Quel “ti scasso” che pesa sulle istituzioni
Caso Scilla, scontro totale dopo l’aggressione verbale al cronista Graziano Tomarchio da parte dell'assessore Domenico Scarano
«Se mi riprendi ti scasso»:
Le parole che scuotono il Comune
Il silenzio della giunta Ciccone alimenta le polemiche. La minoranza chiede rispetto istituzionale, mentre cresce il coro di chi esige le dimissioni dell'amministratore: «Chi minaccia l'informazione non può rappresentare i cittadini».
L'Editoriale di Luigi Palamara
Un uomo, in provincia di Reggio Calabria, da anni consuma scarpe, benzina e pazienza per raccontare il territorio. Si chiama Graziano Tomarchio. Lo si vede sulle strade, nei borghi, nei luoghi dimenticati, sotto il sole e sotto la pioggia, di giorno e di notte. Fa una cosa semplice, antica e pericolosa: fa domande.
E fare domande, in un Paese normale, non dovrebbe essere un atto di coraggio. Dovrebbe essere mestiere. Dovrebbe essere diritto. Anzi: dovere. Perché il diritto di cronaca non è una concessione graziosa del potente di turno, non è un favore elargito dal municipio, non è una carezza permessa quando l’amministratore è di buon umore. È uno dei pilastri della vita democratica.
Poi accade che, in una giornata qualunque, davanti a una telecamera qualunque, in una cittadina bellissima e fragile come Scilla, un assessore comunale, Domenico Scarano, perda il controllo. E, secondo quanto denunciato, rivolgendosi a Tomarchio, pronunci una frase che non dovrebbe mai uscire dalla bocca di chi rappresenta un’istituzione: “Se mi riprendi ti scasso”.
Ti scasso.
Due parole. Rozze, pesanti, brutali. Due parole che non sono soltanto una caduta di stile. Sono una caduta istituzionale. Perché un assessore non è un passante infastidito al mercato. Non è un privato cittadino colto in un momento di nervosismo. Un assessore è il volto pubblico di una comunità. Porta addosso una fascia invisibile, ma pesante: quella della responsabilità.
E allora la domanda è inevitabile: che cosa ci fa ancora Domenico Scarano seduto su una poltrona amministrativa?
Non basta dire che “può capitare”. Non basta invocare la tensione del momento. Non basta archiviare tutto nel grande cimitero italiano delle frasi infelici. Perché qui non siamo davanti a una gaffe. Siamo davanti a un linguaggio intimidatorio rivolto a una persona mentre svolgeva il proprio lavoro.
Alla faccia dell’aplomb istituzionale. Alla faccia del rispetto. Alla faccia della trasparenza.
E il sindaco? E la giunta? E quel municipio che dovrebbe essere la casa dei cittadini, non il fortino degli irritabili? Finora, almeno pubblicamente, il silenzio sembra aver fatto più rumore della frase stessa. Un silenzio assordante. Un silenzio che pesa. Perché le scuse, immediate e nette, avrebbero potuto medicare la ferita. Non cancellarla, certo. Ma almeno riconoscerla.
Invece nulla. Nisba. Come se il tempo, passando, potesse lavare ogni cosa. Come se bastasse aspettare qualche giorno perché l’indignazione si stanchi, perché la notizia scivoli via, perché la gente torni ad altro.
Ma non dovrebbe funzionare così.
Ha fatto bene Carmen Santagati, consigliera di minoranza, a intervenire con parole chiare, chiedendo rispetto istituzionale e solidarizzando con Graziano Tomarchio. Ha fatto bene a ricordare che chi amministra deve accettare il confronto, soprattutto quando si parla di temi delicati: fondi pubblici, isolamento di Chianalea, gestione del territorio, responsabilità politiche.
Perché questo è il punto. Tomarchio può piacere o non piacere. Può essere comodo o scomodo. Può fare domande gradite o domande irritanti. Ma chi ricopre un incarico pubblico non può scegliere di rispondere con la minaccia. Non può trasformare il dissenso in aggressione verbale. Non può confondere il municipio con il cortile di casa propria.
Le istituzioni non appartengono agli assessori. Appartengono ai cittadini.
E i cittadini hanno diritto di sapere. Hanno diritto di vedere. Hanno diritto di ascoltare domande e risposte. Hanno diritto a una informazione libera, anche quando disturba, soprattutto quando disturba.
Per questo le scuse non sono più sufficienti da sole. Sarebbero state il minimo nelle prime ore. Oggi, dopo il silenzio, serve un gesto politico. Serve che il sindaco Gaetano Ciccone dica con chiarezza da che parte sta: dalla parte dell’istituzione o dalla parte dell’arroganza. Dalla parte del rispetto o dalla parte del “ti scasso”.
Domenico Scarano dovrebbe rimettere il mandato. E se non lo fa, dovrebbe essergli revocato.
Sic et simpliciter.
Non per vendetta. Non per spettacolo. Non per dare in pasto qualcuno alla piazza. Ma per una ragione molto più semplice: chi minaccia un operatore dell'informazione non può rappresentare serenamente una comunità. Chi non regge una domanda non può reggere una delega. Chi scambia una telecamera per un nemico ha già smarrito il senso del proprio ruolo.
Scilla merita altro. Chianalea merita altro. I cittadini meritano altro. E anche la politica, quella vera, merita altro.
Perché una democrazia non muore soltanto quando chiudono i giornali. Comincia a morire prima: quando chi fa domande viene intimidito, e chi dovrebbe indignarsi sceglie di tacere.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
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