Roccaforte del Greco. Il saluto del paese ai suoi Carabinieri.
L'amministrazione comunale festeggia tre militari in partenza dopo tre anni di servizio. Un momento di gratitudine che diventa un grido d'allarme contro il progressivo smantellamento dei servizi nei piccoli centri: «Togliendo una foglia alla volta si uccidono le comunità, ma la caserma è la nostra luce nella notte».
L'amministrazione comunale festeggia tre militari in partenza dopo tre anni di servizio. Un momento di gratitudine che diventa un grido d'allarme contro il progressivo smantellamento dei servizi nei piccoli centri: «Togliendo una foglia alla volta si uccidono le comunità, ma la caserma è la nostra luce nella notte».
L'Editoriale di Luigi Palamara
Era una mattina d’estate, una di quelle mattine calde in cui persino le pietre dell’Aspromonte sembrano trattenere il respiro.
A Piazza Sgrò, nella sede del Comune di Roccaforte del Greco, non c’erano autorità venute da lontano, bande musicali o discorsi preparati da qualche cerimoniere. C’erano il sindaco Ercole Nucera, il vicesindaco Antonino Gullì, l’assessore Rocco Iaria, i consiglieri Carmelo Pitasi, Luigi Pitasi, Adolfo Cucè e Paolo Ferrara. C’erano gli impiegati comunali Daniele, Graziella, Maurizio e Bruno.
E c’erano, soprattutto, tre giovani Carabinieri.
Dopo tre anni di servizio nella caserma del paese, quei militari erano pronti a partire verso nuove destinazioni. Tre anni possono sembrare pochi a chi misura il tempo con i calendari. Ma in un piccolo centro dell’Aspromonte tre anni sono abbastanza per conoscere le strade, le case, le famiglie, le solitudini. Sono abbastanza per diventare parte di una comunità.
Non servivano grandi cose per salutarli. Alcuni pasticcini, una bottiglia di spumante, tre piccoli doni e poche parole pronunciate senza retorica. Eppure proprio quella semplicità ha trasformato l’incontro in qualcosa che resterà nella memoria del paese.
Perché in quella sala non si salutavano soltanto tre uomini in divisa. Si difendeva, quasi senza dichiararlo, l’idea stessa che un paese abbia ancora il diritto di esistere.
Il sindaco lo ha detto con un’immagine tanto popolare quanto spietatamente esatta: la politica del carciofo.
Una foglia alla volta.
Prima si riduce un servizio. Poi se ne limita un altro. La guardia medica diventa incerta, la farmacia rischia di allontanarsi, gli uffici chiudono, le istituzioni arretrano. E ogni volta si sostiene che si tratta soltanto di una piccola rinuncia, di una scelta economica inevitabile, di una razionalizzazione.
Ma il carciofo, a forza di togliere foglie, finisce.
E con esso rischiano di finire anche i paesi.
Roccaforte del Greco conta ormai poche centinaia di abitanti. È un borgo nel cuore dell’Aspromonte, lontano dai grandi centri e dai luoghi in cui si prendono le decisioni. Proprio per questo la presenza dello Stato non può essere considerata un lusso o una voce da cancellare da un bilancio.
In luoghi come questo, una caserma dei Carabinieri non è semplicemente un edificio con una bandiera sulla facciata. È una certezza. È una luce accesa durante la notte. È sapere che qualcuno è presente anche quando non lo si vede.
I Carabinieri lo hanno ricordato con parole semplici: in un piccolo paese si impara davvero il mestiere, perché si vive a contatto con tutti. Si conoscono i cittadini uno per uno. Si condividono problemi, paure, necessità. E anche quando la pattuglia non attraversa le strade, la caserma resta lì, disponibile ventiquattr’ore su ventiquattro.
È una presenza silenziosa. Ed è proprio il silenzio, spesso, a renderla indispensabile.
Nei grandi centri un militare può confondersi nel traffico, nelle sirene, nella folla. In un borgo come Roccaforte egli ha un nome e un volto. Non rappresenta soltanto l’Arma. Rappresenta la possibilità concreta di chiedere aiuto.
Durante la cerimonia è stato consegnato ai tre Carabinieri un piccolo ricordo con una frase:
“Grazie per aver servito Roccaforte del Greco. L’Amministrazione comunale, 10 luglio 2026.”
Poche parole. Ma vere.
Qualcuno ha osservato che non ce n’era bisogno. È la frase che si pronuncia sempre quando si riceve un dono sincero. Ma quel dono non era un premio. Era una testimonianza. Serviva a dire: siete passati da qui e il vostro passaggio non è stato inutile.
I militari hanno risposto che non si trattava di un addio, ma di un arrivederci. Chi indossa una divisa impara presto che le strade possono separarsi e poi incrociarsi nuovamente. Accade tra colleghi, accade con i cittadini, accade con i luoghi che sembravano soltanto tappe provvisorie e che invece diventano parte della propria vita.
«In un posto più grande», hanno detto, «non si potrebbe mai creare il rapporto che si crea nei piccoli paesi».
È questa la verità che spesso sfugge a chi osserva l’Italia dalle scrivanie delle città.
I piccoli paesi non sono numeri da sottrarre. Non sono errori geografici da correggere. Non sono comunità condannate in anticipo alla scomparsa. Sono luoghi nei quali i rapporti umani conservano ancora un peso, nei quali una partenza viene avvertita da tutti e un saluto può diventare un avvenimento collettivo.
La mattina del 10 luglio 2026, a Piazza Sgrò, l’amministrazione comunale ha voluto stringere simbolicamente quei tre Carabinieri nell’abbraccio dell’intera popolazione.
Lo ha fatto con lo spumante, con i pasticcini, con le fotografie e con un applauso forse un po’ impacciato, ma autentico.
Un applauso rivolto ai tre giovani in partenza, ma anche a tutti i Carabinieri che hanno prestato servizio a Roccaforte del Greco. Un applauso a chi continua a considerare questi paesi degni di protezione, di attenzione e di futuro.
Il sindaco ha promesso che l’amministrazione continuerà a difendere la presenza della caserma e a intervenire sulle sue criticità. È un impegno che riguarda l’intera comunità. Perché quando chiude un presidio dello Stato, non scompare soltanto un servizio. Si spezza un filo di fiducia.
Quella mattina, invece, il filo è rimasto intatto.
Tre Carabinieri hanno lasciato Roccaforte del Greco. Ma prima di partire hanno ricevuto il ringraziamento di un paese che non dimentica chi gli è stato vicino.
Forse la storia, quella con la lettera maiuscola, non registrerà questa cerimonia. Non ne parleranno i telegiornali nazionali e non verranno scritti libri sull’apertura di una bottiglia di spumante nella sala comunale di un piccolo borgo aspromontano.
Eppure è proprio di questi gesti che una comunità vive.
Sono atti minuscoli, quasi invisibili. Ma dicono che un paese è ancora capace di riconoscere il valore del servizio, della presenza e della gratitudine.
Dicono che Roccaforte del Greco è ancora viva.
E che, nonostante qualcuno continui a strappare le foglie del carciofo, nel cuore dell’Aspromonte c’è ancora chi non intende lasciarlo morire.
Roccaforte del Greco (RC), 10 luglio 2026
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere
@luigi.palamara Roccaforte del Greco. Il saluto del paese ai suoi Carabinieri. L'amministrazione comunale festeggia tre militari in partenza dopo tre anni di servizio. Un momento di gratitudine che diventa un grido d'allarme contro il progressivo smantellamento dei servizi nei piccoli centri: «Togliendo una foglia alla volta si uccidono le comunità, ma la caserma è la nostra luce nella notte». L'Editoriale di Luigi Palamara Era una mattina d’estate, una di quelle mattine calde in cui persino le pietre dell’Aspromonte sembrano trattenere il respiro. A Piazza Sgrò, nella sede del Comune di Roccaforte del Greco, non c’erano autorità venute da lontano, bande musicali o discorsi preparati da qualche cerimoniere. C’erano il sindaco Ercole Nucera, il vicesindaco Antonino Gullì, l’assessore Rocco Iaria, i consiglieri Carmelo Pitasi, Luigi Pitasi, Adolfo Cucè e Paolo Ferrara. C’erano gli impiegati comunali Daniele, Graziella, Maurizio e Bruno. E c’erano, soprattutto, tre giovani Carabinieri. Dopo tre anni di servizio nella caserma del paese, quei militari erano pronti a partire verso nuove destinazioni. Tre anni possono sembrare pochi a chi misura il tempo con i calendari. Ma in un piccolo centro dell’Aspromonte tre anni sono abbastanza per conoscere le strade, le case, le famiglie, le solitudini. Sono abbastanza per diventare parte di una comunità. Non servivano grandi cose per salutarli. Alcuni pasticcini, una bottiglia di spumante, tre piccoli doni e poche parole pronunciate senza retorica. Eppure proprio quella semplicità ha trasformato l’incontro in qualcosa che resterà nella memoria del paese. Perché in quella sala non si salutavano soltanto tre uomini in divisa. Si difendeva, quasi senza dichiararlo, l’idea stessa che un paese abbia ancora il diritto di esistere. Il sindaco lo ha detto con un’immagine tanto popolare quanto spietatamente esatta: la politica del carciofo. Una foglia alla volta. Prima si riduce un servizio. Poi se ne limita un altro. La guardia medica diventa incerta, la farmacia rischia di allontanarsi, gli uffici chiudono, le istituzioni arretrano. E ogni volta si sostiene che si tratta soltanto di una piccola rinuncia, di una scelta economica inevitabile, di una razionalizzazione. Ma il carciofo, a forza di togliere foglie, finisce. E con esso rischiano di finire anche i paesi. Roccaforte del Greco conta ormai poche centinaia di abitanti. È un borgo nel cuore dell’Aspromonte, lontano dai grandi centri e dai luoghi in cui si prendono le decisioni. Proprio per questo la presenza dello Stato non può essere considerata un lusso o una voce da cancellare da un bilancio. In luoghi come questo, una caserma dei Carabinieri non è semplicemente un edificio con una bandiera sulla facciata. È una certezza. È una luce accesa durante la notte. È sapere che qualcuno è presente anche quando non lo si vede. I Carabinieri lo hanno ricordato con parole semplici: in un piccolo paese si impara davvero il mestiere, perché si vive a contatto con tutti. Si conoscono i cittadini uno per uno. Si condividono problemi, paure, necessità. E anche quando la pattuglia non attraversa le strade, la caserma resta lì, disponibile ventiquattr’ore su ventiquattro. È una presenza silenziosa. Ed è proprio il silenzio, spesso, a renderla indispensabile. Nei grandi centri un militare può confondersi nel traffico, nelle sirene, nella folla. In un borgo come Roccaforte egli ha un nome e un volto. Non rappresenta soltanto l’Arma. Rappresenta la possibilità concreta di chiedere aiuto. Durante la cerimonia è stato consegnato ai tre Carabinieri un piccolo ricordo con una frase: “Grazie per aver servito Roccaforte del Greco. L’Amministrazione comunale, 10 luglio 2026.” Poche parole. Ma vere. Qualcuno ha osservato che non ce n’era bisogno. È la frase che si pronuncia sempre quando si riceve un dono sincero. Ma quel dono non era un premio. Era una testimonianza. Editoriale completo su CartaStraccia.News
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