Roccaforte del Greco, la piazza che torna a parlare
Il 14 giugno 2026 a Piazza Sgrò l'incontro tra cittadini, sindaci e associazioni per il rilancio delle aree interne dell'Aspromonte
Roccaforte del Greco, la piazza torna a parlare: una comunità contro lo spopolamento
Tra piatti tipici, poesia e dibattito politico, l’amministrazione Nucera chiama a raccolta residenti ed emigrati: «Restare è la nuova resistenza, ma servono servizi, cultura e strade per non morire di isolamento».
L'Editoriale di Luigi Palamara
Alcuni giorni non fanno rumore sui grandi giornali, non spostano equilibri nazionali, non cambiano il corso della storia ufficiale. Eppure, per una comunità, valgono più di un decreto, più di una promessa elettorale, più di cento discorsi pronunciati nei palazzi. Il 14 giugno 2026, a Roccaforte del Greco, Piazza Sgrò è stata uno di questi luoghi: una piccola capitale morale di un paese che non vuole rassegnarsi a morire.
Sotto un sole cocente, più di cento persone si sono ritrovate attorno a tavole, sedie, piatti pieni di prodotti tipici e parole finalmente pronunciate senza rancore. C’era la carne di capra, con quel profumo antico e selvatico che solo l’Aspromonte, a quasi mille metri d’altezza, sa dare alle cose vere. C’erano i sorrisi. C’erano gli occhi di chi spera senza volerlo ammettere troppo. C’era, soprattutto, una cosa che in certi paesi si perde prima ancora dei servizi: il senso della comunità.
Non era, o almeno non doveva essere, una festa elettorale. Lo ha detto chiaramente il sindaco Ercole Nucera: era una festa dell’amicizia, della socialità, dell’esempio. Parole semplici, quasi disarmate. Ma in un paese come Roccaforte del Greco, dove ogni parola pubblica porta con sé il peso della storia, anche la semplicità può diventare un programma politico.
Prima dei discorsi, un gesto. Maria Grazia Morano ha consegnato al sindaco un piccolo dono, “fatto di terra, fuoco e arte”. Un oggetto umile, ma proprio per questo importante. Perché la politica, quando non è solo amministrazione di pratiche, nasce anche da questi simboli: dalla terra, dal fuoco, dall’arte, dalla memoria. Nel messaggio che accompagnava il regalo c’era un augurio e insieme un monito: il vero progresso nasce dall’ascolto, dalla dedizione e dall’amore per la propria comunità.
Sono parole che a Roccaforte del Greco non possono essere dette con leggerezza. Questo è un paese dell’anima grecanica, una terra che conserva una lingua, un paesaggio e una ferita. Ercole Nucera ha ricordato che questa è la terra dei Greci, dei coloni che portarono civiltà, teatro, poesia. Ma ha anche ricordato che la retorica sulle aree interne, quando non diventa servizio, è una forma elegante di abbandono.
Perché mentre le istituzioni dichiarano di voler salvare i paesi di montagna, la realtà spesso taglia la guardia medica, riduce l’assistenza, lascia soli gli anziani. E qui gli anziani non sono una categoria statistica: sono il paese stesso. Sono la memoria che cammina piano. Sono il sacrificio fatto persona. Sono quelli che restano quando tutti gli altri partono. Considerarli un peso sarebbe non solo ingiusto, ma osceno.
Poi è arrivata la poesia di suor Daniela Maesano, “Amendolea”. Una poesia dedicata al paesaggio che sta davanti a Roccaforte come un libro aperto: il fiume che scende dalle cascate del Maesano, corre verso il mare, porta con sé Grecia, mito, natura, ginestra, memoria. Amendolea diventa dea, danza, storia, fantasia. E forse in un tempo abituato a misurare tutto in chilometri, fondi, bandi e delibere, una poesia può ricordare ciò che la burocrazia dimentica: che un territorio prima di essere amministrato deve essere amato.
Ma la giornata non è stata solo contemplazione. È stata anche parola politica, nel senso più serio e meno volgare del termine. Luigi Palamara ha preso la parola con ironia, annunciando di aver scritto non una poesia, ma un discorso politico. E quel discorso ha avuto il merito di dire ciò che spesso nei piccoli paesi si sussurra, si evita, si rimanda.
Ha parlato dell’orgoglio di essere roccafortese, anche quando questo orgoglio è stato frainteso. Ha parlato di un nuovo momento storico aperto con Ercole Nucera. Ha parlato della necessità che maggioranza, opposizione e cittadini, soprattutto quelli che vivono fuori, smettano di considerarsi spettatori e tornino a sentirsi responsabili.
Luigi Palamara ha toccato un punto decisivo: Roccaforte non appartiene a pochi. Appartiene a tutti. A chi resta, a chi torna, a chi vive lontano ma conserva il cuore nel paese. E ha avuto il coraggio di dire che negli ultimi anni Roccaforte sembrava consumarsi, spegnersi, scomparire lentamente. Non è polemica: è constatazione. I paesi non muoiono in un giorno. Muoiono quando si chiude il forno, quando manca la farmacia, quando la guardia medica diventa un favore invece che un diritto, quando la piazza si svuota, quando il dissenso viene scambiato per inimicizia.
Il passaggio più forte, forse, è stato quello sulla democrazia. La democrazia non vive quando tutti applaudono. Vive quando ciascuno può parlare, dissentire, proporre e agire per il bene comune. È una lezione semplice, ma in certi luoghi difficilissima. Perché nei piccoli paesi la politica divide più delle ideologie: divide le famiglie, le amicizie, le memorie. Palamara ha detto di non avere rancore personale verso nessuno e ha offerto il proprio talento, le proprie conoscenze, la propria penna a disposizione del sindaco, dell’opposizione e dei compaesani.
Non era una resa. Era una riconciliazione. Che è cosa molto più difficile.
La risposta di Ercole Nucera ha confermato il senso della giornata. Ha parlato di rispetto per chi vive a Roccaforte del Greco e resiste. Perché restare, oggi, in un paese dell’interno, è una forma nuova di resistenza. Ma lo stesso rispetto va dato a chi vive fuori e continua a sentirsi parte della comunità. Il sindaco ha indicato un obiettivo chiaro: creare concordia e collaborazione per impedire che Roccaforte muoia. Non per nostalgia, ma perché questo paese possiede risorse naturali, culturali e umane preziose per l’intera provincia di Reggio Calabria.
Poi è intervenuto Paolo Ferrara. E il suo discorso ha avuto il tono giusto: serio, ma non funebre; politico, ma non burocratico. Ha ringraziato Roccaforte per la fiducia riposta in chi ha deciso di metterci la faccia. Ha ringraziato Ercole Nucera, definendolo il miglior sindaco che Roccaforte potesse avere in questo momento. E ha detto una cosa che dovrebbe essere scolpita all’ingresso di ogni municipio: un’amministrazione comunale non può fare nulla da sola.
Ha bisogno dei cittadini, dei volontari, delle idee, delle segnalazioni, della partecipazione. Ha bisogno di chi prepara il pranzo, di chi porta una proposta, di chi telefona ogni giorno, di chi conosce una strada, una casa, un problema, una persona sola. Ferrara ha parlato di “Roccaforte Metropolitana”, non come slogan vuoto, ma come progetto: corsi gratuiti, aggregazione sociale, riapertura della struttura scolastica, centralità della cultura.
Ed è qui che il discorso si fa decisivo. Perché un paese senza scuola, senza cultura, senza luoghi in cui imparare e incontrarsi, non è solo povero: è disarmato. Può avere case, strade, panorama e memoria, ma se perde la cultura perde il futuro. Ferrara lo ha detto da professore: la perdita della cultura è il danno più grave che un territorio possa subire. Il denaro può mancare e tornare. La cultura, quando viene spenta, lascia dietro di sé una povertà più profonda.
È intervenuto anche Sandro Polimeni, sindaco di San Lorenzo, portando il saluto istituzionale e personale. Ha ricordato il legame con Ercole, evocando la figura del padre, storico socialista. Ma soprattutto ha parlato di strade, di collegamenti, di vie di comunicazione. Perché nei paesi dell’interno la strada non è un’infrastruttura: è una linea di sopravvivenza.
Quando una persona anziana deve raggiungere Melito per un’emergenza, una strada dissestata può diventare una condanna. Non è folklore, non è lamento meridionale, non è vittimismo: è realtà. Polimeni ha parlato perfino di barricate, vere, se necessario. Parola dura, certo. Ma a volte la moderazione diventa ipocrisia quando serve solo a coprire l’ingiustizia.
Alla fine, tra i dialoghi informali, è emerso forse il significato più autentico della giornata. Qualcuno ha chiesto: “Le tue origini sono qui?”. E la risposta è stata semplice: “Le mie origini sono proprio qui, ed è la cosa più bella”. In quella frase c’è tutto. Perché Roccaforte non è soltanto il luogo di chi ci abita. È anche il luogo di chi ci torna, di chi lo porta nel cognome, nella memoria, nell’accento, nel rimorso, nell’amore.
Qualcuno ha detto che Ercole Nucera, pur essendo ancora “un giovanotto”, dovrà essere visionario e pensare in grande. È vero. Roccaforte del Greco è un comune importante, vasto, antico, affacciato su un paesaggio che sembra più grande del suo destino amministrativo. Ma la visione, da sola, non basta. Serviranno progetti, servizi, strade, sanità, cultura, scuola, farmacia, forno, assistenza agli anziani. Servirà un’opposizione leale e vigile. Servirà una maggioranza capace di ascoltare. Serviranno cittadini che smettano di delegare tutto.
E servirà anche una penna. È stato detto che Luigi Palamara potrà offrire il suo contributo autorevole. Ma più in generale serviranno tutte le penne, tutte le mani, tutte le voci disponibili. Perché i paesi si salvano così: non con un uomo solo, non con una lista sola, non con una festa sola, ma con una comunità che ricomincia a guardarsi in faccia.
Il 14 giugno 2026 Piazza Sgrò non ha risolto i problemi di Roccaforte del Greco. Non ha riaperto da sola una scuola. Non ha aggiustato le strade. Non ha garantito la guardia medica. Non ha fermato lo spopolamento. Ma ha fatto qualcosa che viene prima: ha riacceso una possibilità.
E nei paesi che rischiano di scomparire, la possibilità è già una forma di resurrezione.
La politica, quando è nobile, non promette paradisi. Restituisce fiducia. Quel giorno, tra il sole, la capra, il vino, la poesia, i discorsi, gli applausi e qualche ferita finalmente detta ad alta voce, Roccaforte del Greco ha provato a fare proprio questo: tornare paese.
Non resta che vedere se quella piazza piena saprà diventare lavoro quotidiano. Perché la festa passa, il pranzo finisce, le sedie si ripiegano, il sole cala. Ma se resta l’impegno, allora quel 14 giugno non sarà stato soltanto un giorno bello. Sarà stato davvero uno spartiacque.
Viva chi resta. Viva chi ritorna. Viva chi non si arrende. Viva Roccaforte del Greco.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere
@luigi.palamara Roccaforte del Greco, la piazza che torna a parlare Il 14 giugno 2026 a Piazza Sgrò l'incontro tra cittadini, sindaci e associazioni per il rilancio delle aree interne dell'Aspromonte Roccaforte del Greco, la piazza torna a parlare: una comunità contro lo spopolamento Tra piatti tipici, poesia e dibattito politico, l’amministrazione Nucera chiama a raccolta residenti ed emigrati: «Restare è la nuova resistenza, ma servono servizi, cultura e strade per non morire di isolamento». L'Editoriale di Luigi Palamara  Alcuni giorni non fanno rumore sui grandi giornali, non spostano equilibri nazionali, non cambiano il corso della storia ufficiale. Eppure, per una comunità, valgono più di un decreto, più di una promessa elettorale, più di cento discorsi pronunciati nei palazzi. Il 14 giugno 2026, a Roccaforte del Greco, Piazza Sgrò è stata uno di questi luoghi: una piccola capitale morale di un paese che non vuole rassegnarsi a morire. Sotto un sole cocente, più di cento persone si sono ritrovate attorno a tavole, sedie, piatti pieni di prodotti tipici e parole finalmente pronunciate senza rancore. C’era la carne di capra, con quel profumo antico e selvatico che solo l’Aspromonte, a quasi mille metri d’altezza, sa dare alle cose vere. C’erano i sorrisi. C’erano gli occhi di chi spera senza volerlo ammettere troppo. C’era, soprattutto, una cosa che in certi paesi si perde prima ancora dei servizi: il senso della comunità. Non era, o almeno non doveva essere, una festa elettorale. Lo ha detto chiaramente il sindaco Ercole Nucera: era una festa dell’amicizia, della socialità, dell’esempio. Parole semplici, quasi disarmate. Ma in un paese come Roccaforte del Greco, dove ogni parola pubblica porta con sé il peso della storia, anche la semplicità può diventare un programma politico. Prima dei discorsi, un gesto. Maria Grazia Morano ha consegnato al sindaco un piccolo dono, “fatto di terra, fuoco e arte”. Un oggetto umile, ma proprio per questo importante. Perché la politica, quando non è solo amministrazione di pratiche, nasce anche da questi simboli: dalla terra, dal fuoco, dall’arte, dalla memoria. Nel messaggio che accompagnava il regalo c’era un augurio e insieme un monito: il vero progresso nasce dall’ascolto, dalla dedizione e dall’amore per la propria comunità. Sono parole che a Roccaforte del Greco non possono essere dette con leggerezza. Questo è un paese dell’anima grecanica, una terra che conserva una lingua, un paesaggio e una ferita. Ercole Nucera ha ricordato che questa è la terra dei Greci, dei coloni che portarono civiltà, teatro, poesia. Ma ha anche ricordato che la retorica sulle aree interne, quando non diventa servizio, è una forma elegante di abbandono. Perché mentre le istituzioni dichiarano di voler salvare i paesi di montagna, la realtà spesso taglia la guardia medica, riduce l’assistenza, lascia soli gli anziani. E qui gli anziani non sono una categoria statistica: sono il paese stesso. Sono la memoria che cammina piano. Sono il sacrificio fatto persona. Sono quelli che restano quando tutti gli altri partono. Considerarli un peso sarebbe non solo ingiusto, ma osceno. Poi è arrivata la poesia di suor Daniela Maesano, “Amendolea”. Una poesia dedicata al paesaggio che sta davanti a Roccaforte come un libro aperto: il fiume che scende dalle cascate del Maesano, corre verso il mare, porta con sé Grecia, mito, natura, ginestra, memoria. Amendolea diventa dea, danza, storia, fantasia. E forse in un tempo abituato a misurare tutto in chilometri, fondi, bandi e delibere, una poesia può ricordare ciò che la burocrazia dimentica: che un territorio prima di essere amministrato deve essere amato. Ma la giornata non è stata solo contemplazione. È stata anche parola politica, nel senso più serio e meno volgare del termine. Luigi Palamara ha preso la parola con ironia, annunciando di aver scritto non una poesia, ma un discorso politico.
♬ audio originale - Luigi Palamara
@luigi.palamara Roccaforte del Greco 14 giugno 2026. #roccafortedelgreco #aspromonte #luigipalamara #palamaraluigi #luispal ♬ Calling Me Home - Jang Kung
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