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IO ODIO CORMACI. Il caso Melito e la rabbia social: quando il calcio di paese diventa un tribunale.

IL MELITO, I FRANCHI TIRATORI E ... IO ODIO CORMACI.

Il caso Melito e la rabbia social: quando il calcio di paese diventa un tribunale.

Il mancato ripescaggio in Promozione scatena le polemiche contro Antonio Cormaci. Tra maldicenze sulla sua nuova auto e sacrifici economici personali, la replica del dirigente smonta le accuse dei "franchi tiratori" da bar.

L'Editoriale di Luigi Palamara 

Antonio Cormaci ha aspettato il primo agosto per parlare. Non perché gli mancassero le parole  quelle, a giudicare dal post su Facebook, erano già schierate in formazione offensiva, ma perché anche le verità di paese, come i campionati di calcio, hanno il loro calendario.

La prima è semplice: il Melito non è stato ripescato in Promozione.

In un luogo normale sarebbe una notizia sportiva. A Melito, invece, è diventata immediatamente un’inchiesta parlamentare, un processo sommario e, per qualcuno, perfino una piccola Norimberga dell’iscrizione calcistica.

I franchi tiratori, categoria che nei paesi non conosce ferie né retrocessioni, hanno già emesso la sentenza: colpa di Cormaci. Avrà sbagliato un modulo, dimenticato una firma, confuso una distinta con il libretto della macchina nuova.

Peccato che, secondo quanto riferisce il diretto interessato, le squadre ripescate siano state quattro e il Melito sia arrivato quinto. Una posizione crudele: abbastanza vicina da alimentare il rimpianto, abbastanza lontana da scatenare gli esperti del lunedì, del martedì e di tutti gli altri giorni in cui non hanno nulla da fare.

Cormaci, comunque, ha chiesto l’accesso agli atti. Gesto prudente, perché in Italia gli atti bisogna leggerli: soprattutto dopo che tutti gli altri li hanno già commentati senza averli visti.

Poi c’è la macchina nuova.

Nei piccoli centri basta cambiare automobile perché una parte della popolazione si trasformi nella Guardia di Finanza. Cormaci precisa di averla comprata a rate, non con i soldi della squadra. Una precisazione che dovrebbe essere superflua, ma nei paesi il superfluo è spesso l’unica cosa considerata indispensabile.

Da ventisei anni, racconta, contribuisce economicamente e materialmente alla squadra. Più di vent’anni fa organizzava tornei di calcio a cinque e versava gli incassi per pagare l’iscrizione. Stavolta ha messo 2.700 euro di tasca propria, rinunciando perfino a una crociera.

Non potendo partire a causa della preparazione atletica, ha compiuto il più autentico dei sacrifici calcistici: pagare una vacanza alla società senza poterla fare lui.

Nel frattempo prospera il partito del “non giocare con Cormaci”. Un movimento senza sede, senza statuto e soprattutto senza versamenti bancari, ma ricco di dirigenti spirituali. Sono i salvatori della patria a costo zero: non mettono un centesimo, però dispensano strategie, condanne e lezioni morali con la generosità di chi offre sempre il portafoglio degli altri.

Cormaci rivendica un’idea forse antiquata: puntare sui giovani, giocare bene, rispettare gli avversari, evitare minacce e costruire qualcosa di dignitoso.

Un programma quasi sovversivo, in un calcio dilettantistico dove talvolta si pretende di educare i ragazzi spiegando loro che la scorciatoia è più intelligente della strada, il denaro più convincente della parola data e una promessa da trecento o quattrocento euro vale più della lealtà.

I trenta denari, del resto, hanno subito l’inflazione. Oggi bastano poche centinaia di euro, magari incassate qualche volta durante l’anno, per convincere qualcuno a cambiare maglia, versione e coscienza.

Cormaci avverte di non dimenticare nulla e di osservare tutto. Frase che, in un paese, suona meno come una minaccia che come la conferma di un’evidenza: tutti guardano tutti, ma ciascuno è convinto di essere l’unico a farlo.

Continuerà a fare calcio finché ne avrà voglia, dice, ma soltanto con ragazzi dall’animo libero e leale.

Ai suoi calciatori offre disponibilità ventiquattr’ore su ventiquattro e un’ultima raccomandazione: non ascoltate i cazzari del paese.

È forse il passaggio più ambizioso dell’intero progetto sportivo.

Perché vincere un campionato è difficile. Essere ripescati ancora di più. Ma sottrarre dei giovani all’influenza dei cazzari di paese è un’impresa che non prevede graduatorie, accessi agli atti né promozioni d’ufficio.

Richiede soltanto fatica, impegno e carattere.

Proprio quelle cose che, come ricordano gli dèi cazzari citati da Cormaci, non vengono mai regalate.

Le automobili, invece, almeno quelle, si possono comprare a rate.

IO ODIO CORMACI. SI TRASFORMA IN: IO STO CON CORMACI.

QUESTO È!!!

Ma che razza di mondo è mai ... questo è!!!

Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere  

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