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Vannacci sbarca a Siderno. E la politica scopre che la piazza esiste ancora

Vannacci sbarca a Siderno. E la politica scopre che la piazza esiste ancora

La prima uscita pubblica in Calabria del generale porta a Siderno una folla che sorprende anche gli organizzatori. Ma il punto non è soltanto quanta gente c’era: è che cosa Vannacci ha detto, a chi ha parlato e quale spazio politico prova a occupare.

Dal candidato che «non deve avere bisogno del navigatore» alla Calabria come «nostra Sassonia», dalla lotta alla ’ndrangheta ai rimpatri, dalle infrastrutture al rapporto con Forza Italia. A Siderno Vannacci non ha fatto un semplice comizio: ha provato a disegnare il proprio elettorato.

L'Editoriale di Luigi Palamara 

Siderno, 13 settembre 2026. La cosa più semplice sarebbe discutere i numeri.

Duemila.

Millecinquecento.

Milleottocento.

È il solito sport italiano: chi organizza moltiplica, chi avversa divide.

Ma stavolta il numero esatto interessa meno del colpo d’occhio.

La struttura era piena oltre la capienza abituale. Fuori, altra gente. Lungo la Statale 106, una fila impressionante di automobili. Dentro, una platea che applaudiva, gridava, fotografava.

Insomma: la folla c’era.

E questo basta per cominciare.

Perché la politica può permettersi quasi tutto.

Non può permettersi di non vedere una folla.

Il generale e lo scompiglio

Domenico Furgiuele lo presenta come un incursore.

Non nel salotto buono.

Nella Locride.

Nell’avamposto.

La metafora è perfino troppo facile, ma funziona.

Poi arriva Roberto Vannacci.

«Generale! Generale! Generale!»

Lui sorride.

Saluta.

E dice subito ciò che vuole dire:

«Li abbiamo sorpresi».

Poi racconta l’incontro con Mimmo Giannetta.

«Mi piace. Vi sorprenderemo. Entreremo come un coltello nel burro e cominceremo a portare scompiglio».

E indica la platea:

«Voi siete lo scompiglio».

Questa frase racconta più di molte pagine di programma.

Perché Vannacci non si presenta come uno che vuole accomodarsi nel sistema.

Si presenta come uno che vuole disturbarlo.

Non chiede spazio.

Lo prende.

Non cerca legittimazione.

Cerca consenso.

E possibilmente un consenso che infastidisca gli altri.

«Vi chiamano ignoranti? Peggio per loro».

Poi arriva il passaggio più furbo.

Gli avversari, dice, vi chiamano estremisti.

Vi chiamano ignoranti.

Dicono che soltanto gli analfabeti votano Futuro Nazionale.

Vannacci potrebbe difendersi.

Potrebbe spiegare.

Potrebbe dire che non è vero.

Invece fa di meglio.

Dice:

«Io ci sto bene insieme a voi».

È qui che il generale diventa politico.

Perché prende l’insulto e lo trasforma in appartenenza.

La politica identitaria funziona spesso così.

Qualcuno ti indica come diverso.

Qualcun altro arriva e ti dice che quella diversità è una medaglia.

Vannacci costruisce il suo popolo usando figure semplici.

Il panettiere.

Il meccanico.

Il fabbro.

Perfino il becchino.

La gente che lavora.

La gente che costruisce.

La gente che non frequenta i salotti.

Poi la contrapposizione.

Da una parte chi fa.

Dall’altra chi parla.

Da una parte chi usa le mani.

Dall’altra chi discute del «sesso degli angeli».

È una semplificazione feroce.

Ma le semplificazioni, in politica, non sono un difetto.

Sono spesso un’arma.

Giannetta, il candidato che sa arrivare a Siderno.

Il motivo concreto della presenza di Vannacci è Mimmo Giannetta.

E qui arriva la frase destinata a restare.

«Questa regione si merita un candidato che non abbia bisogno del navigatore per arrivare a Siderno».

Fine.

In poche parole c’è tutta la critica al candidato paracadutato.

Quello che arriva da fuori.

Fa campagna.

Impara i nomi.

Scatta foto.

Poi sparisce.

Vannacci sostiene il contrario.

Giannetta conosce il territorio.

Ha famiglia qui.

Vive qui.

Torna qui.

Naturalmente questo non basta per fare un buon parlamentare.

Ma oggi il radicamento è una moneta politica importante.

Soprattutto nei territori che si sentono usati come collegi e dimenticati come comunità.

La ’ndrangheta e il punto sul quale non si scherza.

Poi arriva la domanda che in Calabria non si può evitare.

La ’ndrangheta.

Come la combatterete?

Vannacci risponde con le parole dovute.

Legalità.

Rispetto delle leggi.

Istituzioni.

Forze dello Stato.

«Con il massimo delle nostre capacità e delle nostre forze».

Tutto giusto.

Ma qui il problema comincia proprio quando finisce il comizio.

Perché la Calabria ha ascoltato milioni di parole contro la ’ndrangheta.

Da tutti.

Per decenni.

La legalità diventa credibile quando costa.

Quando si rompe un rapporto.

Quando si manda via qualcuno.

Quando si rinuncia a un voto.

Quando si denuncia ciò che sarebbe più conveniente tacere.

Vannacci dovrà essere giudicato lì.

Non sull’applauso.

Sul prezzo che sarà disposto a pagare.

Sicurezza, quella che entra in casa.

Il generale allarga poi il discorso.

Dice che la ’ndrangheta è un problema, ma che esiste anche la sicurezza quotidiana.

Le madri che temono per i figli.

Il messaggio atteso per sapere che sono arrivati a scuola.

Le strade percepite come insicure.

«Questa non è la nazione nella quale voglio vivere».

È un passaggio politicamente forte perché sposta la paura dal grande fenomeno criminale alla vita ordinaria.

È il quartiere.

È la stazione.

È la sera.

È il figlio che torna tardi.

Su questo terreno Vannacci sa perfettamente che l’elettore non vota sulle statistiche.

Vota anche sulla percezione.

E la percezione, in politica, pesa quanto i numeri.

«La Calabria sarà la nostra Sassonia».

Poi arriva la frase che farà discutere più di tutte.

«La Calabria sarà la nostra Sassonia».

Il riferimento è all’AfD.

Ma il riferimento vero è sociale.

Vannacci dice che in Sassonia la destra radicale ha conquistato quei ceti che una volta erano della sinistra.

Operai.

Dipendenti.

Persone in difficoltà.

Fasce popolari.

«Quelli che una volta erano la base della sinistra».

Poi l’immigrazione.

Secondo Vannacci, avrebbe messo chi è già fragile in concorrenza con «disperati ancora più disperati».

Questo è il cuore della strategia.

Non conquistare soltanto la destra.

Conquistare chi non sa più chi votare.

Dire a un ex elettore di sinistra:

chi ti rappresentava ti ha dimenticato.

Io no.

Questa è la vera scommessa.

Se Futuro Nazionale riesce a fare questo, diventa una forza seria.

Se non ci riesce, resta un partito identitario con un leader molto visibile.

Immigrazione, senza zucchero.

Sul tema dell’immigrazione Vannacci non mette zucchero.

«Bloccare i flussi».

«Rimpatriare gli illegali».

Ridurre sussidi e facilitazioni.

Fare in modo che l’Italia non diventi una destinazione conveniente per chi arriva irregolarmente.

Gli chiedono dei regolari.

La risposta si restringe.

Gli irregolari devono essere rimpatriati.

Tra i regolari, chi commette reati deve essere allontanato.

Poi l’integrazione.

Non devi diventare cristiano.

Ma devi rispettare le regole, la cultura e l’ordinamento italiano.

E non puoi imporre la sharia.

Si può condividere.

Si può respingere.

Ma è difficile fraintendere.

E questa, nella politica di oggi, è già una differenza.

Il generale contro il salotto.

Poi arriva Forza Italia.

Gli chiedono se la sta sfidando.

«Noi non sfidiamo nessuno».

E subito dopo parte la sfida.

Parla di una destra diversa.

Più identitaria.

Meno incline agli inciuci.

Più legata ai territori.

Attacca le liste bloccate.

Critica le preferenze che considera fasulle.

Rivendica il diritto dell’elettore a scegliere.

Poi la stoccata più teatrale.

Racconta del leader di Forza Italia partito per la Provenza, convocato da Marina Berlusconi.

E dice:

«Io non mi faccio convocare da nessuno».

Pausa.

«Sono io che vengo sul territorio».

È una frase costruita per essere ripetuta.

E infatti funziona.

Loro nelle stanze.

Io nella piazza.

Loro convocati.

Io libero.

Loro vertici.

Io popolo.

Naturalmente è propaganda.

Ma non c’è politica senza propaganda.

Finalmente strade, aeroporti, collegamenti.

Poi Vannacci parla di una cosa che in Calabria non ha bisogno di effetti speciali.

Le infrastrutture.

Racconta di giovani incontrati in aereo.

Ragazzi che studiano in Toscana.

Ragazzi che chiedono collegamenti migliori.

E pronuncia una frase semplice:

«Le infrastrutture sono il tessuto connettivo del progresso».

Qui la polemica sparisce.

Resta il problema.

Strade.

Ferrovie.

Aeroporti.

Trasporti.

Tempi di percorrenza.

La Calabria non ha bisogno di essere convinta.

Sa bene cosa significhi vivere in una regione bellissima e spesso difficilissima da raggiungere.

La Locride, poi, lo sa ancora meglio.

Questo è probabilmente il passaggio nel quale Vannacci ha meno bisogno di ideologia.

Perché il problema è concreto.

E la concretezza, quando esiste davvero, vale più di cento slogan.

“Negozio Italiano”: simbolo o politica?

Tra i temi c’è anche il progetto “Negozio Italiano”.

Un marchio per botteghe, artigiani, attività, produzioni che esprimono tradizione e saper fare.

Vannacci dice che non sono semplici negozi.

Sono luoghi in cui «si vive l’Italia».

L’immagine è efficace.

Ma qui arriva la domanda vera.

Basterà un adesivo?

No.

Se il progetto resta simbolico, durerà il tempo di una fotografia.

Se invece diventa sostegno concreto a chi tiene aperta una bottega, paga un affitto, affronta bollette e concorrenza, allora il discorso cambia.

Perché dietro la parola identità esiste una questione economica.

E l’economia non si commuove davanti alle bandiere.

2027, quando il generale incontra l’aritmetica.

Gli chiedono delle politiche del 2027.

Delle alleanze.

Degli scenari.

E qui Vannacci abbassa il volume.

Dice che se ci sono linee rosse condivise, si può parlare.

Si possono trovare convergenze.

È una risposta prudente.

Ed è interessante.

Perché dimostra che anche una politica costruita sullo scontro sa che, prima o poi, arrivano i numeri.

E i numeri chiedono accordi.

Il generale potrà pure entrare «come un coltello nel burro».

Ma a un certo punto dovrà sedersi a un tavolo.

È il destino di quasi tutti i rivoluzionari che arrivano in Parlamento.

La stampa, il conflitto e la visibilità.

Con i giornalisti Vannacci fa quello che sa fare.

Risponde.

Contesta.

Ribatte.

Chiede le fonti.

Discute dei dati sulle vendite.

Non evita lo scontro.

Lo usa.

A un certo punto dice:

«Dialogo vuol dire che lei fa la domanda e io do la risposta».

Definizione spartana.

Forse persino troppo.

Ma coerente.

Vannacci ha capito una delle regole più importanti della comunicazione contemporanea.

Essere attaccati non significa necessariamente perdere.

A volte significa moltiplicare la visibilità.

Un articolo polemico.

Una risposta.

Un video.

Una clip.

Una condivisione.

Altro pubblico.

E il ciclo ricomincia.

Il punto vero non è Vannacci.

Alla fine, il problema non è capire se Vannacci piaccia.

Il problema è capire perché tanta gente sia venuta ad ascoltarlo.

Questa è la domanda che la politica dovrebbe farsi.

Non:

come facciamo a insultare Vannacci?

Ma:

che cosa sta intercettando?

Perché la folla di Siderno non è fatta di fantasmi.

Sono elettori.

Sono persone.

Sono famiglie.

Sono lavoratori.

Sono curiosi.

Sono arrabbiati.

Sono delusi.

Sono convinti.

Sono indecisi.

Ed è esattamente così che cominciano i fenomeni politici.

Prima qualcuno ascolta un rumore che gli altri ignorano.

Poi quel rumore diventa una piazza.

Poi la piazza diventa organizzazione.

Poi, forse, voto.

Non sempre succede.

Ma può succedere.

E chi ride troppo presto di solito se ne accorge troppo tardi.

Siderno non ha dimostrato che Vannacci vincerà.

Non ha dimostrato che Futuro Nazionale durerà.

Non ha dimostrato che quella folla diventerà consenso stabile.

Ha dimostrato una cosa più semplice.

Che la piazza esiste.

E che Vannacci, per ora, sa come riempirla.

Gli altri farebbero bene a smettere di guardarla dall’alto.

Perché le piazze, prima o poi, votano.

Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere 

@luigi.palamara Li abbiamo presi nel sonno ... li abbiamo sorpresi ... Roberto Vannacci a Siderno il 13 settembre 2026 #robertovannacci #siderno #futuronazionale #reggiocalabria ♬ audio originale - Luigi Palamara

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