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Pietro Fuda e il dovere delle scuse: la giustizia cancella il fango del sospetto

Pietro Fuda e il dovere delle scuse: la giustizia cancella il fango del sospetto

LA SENTENZA DEL TRIBUNALE DI LOCRI REINTEGRA L'EX SINDACO DI SIDERNO

Assolto con formula piena dall'accusa di concorso esterno. Il ritratto e la lezione di un politico di razza che ha attraversato la gogna giudiziaria senza perdere la propria dignità e la misura umana.

L'Editoriale di Luigi Palamara 

Certi uomini attraversano la politica come si attraversa una stanza: facendo rumore, lasciando disordine, occupando spazio. E poi ci sono uomini che la politica la portano addosso come una responsabilità, quasi una condanna morale. Pietro Fuda appartiene a questa seconda specie. Una specie rara, scomoda, non addomesticabile: quella dei politici di razza.

Il Tribunale di Locri ha assolto con formula piena l’ex sindaco di Siderno Pietro Fuda. Tutti assolti. E già questa parola, “assolti”, dovrebbe bastare a fermare il chiacchiericcio, a chiudere le bocche frettolose, a imporre un minuto di silenzio a chi, in questi anni, ha confuso l’accusa con la condanna, il sospetto con la verità, il processo con la gogna.

La Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria aveva chiesto per lui una condanna pesante: sei anni e otto mesi. L’accusa era gravissima: concorso esterno in associazione mafiosa. Un’accusa che, in una terra come la Calabria, non cade mai come una semplice notizia. Cade come una pietra. Ti rompe il nome, la storia, gli affetti, i rapporti, la reputazione. Ti entra in casa, si siede alla tua tavola, guarda negli occhi i tuoi figli, i tuoi amici, i tuoi avversari. E spesso resta lì anche quando un tribunale dice che non doveva esserci.

Ora il tribunale ha parlato. E quando la giustizia parla, chi ha infangato dovrebbe tacere. O meglio: dovrebbe chiedere scusa.

Ma le scuse, in Italia, sono merce rara. Specialmente quando riguardano un uomo politico. Perché il politico, nella nostra cultura malata, è sempre colpevole prima ancora di essere giudicato. Se poi viene dalla Calabria, se ha amministrato un territorio difficile, se ha avuto potere, relazioni, consenso, allora il sospetto diventa quasi una sentenza popolare. Una sentenza senza aula, senza prove, senza contraddittorio. Una sentenza vigliacca.

Io Pietro Fuda l’ho conosciuto personalmente. E non parlo del personaggio pubblico, del sindaco, del senatore, dell’assessore regionale, del Presidente della Provincia di Reggio Calabria. Parlo dell’uomo. Perché è lì che si misura davvero la statura di una persona: non nei titoli, non nelle cariche, non nei manifesti elettorali, ma nella qualità umana che lascia negli altri.

Di Pietro Fuda mi colpì subito l’intelligenza. Non quella fredda, vanitosa, compiaciuta di sé. Ma un’intelligenza viva, acuta, capace di entrarti nella mente senza violenza, quasi con garbo, e di costringerti a pensare meglio. Ogni incontro con lui era una lezione. Non una predica, non un comizio. Una lezione. Di quelle che non finiscono quando ci si saluta, ma continuano a lavorarti dentro.

Da lui mi portavo sempre via qualcosa. Un’idea, una sollecitazione, un dubbio utile. Quel “quid” che ti cambia la percezione delle cose e ti obbliga a guardare la politica non come mestiere, non come mestiere furbo, non come mercato di favori, ma come servizio verso gli ultimi. Verso quelli che non hanno voce, non hanno padrini, non hanno protezioni. Verso quelli che la politica, quando è nobile, dovrebbe servire per primi.

Poi, come spesso accade nella vita, le strade si sono separate. Per mille ragioni, alcune importanti, altre forse insignificanti. Ma certe persone non se ne vanno davvero. Restano nelle cose che ti hanno insegnato. Restano nei criteri con cui giudichi il mondo. Restano nelle frasi che ti tornano in mente quando devi scegliere se essere comodo o essere giusto.

Di Pietro Fuda mi sono rimaste alcune lezioni semplici e immense: stare dalla parte dei più deboli; studiare sempre; migliorarsi senza credere di essere arrivati; non dare mai nulla per scontato; lottare senza lamentarsi; non cercare vendetta, ma giustizia.

Ecco la parola decisiva: giustizia.

Non vendetta. Non rivalsa. Non rancore. Giustizia. Perché un uomo assolto dopo essere stato accusato di un reato così grave non ha bisogno di applausi finti. Ha bisogno di verità. Ha bisogno che il suo nome venga restituito alla sua storia. Ha bisogno che chi ha parlato troppo, troppo presto e troppo male, trovi almeno il coraggio di abbassare gli occhi.

Pietro Fuda esce da questa vicenda non come un uomo qualunque scampato a un processo, ma come un uomo che ha attraversato il fango senza perdere la propria misura. Ed è proprio questa misura, oggi, a dire molto più di tante dichiarazioni.

Perché i politici di razza si riconoscono anche da questo: resistono. Resistono al tempo, alle sconfitte, alle accuse, alle amarezze, alle solitudini. Non perché siano santi, ma perché hanno dentro una fibra antica. Una fibra fatta di cultura, di carattere, di visione, di umanità.

Pietro Fuda, per chi lo ha conosciuto davvero, non è soltanto un nome dentro una sentenza. È un esempio di vita. È un modo di intendere la politica. È la prova che si può attraversare il potere senza ridursi a sua caricatura. È la testimonianza che la politica, quando è fatta con intelligenza e cuore, può ancora essere una forma alta di impegno umano.

Grazie, Pietro. Per ciò che hai insegnato. Per ciò che hai rappresentato. Per ciò che, nonostante tutto, continui a rappresentare.

E adesso sì: aspettiamo che qualcuno chieda scusa.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

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