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Reggio Calabria non si salva con la scopa

Reggio Calabria non si salva con la scopa

La sfida della nuova Città metropolitana tra politica, decoro urbano e senso civico

​Domani si insedia il Consiglio metropolitano, ma il vero cambiamento non passa solo per le nomine o le pulizie straordinarie: servono una direzione politica chiara, servizi efficienti e, soprattutto, la responsabilità quotidiana di ogni cittadino nel rispettare e custodire la propria terra.

L'Editoriale di Luigi Palamara 

Il 29 luglio 2026 si riunirà per la prima volta il Consiglio della Città metropolitana. Quattordici consiglieri, un vicesindaco ancora da scegliere e il consueto esercizio provinciale delle previsioni: sarà questo, sarà quello, prevarrà il favorito oppure verrà fuori il nome che nessuno aveva previsto.

È il vecchio gioco della politica italiana, che ama discutere dei nomi perché i nomi sono più facili dei problemi. I problemi, infatti, hanno il brutto vizio di restare anche dopo le nomine.

Sapremo presto chi sarà il vicesindaco. Ma la vera domanda è un’altra: sapremo finalmente che cosa si intende fare di Reggio Calabria?

Qualcosa, almeno nelle intenzioni, sembra muoversi. Francesco Cannizzaro appare deciso a indicare una direzione. In politica non è poco, perché spesso da queste parti si governa come si guida nella nebbia: senza vedere la strada, ma assicurando ai passeggeri di conoscere perfettamente la destinazione.

Avere una direzione, tuttavia, non significa essere già arrivati. Significa soltanto sapere da quale parte cominciare. Ed è proprio qui che nasce il problema.

Reggio non può essere cambiata soltanto dai politici. Non può essere salvata dagli assessori, dai consiglieri, dagli operatori ecologici o dai dipendenti comunali. Non può essere ripulita una volta per tutte con una grande operazione fotografica, qualche camion in strada e le inevitabili dichiarazioni soddisfatte davanti alle telecamere.

Una città non si pulisce una volta. Si tiene pulita ogni giorno.

Potremmo anche mobilitare un esercito di lavoratori e far brillare Reggio in quarantotto ore. Sarebbe sufficiente il quarantanovesimo perché tutto tornasse come prima, qualora i cittadini continuassero a gettare per terra carte, mozziconi e rifiuti.

Il punto non è la scopa. È la mano che sporca dopo che la scopa è passata.

Si parla sempre di diritti e molto meno di doveri. Si ripete: «Pago le tasse». Come se il pagamento delle tasse fosse una patente d’inciviltà, un’autorizzazione a parcheggiare male, sporcare il marciapiede, parlare al telefono mentre si guida o trattare gli spazi pubblici come il retrobottega di casa propria.

Pagare le tasse non autorizza nessuno a comportarsi da padrone della città. Semmai impone di sentirsi responsabile della città.

La responsabilità dovrebbe essere divisa tra politica, lavoratori e cittadini. Non occorre fare calcoli raffinati: un terzo ciascuno. Chi amministra deve programmare e controllare. Chi lavora deve svolgere bene il proprio compito. Chi vive la città deve rispettarla.

Manca spesso proprio quest’ultima parte, perché il cittadino italiano è severissimo con lo Stato e indulgentissimo con sé stesso. Pretende l’efficienza svizzera, ma conserva abitudini che in Svizzera gli costerebbero una multa dopo cinque minuti.

Il mozzicone gettato su Corso Garibaldi sembra niente. Ma cento persone che gettano un mozzicone producono cento mozziconi. La sporcizia collettiva è sempre la somma di molte innocenze individuali.

«Che cosa vuoi che sia?», pensa ciascuno.

È precisamente ciò che pensano tutti.

Una città metropolitana non è tale perché possiede un titolo amministrativo. Lo diventa quando assume un comportamento metropolitano. E un comportamento metropolitano non consiste soltanto nell’avere grandi strade, palazzi ristrutturati e uffici moderni. Consiste nell’educazione quotidiana.

Consiste nel non gettare rifiuti a terra. Nel non occupare ogni spazio disponibile con l’automobile. Nel non usare il telefono mentre si guida. Nel rispettare il lavoro altrui. Nel salutare, sorridere, chiedere permesso, dire grazie.

Sembrano sciocchezze. Non lo sono.

La civiltà è fatta quasi interamente di piccole cose. Anche la barbarie.

Reggio ha certamente bisogno di pulizia, spiagge curate, servizi efficienti, lavoro e opportunità per i giovani. Ma ha bisogno anche di gentilezza. Parola fuori moda, quasi sospetta, in un tempo in cui molti scambiano la maleducazione per sincerità e l’aggressività per coraggio.

La gentilezza non compare nei bilanci comunali, eppure migliora la qualità della vita più di molte opere pubbliche. Non costa nulla, ma sembra diventata un lusso. Un sorriso ricevuto al momento giusto può cambiare una giornata. Un insulto gratuito può rovinarla.

Anche la comunicazione pubblica soffre della stessa malattia. Non si discute più ciò che una persona scrive: si aggredisce la persona che lo ha scritto. Si evita l’argomento e si cerca il difetto dell’autore. È un metodo antico e miserabile: quando non si riesce a demolire un’idea, si tenta di demolire chi l’ha espressa.

Il confronto, invece, dovrebbe riguardare le parole, i fatti e le opinioni. Non la vita privata, le insinuazioni o il pettegolezzo.

Chi scrive deve accettare la critica. Ma chi critica deve assumersi la responsabilità delle proprie parole. I profili falsi, gli insulti anonimi e le diffamazioni non sono libertà di espressione. Sono vigliaccheria digitale.

Nascondersi dietro uno schermo non rende più coraggiosi. Rende soltanto più difficili da identificare. E talvolta neppure tanto.

Detto questo, anche chi comunica deve evitare di cadere nella trappola dell’ira. Perché l’insulto risponde all’insulto, lo moltiplica e finisce per oscurare il messaggio iniziale. Si può essere duri senza essere volgari. Si può denunciare senza minacciare. Si può difendere la propria dignità affidandosi alla legge, senza trasformare ogni confronto in una rissa.

Il giornalista è un uomo e, come ogni uomo, si arrabbia, soffre e reagisce. Ma proprio perché dispone delle parole ha una responsabilità maggiore: deve usarle come bisturi, non come manganello.

Questa città non ha bisogno di altri nemici. Ne possiede già abbastanza, reali o immaginari. Ha bisogno di cittadini capaci di criticare senza odiare, amministratori capaci di governare senza recitare e giornalisti capaci di raccontare senza inginocchiarsi.

Lo spirito aspromontano può essere una virtù, quando significa dignità, resistenza e indipendenza. Diventa un limite quando si riduce a una gara a chi urla più forte.

Non abbassare la testa non significa perdere la testa.

La sfida che attende la nuova Città metropolitana è dunque meno spettacolare di una nomina e più difficile di una campagna elettorale. Si tratta di costruire un metodo, creare fiducia e convincere i cittadini che la città non appartiene al sindaco, ai consiglieri o agli uffici comunali.

Appartiene a chi la abita.

E chi abita una città non è soltanto un beneficiario di servizi. Ne è anche il custode.

Se la politica farà la propria parte, se i lavoratori faranno la propria parte e se i cittadini smetteranno di considerare sempre colpevoli gli altri, allora Reggio potrà davvero cambiare.

Non basteranno i proclami. Non basteranno le fotografie. Non basterà pulire le strade per qualche giorno.

Servirà qualcosa di molto più raro: l’esempio.

Perché una città non migliora quando tutti pretendono che cambi.

Migliora quando ciascuno comincia a cambiare il proprio metro quadrato.

Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno 

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