QUANDO LA TARANTELLA DIVENTA VENTO
«E lu previti di Roccaforti si la fujiu cu na bovisciana,
malanova chi jivanu forti,
comu lu ventu di tramuntana».
È uno di quegli stornelli calabresi che non hanno bisogno di essere spiegati. Basta ascoltarli. Dentro ci sono già un paese, uno scandalo, una risata trattenuta, una porta sbattuta e due persone che corrono via mentre il mondo, dietro, resta a giudicare.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Il prete di Roccaforte del Greco se ne scappa con una ragazza di Bova. Sacrilegio? Certamente, per chi misura la vita con il righello delle convenienze. Peccato? Forse. Scandalo? Senza dubbio.
Ma poi arriva quella frase: «andavano forte come il vento di tramontana».
Ed ecco che la cronaca diventa poesia.
Perché la Calabria ha questo vizio antico: prende perfino lo scandalo e lo trasforma in canto. Non assolve nessuno, non celebra necessariamente nessuno. Racconta. E raccontando conserva. Quello che altrove sarebbe finito in un verbale, in Aspromonte diventa uno stornello.
È questa la forza della musica popolare calabrese.
La tarantella non è un grazioso reperto da festa patronale. Non è il costume buono tirato fuori per i turisti. Non è una cartolina colorata da spedire a chi della Calabria conosce soltanto il mare d’agosto.
La tarantella è altro.
È magia, cuore, passione, sentimento, anima, casa.
È il piede che batte sulla terra come per ricordarle che siamo ancora vivi. È l’organetto che sembra ridere e piangere nello stesso momento. È il tamburello che non accompagna soltanto il ballo: lo comanda, lo provoca, quasi lo sfida.
E soprattutto è Aspromonte.
Quella montagna ruvida che non fa sconti a nessuno. Terra di silenzi, di partenze, di amori raccontati sottovoce e di dolori gridati dentro una canzone. Una montagna dove perfino il vento pare avere memoria.
Per questo quello stornello sul prete e sulla ragazza di Bova è molto più di una vecchia malizia paesana.
Dentro c’è una Calabria intera: religiosa e ribelle, severa e passionale, capace di condannare un gesto e, nello stesso istante, di regalarlo all’eternità attraverso una strofa.
Forse è questa la grandezza della cultura popolare: non cancella le contraddizioni, le mette in musica.
E mentre il prete e la sua “bovisciana” continuano a fuggire da secoli dentro quei versi, noi possiamo quasi sentirli passare.
Veloci.
Liberi, almeno per un istante.
Come il vento di tramontana.
Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere
@luigi.palamara QUANDO LA TARANTELLA DIVENTA VENTO «E lu previti di Roccaforti si la fujiu cu na bovisciana, malanova chi jivanu forti, comu lu ventu di tramuntana». È uno di quegli stornelli calabresi che non hanno bisogno di essere spiegati. Basta ascoltarli. Dentro ci sono già un paese, uno scandalo, una risata trattenuta, una porta sbattuta e due persone che corrono via mentre il mondo, dietro, resta a giudicare. L'Editoriale di Luigi Palamara Il prete di Roccaforte del Greco se ne scappa con una ragazza di Bova. Sacrilegio? Certamente, per chi misura la vita con il righello delle convenienze. Peccato? Forse. Scandalo? Senza dubbio. Ma poi arriva quella frase: «andavano forte come il vento di tramontana». Ed ecco che la cronaca diventa poesia. Perché la Calabria ha questo vizio antico: prende perfino lo scandalo e lo trasforma in canto. Non assolve nessuno, non celebra necessariamente nessuno. Racconta. E raccontando conserva. Quello che altrove sarebbe finito in un verbale, in Aspromonte diventa uno stornello. È questa la forza della musica popolare calabrese. La tarantella non è un grazioso reperto da festa patronale. Non è il costume buono tirato fuori per i turisti. Non è una cartolina colorata da spedire a chi della Calabria conosce soltanto il mare d’agosto. La tarantella è altro. È magia, cuore, passione, sentimento, anima, casa. È il piede che batte sulla terra come per ricordarle che siamo ancora vivi. È l’organetto che sembra ridere e piangere nello stesso momento. È il tamburello che non accompagna soltanto il ballo: lo comanda, lo provoca, quasi lo sfida. E soprattutto è Aspromonte. Quella montagna ruvida che non fa sconti a nessuno. Terra di silenzi, di partenze, di amori raccontati sottovoce e di dolori gridati dentro una canzone. Una montagna dove perfino il vento pare avere memoria. Per questo quello stornello sul prete e sulla ragazza di Bova è molto più di una vecchia malizia paesana. Dentro c’è una Calabria intera: religiosa e ribelle, severa e passionale, capace di condannare un gesto e, nello stesso istante, di regalarlo all’eternità attraverso una strofa. Forse è questa la grandezza della cultura popolare: non cancella le contraddizioni, le mette in musica. E mentre il prete e la sua “bovisciana” continuano a fuggire da secoli dentro quei versi, noi possiamo quasi sentirli passare. Veloci. Liberi, almeno per un istante. Come il vento di tramontana. Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere #tarantella #aspromonte #roccafortedelgreco #bova #luigipalamara ♬ audio originale - Luigi Palamara
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