi di editoriali, di innalzare un leader sugli altari o di trascinarlo nel fango della critica. È la libertà di stampa, bellezza. E guai a chi la tocca.
Ma proprio perché la stampa deve essere libera, non si capisce per quale ragione debba essere mantenuta con i soldi di coloro ai quali, ogni mattina, impartisce lezioni di morale, di responsabilità e perfino di sacrificio.
Un giornale schierato non è uno scandalo. Lo scandalo comincia quando il suo schieramento viene sovvenzionato dal contribuente.
Perché allora non siamo più davanti alla libertà di stampa. Siamo davanti a una ben più comoda libertà di propaganda a spese altrui.
Il caso dei contributi pubblici diretti all’editoria mette a nudo un equivoco che da troppo tempo ci viene venduto come una virtù: si dice che quei finanziamenti servano a garantire il pluralismo. Bella parola, “pluralismo”. Fa molto democrazia, molto Costituzione, molto salotto televisivo con sopracciglio sollevato e tono preoccupato.
Ma il pluralismo non consiste nel finanziare per decenni le medesime testate, le medesime strutture, i medesimi ambienti politico-editoriali. Quello non è pluralismo. È conservazione. È rendita. È un sistema che si protegge da solo, che si chiude a riccio e poi chiama “libertà d’informazione” il proprio diritto acquisito a essere mantenuto dallo Stato.
Giuseppe Di Luca, presidente dell’Associazione Schierarsi, nell’intervista rilasciata a chi scrive, ha sollevato una domanda tanto semplice quanto insopportabile per chi vive di complicazioni: perché un cittadino dovrebbe essere obbligato a finanziare un giornale che non lo informa, ma lo arruola?
Prendiamo Il Secolo d’Italia. Nessuno gli contesta il diritto di avere una storia, una collocazione culturale, una sensibilità politica. Sarebbe ridicolo farlo. Ma quando una testata è riconducibile a una fondazione nel cui consiglio siedono esponenti e figure direttamente legate alla politica, il problema non è più la sua linea editoriale. Il problema è il conto presentato al cittadino.
Un giornale vicino a un’area politica può esistere. Deve esistere, se ha lettori che lo vogliono. Ma siano quei lettori a sostenerlo, acquistandolo, abbonandosi, finanziandolo liberamente. Non il pensionato che non lo legge. Non il precario che non arriva alla fine del mese. Non il disoccupato che magari, sulle stesse pagine, viene descritto come un fannullone da rieducare al culto del lavoro.
Qui la faccenda diventa persino grottesca.
Abbiamo assistito per anni a direttori, commentatori e predicatori da studio televisivo che hanno bollato i sussidi ai poveri come “redditi di divananza”. Hanno spiegato agli ultimi che lo Stato non può mantenerli. Hanno chiesto sacrifici, disciplina, dignità, produttività. Poi, quando si tratta dei loro giornali, ecco che il denaro pubblico torna improvvisamente nobile, necessario, democratico, addirittura indispensabile alla libertà.
Per i poveri è assistenzialismo. Per loro è pluralismo.
La lingua italiana è generosa, ma non fino al punto da coprire una simile ipocrisia. Chi campa di contributi pubblici mentre insulta chi riceve un sostegno per vivere non esercita il diritto di critica: esercita il privilegio della faccia tosta.
E allora chiamiamolo con il suo nome: reddito di giornalanza.
Non si tratta di mettere il bavaglio a nessuno. Questa è la prima menzogna che verrà agitata da chi teme di perdere il finanziamento. Nessuno vuole chiudere giornali, impedire opinioni, censurare editorialisti o sequestrare tipografie. Si chiede semplicemente che chi vuole fare battaglia politica lo faccia con le proprie forze e con il sostegno volontario dei propri lettori.
La libertà non è libertà se viene pagata obbligatoriamente da chi la pensa in modo opposto.
E non regge neppure il ricatto occupazionale: “Se togliete i contributi, i giornalisti perderanno il lavoro”. È un argomento serio, certo, perché dietro ogni redazione ci sono lavoratori veri, spesso sottopagati e precari. Ma proprio per questo bisogna smetterla di usare i giornalisti come ostaggi morali di un sistema che, troppo spesso, protegge prima gli apparati, le direzioni, le sigle storiche e le relazioni di potere.
Se lo Stato vuole sostenere l’informazione, sostenga l’informazione vera: giovani giornalisti, nuove testate indipendenti, inchieste, editoria locale, progetti trasparenti, innovativi e verificabili. Non distribuisca rendite automatiche a chi occupa da decenni la stessa poltrona nel grande teatro dell’opinione pubblica.
Il giornale che ha lettori viva dei suoi lettori.
Il giornale che ha idee convinca con le sue idee.
Il giornale che vuole combattere una battaglia politica trovi chi quella battaglia è disposto a finanziarla.
Ma lo Stato non può obbligare tutti noi a pagare la propaganda di qualcuno.
L’iniziativa referendaria promossa dall’Associazione Schierarsi ha dunque il merito di porre una questione che la politica e gran parte dell’informazione preferirebbero tenere sotto il tappeto: vogliamo davvero continuare a finanziare, con le tasse dei cittadini, giornali palesemente schierati, spesso intrecciati con ambienti di partito e pronti a impartire lezioni proprio a coloro che ne pagano l’esistenza?
La risposta, almeno per chi conserva ancora un minimo di pudore civile, dovrebbe essere una sola.
No.
Basta con i giornali mantenuti dallo Stato.
Basta con la propaganda pagata dal contribuente.
Basta con chi predica il mercato agli altri e chiede il sussidio per sé.
La stampa sia libera davvero.
Libera anche dall’umiliazione di vivere con il cappello in mano davanti alla politica.
E i giornali di parte, se hanno un pubblico, se lo facciano pagare dal loro pubblico.
Non da tutti noi.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
@luigi.palamara Basta elemosine di Stato ai giornali di partito Il pluralismo non si compra finanziando la propaganda Il caso dei contributi pubblici all'editoria e l'iniziativa referendaria di "Schierarsi" Basta con il "reddito di giornalanza": lo Stato non può pagare la propaganda L'ipocrisia di chi predica il libero mercato ma vive di sussidi: i giornali di partito trovino la forza di campare grazie ai propri lettori, non con le tasse dei contribuenti. L'Editoriale di Luigi Palamara Esiste qualcosa di profondamente indecente in un giornale che pretende di fare la sentinella del potere mentre tende la mano al potere per farsi pagare la bolletta. I giornali hanno tutto il diritto di essere di destra, di sinistra, monarchici, repubblicani, rivoluzionari o reazionari. Hanno il diritto di difendere un governo, di abbatterlo a colpi di editoriali, di innalzare un leader sugli altari o di trascinarlo nel fango della critica. È la libertà di stampa, bellezza. E guai a chi la tocca. Ma proprio perché la stampa deve essere libera, non si capisce per quale ragione debba essere mantenuta con i soldi di coloro ai quali, ogni mattina, impartisce lezioni di morale, di responsabilità e perfino di sacrificio. Un giornale schierato non è uno scandalo. Lo scandalo comincia quando il suo schieramento viene sovvenzionato dal contribuente. Perché allora non siamo più davanti alla libertà di stampa. Siamo davanti a una ben più comoda libertà di propaganda a spese altrui. Il caso dei contributi pubblici diretti all’editoria mette a nudo un equivoco che da troppo tempo ci viene venduto come una virtù: si dice che quei finanziamenti servano a garantire il pluralismo. Bella parola, “pluralismo”. Fa molto democrazia, molto Costituzione, molto salotto televisivo con sopracciglio sollevato e tono preoccupato. Ma il pluralismo non consiste nel finanziare per decenni le medesime testate, le medesime strutture, i medesimi ambienti politico-editoriali. Quello non è pluralismo. È conservazione. È rendita. È un sistema che si protegge da solo, che si chiude a riccio e poi chiama “libertà d’informazione” il proprio diritto acquisito a essere mantenuto dallo Stato. Giuseppe Di Luca, presidente dell’Associazione Schierarsi, nell’intervista rilasciata a chi scrive, ha sollevato una domanda tanto semplice quanto insopportabile per chi vive di complicazioni: perché un cittadino dovrebbe essere obbligato a finanziare un giornale che non lo informa, ma lo arruola? Prendiamo Il Secolo d’Italia. Nessuno gli contesta il diritto di avere una storia, una collocazione culturale, una sensibilità politica. Sarebbe ridicolo farlo. Ma quando una testata è riconducibile a una fondazione nel cui consiglio siedono esponenti e figure direttamente legate alla politica, il problema non è più la sua linea editoriale. Il problema è il conto presentato al cittadino. Un giornale vicino a un’area politica può esistere. Deve esistere, se ha lettori che lo vogliono. Ma siano quei lettori a sostenerlo, acquistandolo, abbonandosi, finanziandolo liberamente. Non il pensionato che non lo legge. Non il precario che non arriva alla fine del mese. Non il disoccupato che magari, sulle stesse pagine, viene descritto come un fannullone da rieducare al culto del lavoro. Qui la faccenda diventa persino grottesca. Abbiamo assistito per anni a direttori, commentatori e predicatori da studio televisivo che hanno bollato i sussidi ai poveri come “redditi di divananza”. Hanno spiegato agli ultimi che lo Stato non può mantenerli. Hanno chiesto sacrifici, disciplina, dignità, produttività. Poi, quando si tratta dei loro giornali, ecco che il denaro pubblico torna improvvisamente nobile, necessario, democratico, addirittura indispensabile alla libertà. Per i poveri è assistenzialismo. Per loro è pluralismo. l'editoriale completo su CartaStraccia.News
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@luigi.palamara ♬ sonido original - Viajero de tiempos
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