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Da Sal Da Vinci al ricordo di Anthea: quando Reggio Calabria sceglie la sobrietà dei simboli e la forza dei sentimenti

Da Sal Da Vinci al ricordo di Anthea: quando Reggio Calabria sceglie la sobrietà dei simboli e la forza dei sentimenti 

Le radici, la musica e la memoria: il ritratto di una comunità che si riconosce nella propria identità 

Dalla consegna del bergamotto come segno di appartenenza all'abbraccio della città per la giovane scomparsa, l'incontro con l'artista si trasforma in un racconto corale fatto di radici, istituzioni vicine al dolore e condivisione autentica

L'Editoriale di Luigi Palamara 

Reggio Calabria, 13 settembre 2026. In alcuni momenti una città si racconta meglio attraverso un gesto che attraverso molte parole.

È accaduto a Reggio Calabria nell’incontro tra il sindaco Francesco Cannizzaro e Sal Da Vinci, artista profondamente legato alla città anche attraverso le proprie origini familiari. Un incontro che avrebbe potuto esaurirsi nella consuetudine di una cerimonia pubblica e che, invece, ha assunto il significato più ampio di un riconoscimento reciproco: quello tra una comunità e una storia personale che, pur sviluppatasi altrove, conserva ancora un legame con questa terra.

Cannizzaro ha scelto di sottolineare quel legame con un simbolo semplice e insieme potentemente identitario: il bergamotto.

Non un omaggio qualsiasi, ma un segno riconoscibile di Reggio Calabria, della sua unicità, della sua memoria agricola e culturale. Quasi un modo per ricordare che le appartenenze più autentiche non sempre hanno bisogno di essere dichiarate: talvolta basta evocarle con discrezione.

In questo senso, l’incontro con Sal Da Vinci ha assunto un valore che supera la dimensione dello spettacolo.

È diventato un racconto sulle radici.

Sulle radici familiari dell’artista, certamente, ma anche su quelle di una città che cerca di riconoscersi nella propria storia senza restarne prigioniera.

Francesco Cannizzaro ha interpretato questo passaggio con misura, evitando di ridurre l’occasione a un semplice momento celebrativo. Il suo intervento ha restituito il senso di una rappresentanza istituzionale che non si limita all’amministrazione quotidiana, ma comprende anche il compito di custodire simboli, memorie e sentimenti collettivi.

È qui che la figura del sindaco acquista la sua dimensione più significativa.

Perché una città non è soltanto l’insieme delle sue strade, dei suoi servizi, dei suoi bilanci. È anche ciò che ricorda, ciò che riconosce, ciò che decide di onorare.

E in quella stessa occasione Reggio Calabria aveva una memoria dolorosa da custodire: quella di Anthea, giovane di ventitré anni scomparsa tragicamente.

Cannizzaro ha chiesto che l’intero concerto fosse dedicato a lei.

Una scelta sobria, ma intensa.

In quel gesto la dimensione pubblica si è incontrata con quella privata del dolore. La città ha smesso, per un momento, di essere soltanto spettatrice e si è fatta comunità. Ha scelto di stringersi idealmente attorno a una famiglia colpita da una perdita irreparabile.

Sal Da Vinci ha accolto l’invito con partecipazione sincera, affidando alla musica ciò che le parole, in circostanze simili, spesso non riescono a dire.

Ed è forse proprio qui che la serata ha trovato la sua cifra più autentica.

Non nella celebrazione, ma nella condivisione.

Non nell’enfasi, ma nella capacità di attribuire a un evento pubblico un significato umano.

Il riconoscimento consegnato all’artista ha poi fissato in poche parole il senso dell’incontro: la musica come memoria, il tempo come custode, le radici come strada verso casa.

È un’immagine felice, perché restituisce anche qualcosa dell’identità di Reggio Calabria.

Una città che ha conosciuto partenze, distanze, ritorni. Una città nella quale il concetto di appartenenza conserva ancora un valore profondo, proprio perché spesso ha dovuto misurarsi con l’assenza.

Sal Da Vinci, dichiarando di sentirsi a casa e richiamando il proprio legame familiare con questa terra, ha restituito quel sentimento con naturalezza.

E Cannizzaro, da sindaco, ha saputo trasformarlo in una occasione pubblica.

Non è un dettaglio.

La buona politica si riconosce anche nella capacità di dare forma e dignità a ciò che una comunità sente, ma non sempre riesce a esprimere.

Esiste infatti una funzione delle istituzioni che non si misura con i numeri e che tuttavia incide profondamente nel rapporto tra cittadini e città: è la capacità di rappresentare.

Rappresentare significa esserci nei momenti solenni, ma anche in quelli dolorosi. Significa valorizzare ciò che appartiene alla storia comune. Significa ricordare che un’amministrazione non è soltanto macchina organizzativa, ma anche presidio di identità.

In questa occasione Francesco Cannizzaro ha mostrato di avere chiara questa dimensione del proprio ruolo.

Ha scelto la sobrietà dei simboli, la forza delle radici, il rispetto della memoria.

E così una serata dedicata alla musica è diventata qualcosa di più: un piccolo ritratto di Reggio Calabria.

Una città che sa accogliere.

Che sa ricordare.

Che sa riconoscere i propri legami.

E che, attraverso il suo sindaco, prova a restituire a se stessa una narrazione fondata non soltanto sulle difficoltà del presente, ma anche sulla dignità della propria storia e sulla forza della propria identità.

Forse è proprio questo il compito più alto delle istituzioni: non limitarsi a governare il quotidiano, ma contribuire a dare un senso comune alle cose.

In quella serata, Francesco Cannizzaro lo ha fatto con equilibrio, sensibilità e una consapevolezza non scontata del valore dei gesti.

E Reggio Calabria ha potuto riconoscersi, almeno per un momento, in un’immagine semplice e forte: quella di una città che non dimentica da dove viene e che continua, con discrezione, a indicare ai suoi figli la strada di casa.

Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno 

@luigi.palamara

Da Sal Da Vinci al ricordo di Anthea: quando Reggio Calabria sceglie la sobrietà dei simboli e la forza dei sentimenti  Le radici, la musica e la memoria: il ritratto di una comunità che si riconosce nella propria identità  Dalla consegna del bergamotto come segno di appartenenza all'abbraccio della città per la giovane scomparsa, l'incontro con l'artista si trasforma in un racconto corale fatto di radici, istituzioni vicine al dolore e condivisione autentica L'Editoriale di Luigi Palamara  Reggio Calabria, 13 settembre 2026. In alcuni momenti una città si racconta meglio attraverso un gesto che attraverso molte parole. È accaduto a Reggio Calabria nell’incontro tra il sindaco Francesco Cannizzaro e Sal Da Vinci, artista profondamente legato alla città anche attraverso le proprie origini familiari. Un incontro che avrebbe potuto esaurirsi nella consuetudine di una cerimonia pubblica e che, invece, ha assunto il significato più ampio di un riconoscimento reciproco: quello tra una comunità e una storia personale che, pur sviluppatasi altrove, conserva ancora un legame con questa terra. Cannizzaro ha scelto di sottolineare quel legame con un simbolo semplice e insieme potentemente identitario: il bergamotto. Non un omaggio qualsiasi, ma un segno riconoscibile di Reggio Calabria, della sua unicità, della sua memoria agricola e culturale. Quasi un modo per ricordare che le appartenenze più autentiche non sempre hanno bisogno di essere dichiarate: talvolta basta evocarle con discrezione. In questo senso, l’incontro con Sal Da Vinci ha assunto un valore che supera la dimensione dello spettacolo. È diventato un racconto sulle radici. Sulle radici familiari dell’artista, certamente, ma anche su quelle di una città che cerca di riconoscersi nella propria storia senza restarne prigioniera. Francesco Cannizzaro ha interpretato questo passaggio con misura, evitando di ridurre l’occasione a un semplice momento celebrativo. Il suo intervento ha restituito il senso di una rappresentanza istituzionale che non si limita all’amministrazione quotidiana, ma comprende anche il compito di custodire simboli, memorie e sentimenti collettivi. È qui che la figura del sindaco acquista la sua dimensione più significativa. Perché una città non è soltanto l’insieme delle sue strade, dei suoi servizi, dei suoi bilanci. È anche ciò che ricorda, ciò che riconosce, ciò che decide di onorare. E in quella stessa occasione Reggio Calabria aveva una memoria dolorosa da custodire: quella di Anthea, giovane di ventitré anni scomparsa tragicamente. Cannizzaro ha chiesto che l’intero concerto fosse dedicato a lei. Una scelta sobria, ma intensa. In quel gesto la dimensione pubblica si è incontrata con quella privata del dolore. La città ha smesso, per un momento, di essere soltanto spettatrice e si è fatta comunità. Ha scelto di stringersi idealmente attorno a una famiglia colpita da una perdita irreparabile. Sal Da Vinci ha accolto l’invito con partecipazione sincera, affidando alla musica ciò che le parole, in circostanze simili, spesso non riescono a dire. Ed è forse proprio qui che la serata ha trovato la sua cifra più autentica. Non nella celebrazione, ma nella condivisione. Non nell’enfasi, ma nella capacità di attribuire a un evento pubblico un significato umano. Il riconoscimento consegnato all’artista ha poi fissato in poche parole il senso dell’incontro: la musica come memoria, il tempo come custode, le radici come strada verso casa. È un’immagine felice, perché restituisce anche qualcosa dell’identità di Reggio Calabria. Una città che ha conosciuto partenze, distanze, ritorni. Una città nella quale il concetto di appartenenza conserva ancora un valore profondo, proprio perché spesso ha dovuto misurarsi con l’assenza. Sal Da Vinci, dichiarando di sentirsi a casa e richiamando il proprio legame familiare con questa terra, ha restituito quel sentimento con naturalezza. Editoriale completo su CartaStraccia.News

♬ audio originale - Luigi Palamara

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