Orsomarso, la Calabria che vuole smettere di chiedere scusa
Dall’intervista di Luigi Palamara emerge una tesi politica precisa: il problema della Calabria non è soltanto crescere, ma convincersi finalmente di poterlo fare
L'Editoriale di Luigi Palamara
Le interviste migliori qualche volta cominciano prima della domanda.
Cominciano con una battuta.
Con una confidenza.
Con quell’attimo nel quale il politico dimentica di dover essere prudente e il giornalista dimentica di dover sembrare severo.
Luigi Palamara incontra Fausto Orsomarso e, prima ancora che parta la politica, parte una piccola schermaglia di cortesia.
Orsomarso dice di leggere Palamara.
Di seguirne gli articoli.
Di apprezzarne l’equilibrio e la profondità.
Palamara incassa il complimento con quella diffidenza che dovrebbe avere ogni cronista quando un politico gli dice che scrive bene.
Perché i politici, quando ti fanno i complimenti, possono avere due intenzioni.
O ti stimano davvero.
Oppure sperano che tu continui.
Qui, probabilmente, ci sono entrambe le cose.
Ma subito dopo Orsomarso dice qualcosa che spiega il tono dell’intera conversazione: abbiamo tutti e due un carattere calabrese, cerchiamo di dare il meglio per la nostra terra.
Lui da politico.
Palamara da cronista.
È una distinzione importante.
Perché il politico deve scegliere.
Il giornalista deve raccontare.
E Orsomarso riconosce persino il diritto del cronista a fare ciò che ogni cronista dovrebbe fare: elogiare quando ritiene che le cose funzionino e «bastonare» quando non funzionano.
Non è poco.
La politica italiana ama moltissimo la stampa libera quando critica gli avversari.
La ama un po’ meno quando critica lei.
Cannizzaro e il diritto-dovere di raccontare ciò che funziona.
Palamara introduce Francesco Cannizzaro.
Parla di una possibile “riscossa” di Reggio.
Orsomarso non finge imparzialità.
Dice chiaramente di essere uomo di parte.
E proprio per questo la sua risposta è interessante: secondo lui Cannizzaro sta amministrando bene, e se un amministratore fa bene il cronista ha il diritto e il dovere di raccontarlo.
Se farà male, aggiunge, si potrà criticarlo.
È una frase semplice.
Ma contiene un piccolo trattato sul rapporto tra politica e informazione.
Non esiste soltanto il giornalismo contro.
E non esiste soltanto il giornalismo a favore.
Esiste, o dovrebbe esistere, quello che guarda.
Poi giudica.
Naturalmente quello espresso da Orsomarso è un giudizio politico, non una certificazione.
Ma la logica del ragionamento è chiara.
I fatti prima dell’appartenenza.
Almeno come aspirazione.
Roscioli e lo scandalo di non essere reggino.
Poi arriva Fabio Roscioli.
E arriva inevitabilmente la polemica.
Roscioli non è reggino.
Non è calabrese.
È un dirigente nazionale di Forza Italia.
Per alcuni basta questo per considerare la candidatura un errore.
Orsomarso la guarda al contrario.
Dice, in sostanza, che il centrodestra ha sempre avuto candidati condivisi dall’intera coalizione e che Forza Italia, cui spettava l’indicazione, ha deciso di utilizzare questa suppletiva per mettere in campo un dirigente nazionale nel quale crede.
Avrebbe potuto scegliere un reggino?
Certamente.
Cannizzaro stesso, ricorda Orsomarso, avrebbe potuto indicarne parecchi.
Non l’ha fatto.
E dunque il punto non è l’assenza di classe dirigente locale.
È la natura politica della scelta.
Una suppletiva breve.
Una legislatura vicina alla conclusione.
La volontà di valorizzare una figura già inserita nei meccanismi romani.
È una spiegazione.
Non obbliga nessuno ad accettarla.
Ma almeno sottrae la discussione alla caricatura del “forestiero calato dall’alto”.
Per Orsomarso la politica non funziona sempre con il criterio dell’anagrafe.
Qualche volta funziona con quello dell’utilità.
Il rispetto per chi sta dall’altra parte.
C’è poi un passaggio che rischia di perdersi e invece merita attenzione.
Orsomarso parla del centrosinistra.
Non per insultarlo.
Ricorda Mimmo Giannetta, che dice di aver avuto come collega per anni e che proviene da un’altra storia politica.
La politica, osserva, è bella anche per questo.
Ci si divide.
Ci si confronta.
Ma la differenza politica non deve cancellare tutto il resto.
È un concetto che ritorna poco dopo parlando di Giuseppe Scopelliti.
Orsomarso si dichiara contento del suo ritorno sulla scena pubblica.
E difende una cosa ormai sospetta nel dibattito contemporaneo: l’amicizia può sopravvivere alla politica.
Si può essere amici senza appartenere allo stesso percorso.
Si può riconoscere a una persona un contributo alla società anche quando il suo ruolo cambia.
Scopelliti, nella lettura di Orsomarso, continua a poter dare un contributo alla Calabria e all’area politica dalla quale proviene.
Sembra una banalità.
Non lo è più.
Siamo arrivati al punto in cui una fotografia con la persona “sbagliata” può diventare una dichiarazione ideologica.
Orsomarso, almeno in questo passaggio, recupera un’idea più adulta della politica.
L’avversario non è necessariamente una cattiva persona.
E l’amico non deve diventare un nemico soltanto perché prende una strada diversa.
Occhiuto, l’uomo solo al comando che secondo Orsomarso non è solo.
Poi arriva Roberto Occhiuto.
Ed è forse il passaggio nel quale Orsomarso parla con maggiore cognizione personale.
È stato assessore con lui.
Dice dunque di conoscerne il metodo di governo.
E respinge una rappresentazione che considera falsa: quella dell’uomo solo al comando.
Secondo Orsomarso, Occhiuto avrebbe invece programmato in condivisione, lasciato margine agli assessori, responsabilizzato i collaboratori.
Non il governatore che decide tutto.
Ma un presidente che assegna compiti dentro una visione.
Naturalmente è il giudizio di un ex componente della sua squadra.
Ma proprio per questo ha un interesse particolare.
Perché un assessore conosce il presidente non dalla conferenza stampa.
Lo conosce dalle riunioni.
Dalle deleghe.
Dai dossier.
Dalle telefonate.
Dalle volte in cui viene lasciato lavorare e da quelle in cui gli viene detto di no.
Orsomarso non nega una leadership forte.
Nega che forte significhi necessariamente solitaria.
Gli aeroporti come simbolo.
Da Occhiuto si passa alle opere.
Orsomarso cita gli aeroporti.
Reggio Calabria.
Lamezia.
Crotone.
Li usa come esempi di una politica regionale che, nella sua lettura, avrebbe cominciato a produrre risultati più visibili.
L’aeroporto è una delle infrastrutture perfette per misurare la distanza tra retorica e governo.
Puoi fare mille convegni sul turismo.
Ma se per arrivare nella tua regione occorre una piccola odissea, il turista sceglie un’altra regione.
Gli aeroporti, dunque, non sono soltanto trasporti.
Sono economia.
Sono turismo.
Sono accessibilità.
Sono immagine.
Sono perfino psicologia collettiva: un territorio collegato si sente meno periferico.
Giorgia Meloni e il tempo necessario alla politica.
Orsomarso allarga poi lo sguardo al governo nazionale.
Cita Giorgia Meloni.
E introduce un concetto che generalmente i politici ricordano quando governano e dimenticano quando stanno all’opposizione: i risultati hanno bisogno di tempo.
Una politica economica non produce necessariamente tutti i propri effetti nel trimestre successivo.
Un ciclo di investimenti ha tempi lunghi.
Un’infrastruttura ancora di più.
Per Orsomarso anche la Calabria andrebbe quindi giudicata dentro un ciclo.
E sostiene che la regione, nella fase descritta dall’intervista, stia crescendo a ritmi che considera particolarmente positivi rispetto alla media nazionale.
Qui occorre prudenza: nell’intervista si tratta di una rivendicazione politica.
Ma ciò che conta nell’editoriale è il ragionamento.
Orsomarso non presenta il risultato come miracolo.
Lo collega a una strategia.
“Calabria Straordinaria”: non una brochure, sostiene Orsomarso, ma una strategia.
Ed ecco “Calabria Straordinaria”.
Un marchio che facilmente potrebbe sembrare il solito slogan inventato da un assessorato.
Due parole.
Un logo.
Qualche fotografia.
Un video con il mare al tramonto.
Orsomarso rifiuta questa lettura.
Sostiene che “Calabria Straordinaria” non fosse semplicemente una campagna promozionale, ma parte di una strategia interna ed esterna di attrazione degli investimenti e riposizionamento della Regione.
Questa è forse una delle parti più importanti dell’intervista.
Perché introduce la parola che torna continuamente: narrazione.
Orsomarso crede che il modo nel quale un territorio si racconta conti.
Molto.
Forse, dice, per tre quarti.
Si può discutere sulla percentuale.
Ma non sul problema.
Una regione raccontata per decenni soltanto attraverso criminalità, disoccupazione, emigrazione e inefficienza finisce per subire quella reputazione anche quando tenta di attrarre un imprenditore.
L’immagine non crea da sola lo sviluppo.
Ma può impedirlo.
E quindi la promozione, nella sua visione, non sarebbe decorazione.
Sarebbe politica economica.
Una squadra, non un uomo solo.
Orsomarso cita anche chi, nella fase successiva, avrebbe raccolto o continuato quel lavoro.
Nomina assessori e dirigenti della maggioranza regionale e richiama il capogruppo Angelo Brutto.
Alcuni nomi nella trascrizione risultano deformati, ed è prudente non correggerli arbitrariamente.
Ma il significato politico è chiarissimo.
Non vuole attribuire tutto a un leader.
Vuole descrivere una squadra.
È coerente con ciò che ha appena detto su Occhiuto.
Una visione funziona, secondo Orsomarso, quando trova interpreti.
Il presidente indica la direzione.
Gli assessori amministrano i settori.
I consiglieri sostengono e controllano.
Gli enti locali traducono.
Non sempre accade.
Ma questo è il modello che rivendica.
La parola più importante: dignità.
Poi Orsomarso pronuncia, nel caos inevitabile della trascrizione automatica, una parola che si distingue comunque bene.
Dignità.
Dice, in sostanza, che la Calabria in questa stagione politica avrebbe recuperato dignità.
E subito dopo introduce il nemico contro il quale sembra combattere davvero.
Non il centrosinistra.
L’autolesionismo.
La Calabria che gode nel raccontarsi irrimediabilmente ultima.
La Calabria che, quando arriva una buona notizia, cerca immediatamente la ragione per cui non vale.
La Calabria che considera ingenuo l’ottimismo e intelligente soltanto il pessimismo.
È un vizio antico del Mezzogiorno.
Qualche volta nasce dalla lucidità.
Qualche volta dalla delusione.
Qualche volta, più banalmente, dall’abitudine.
Orsomarso propone il contrario.
Riconoscere il ritardo.
Ma riconoscere anche quello che cambia.
Non nascondere i problemi.
Ma non trasformarli in vocazione.
«Abbiamo più soldi che imprese».
Poi arriva una frase politicamente interessante.
La Calabria, sostiene Orsomarso, avrebbe in alcune fasi più risorse disponibili di quante imprese siano in grado di utilizzarle.
Il problema, dunque, non sarebbe soltanto trovare soldi.
Sarebbe trovare soggetti economici capaci di investirli.
Ed ecco l’attrazione degli investimenti.
È una differenza enorme.
Per molti anni il dibattito meridionale è stato:
quanti fondi arrivano?
Orsomarso suggerisce una domanda diversa:
chi li usa?
Quali aziende?
Per produrre cosa?
Con quanti lavoratori?
Per vendere dove?
È il passaggio dalla politica della spesa alla politica dello sviluppo.
Almeno nell’intenzione.
I sindaci e il potere delle città.
Dentro questo ragionamento Orsomarso attribuisce un ruolo centrale anche ai sindaci.
Cannizzaro a Reggio.
Le altre grandi città.
Cosenza, dove richiama la prossima competizione politica.
Perché le Regioni possono programmare.
Il governo può finanziare.
Ma una parte enorme dello sviluppo passa ancora dai Comuni.
Urbanistica.
Autorizzazioni.
Servizi.
Aree industriali.
Trasporti locali.
Qualità urbana.
Un’impresa non investe in una delibera regionale.
Investe in un luogo.
E quel luogo ha un sindaco.
Non soltanto racconto: atti, delibere, decreti.
Orsomarso sa bene che la parola “narrazione” è pericolosa.
Perché può diventare sinonimo elegante di propaganda.
E allora precisa.
Ci sono gli atti.
Le delibere.
I decreti.
Gli investimenti.
È il suo modo di dire che il racconto deve avere sotto una pila di documenti.
Poi fa un’altra ammissione rara.
Nessuno è perfetto.
Neppure lui lo è stato.
È un passaggio piccolo ma utile.
Chi pretende di aver amministrato senza errori sta quasi certamente raccontando una favola.
La questione seria non è non sbagliare mai.
È capire se esiste una direzione comune e se i risultati cominciano a essere visibili.
Il ritardo secolare non scompare con una conferenza stampa.
Orsomarso non nega il divario.
Lo chiama, sostanzialmente, per quello che è: un ritardo storico.
La Calabria appartiene alle regioni della convergenza.
Parte da condizioni diverse da quelle delle aree più forti del Paese.
E quindi qualsiasi crescita va letta dentro questa distanza.
È importante.
Perché l’ottimismo senza memoria diventa propaganda.
Ma anche il pessimismo senza numeri diventa ideologia.
Orsomarso prova a stare nel mezzo: siamo indietro, dice, ma alcuni indicatori starebbero cambiando.
E cita gli strumenti della ZES e le politiche regionali.
L’export: da quasi niente a qualcosa che comincia a contare.
Poi arriva l’export.
E qui Orsomarso usa un confronto molto forte.
Ricorda che la Calabria partiva da valori di esportazione assai inferiori rispetto a regioni più grandi come la Campania e sostiene che il dato calabrese stia crescendo fino ad avvicinarsi a una dimensione molto più significativa.
Non pretende che le due economie siano paragonabili.
Anzi.
Dice esattamente il contrario.
Il punto, per lui, è la direzione.
Se parti da molto poco e cresci, la crescita non cancella il ritardo.
Ma dimostra che qualcosa può muoversi.
E la politica, sostiene, può contribuire:
promozione.
investimenti.
attrazione.
relazioni.
strumenti economici.
Il cinema non è soltanto cinema.
Orsomarso richiama anche il lavoro legato all’attrazione delle produzioni cinematografiche.
Può sembrare un dettaglio.
Non lo è.
Quando una produzione arriva in un territorio porta spesa.
Professionisti.
Alberghi.
Ristorazione.
Servizi.
Immagine.
E poi lascia sullo schermo un paesaggio che può essere visto da milioni di persone.
È marketing territoriale che spesso costa meno di una campagna pubblicitaria e rimane più a lungo.
Anche questo rientra nella sua idea di narrazione economica.
Ma il turismo non basta.
Ed è qui che Orsomarso, ex assessore al Turismo, pronuncia forse la frase politicamente più importante.
La Calabria non può vivere soltanto di turismo.
Se lo dice uno che il turismo lo ha amministrato e difeso, vale la pena ascoltarlo.
Il turismo è fondamentale.
Ma non basta.
Serve industria.
Servono aziende che producano.
Servono attività capaci di esportare.
Serve valore aggiunto.
Serve lavoro che non dipenda dalla stagione.
Il mare può essere una risorsa.
Non può essere un piano industriale.
Il Mediterraneo rovesciato.
Poi l’intervista compie il salto più interessante.
Dal regionale al geopolitico.
Orsomarso guarda il Mediterraneo e rovescia la prospettiva.
La Calabria, geograficamente, viene spesso descritta come l’estremo Sud d’Europa.
Lui propone di considerarla il Nord di qualcos’altro.
Il Nord dell’Africa mediterranea.
Il Nord di un sistema economico in crescita.
Il Nord rispetto a Paesi con popolazioni giovani, mercati enormi e necessità di sviluppo.
È una frase semplice.
Ma cambia la cartina.
Se guardi soltanto verso Milano, Reggio Calabria è lontanissima.
Se guardi verso il Mediterraneo, è al centro.
E la geografia economica comincia sempre da dove scegli di guardare.
Meloni, la sponda sud e l’Africa.
Orsomarso collega questo ragionamento alla politica mediterranea del governo Meloni e agli accordi con i Paesi della sponda sud.
La sua idea è che l’Italia, e in particolare il Mezzogiorno, possa avere una funzione nella crescita africana.
Non soltanto vendere.
Trasferire competenze.
Costruire relazioni.
Partecipare allo sviluppo.
È una prospettiva ambiziosa.
E naturalmente molto più complessa di quanto possa contenere un’intervista.
Ma politicamente è interessante perché sposta il Sud dal ruolo di destinatario degli aiuti a quello di possibile piattaforma di relazioni economiche.
I migranti economici e la selezione.
Poi arriva il tema più delicato.
Immigrazione.
Orsomarso parla di migranti economici e sostiene la possibilità di selezionare ingressi collegati alle necessità produttive.
Persone che vengano a lavorare.
Che contribuiscano alla crescita.
È una posizione che tenta di distinguere immigrazione e irregolarità.
Non dice chiudiamo tutto.
Dice programmiamo.
Non tutti i flussi sono uguali.
Non tutte le esigenze sono uguali.
Un’economia che ha bisogno di lavoratori può organizzare ingressi.
Ma qui aggiunge immediatamente la seconda parte del ragionamento.
Chi arriva entra in uno Stato, non in un vuoto.
Per Orsomarso integrazione non significa sospensione delle regole.
Cita:
il Codice civile.
lo Stato.
l’ordinamento.
la Costituzione.
Il messaggio è chiaro.
Chi arriva contribuisce alla crescita, ma entra dentro un sistema giuridico e culturale già esistente.
Non esistono ordinamenti paralleli.
La legge comune viene prima.
È la declinazione di centrodestra del tema dell’integrazione: apertura regolata, lavoro, ma anche assimilazione al quadro costituzionale e legislativo italiano.
La differenza col centrosinistra.
Ed è qui che Orsomarso chiude politicamente il cerchio.
Riconosce al centrosinistra una funzione necessaria.
L’alternativa democratica serve.
Non delegittima l’opposizione.
Ma rivendica una differenza di valori.
Dice che il centrodestra possiede una comunanza di idee, principi e proposte concrete che lo distingue.
È forse il passaggio più propriamente politico dell’intervista.
L’avversario serve.
Ma è avversario proprio perché propone un’altra idea.
La democrazia non richiede che maggioranza e opposizione si somiglino.
Richiede che si rispettino abbastanza da potersi sostituire senza distruggere il sistema.
E alla fine arriva la battuta.
L’intervista termina come era cominciata.
Con leggerezza.
«Viva Reggio Calabria e viva Fausto Orsomarso», scherza Palamara.
Da quella battuta nasce la promessa di un editoriale.
Orsomarso dice che lo leggerà.
E forse è giusto chiudere proprio qui.
Perché dietro il sorriso rimane un’intervista che racconta qualcosa di più di una candidatura parlamentare.
Racconta una certa idea di Calabria.
Una Calabria che non nega i propri problemi.
Ma rifiuta di considerarli un destino.
Una Calabria che pretende di attrarre investimenti invece di limitarsi a reclamare trasferimenti.
Che vuole aumentare l’export.
Che considera il turismo necessario ma insufficiente.
Che vuole industria.
Che guarda agli aeroporti come infrastrutture economiche.
Che cerca nel cinema un moltiplicatore d’immagine.
Che vorrebbe trasformare il Mediterraneo da confine in mercato.
Che considera l’Africa non soltanto origine di migrazioni, ma possibile partner di sviluppo.
Che distingue l’accoglienza dall’assenza di regole.
Che rivendica il primato della Costituzione e dell’ordinamento.
È la Calabria descritta da Fausto Orsomarso.
Naturalmente è la sua Calabria.
La sua lettura.
La sua rivendicazione politica.
E la politica, quando è seria, non chiede al giornalista di crederle sulla parola.
Gli offre una tesi.
Poi lascia che siano i fatti a verificarla.
È qui che dovrebbe cominciare il lavoro del cronista.
Ed è qui, probabilmente, che dovrebbe finire quello del propagandista.
Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno
@luigi.palamara Orsomarso, la Calabria che vuole smettere di chiedere scusa Dall’intervista di Luigi Palamara emerge una tesi politica precisa: il problema della Calabria non è soltanto crescere, ma convincersi finalmente di poterlo fare L'Editoriale di Luigi Palamara Le interviste migliori qualche volta cominciano prima della domanda. Cominciano con una battuta. Con una confidenza. Con quell’attimo nel quale il politico dimentica di dover essere prudente e il giornalista dimentica di dover sembrare severo. Luigi Palamara incontra Fausto Orsomarso e, prima ancora che parta la politica, parte una piccola schermaglia di cortesia. Orsomarso dice di leggere Palamara. Di seguirne gli articoli. Di apprezzarne l’equilibrio e la profondità. Palamara incassa il complimento con quella diffidenza che dovrebbe avere ogni cronista quando un politico gli dice che scrive bene. Perché i politici, quando ti fanno i complimenti, possono avere due intenzioni. O ti stimano davvero. Oppure sperano che tu continui. Qui, probabilmente, ci sono entrambe le cose. Ma subito dopo Orsomarso dice qualcosa che spiega il tono dell’intera conversazione: abbiamo tutti e due un carattere calabrese, cerchiamo di dare il meglio per la nostra terra. Lui da politico. Palamara da cronista. È una distinzione importante. Perché il politico deve scegliere. Il giornalista deve raccontare. E Orsomarso riconosce persino il diritto del cronista a fare ciò che ogni cronista dovrebbe fare: elogiare quando ritiene che le cose funzionino e «bastonare» quando non funzionano. Non è poco. La politica italiana ama moltissimo la stampa libera quando critica gli avversari. La ama un po’ meno quando critica lei. Cannizzaro e il diritto-dovere di raccontare ciò che funziona. Palamara introduce Francesco Cannizzaro. Parla di una possibile “riscossa” di Reggio. Orsomarso non finge imparzialità. Dice chiaramente di essere uomo di parte. E proprio per questo la sua risposta è interessante: secondo lui Cannizzaro sta amministrando bene, e se un amministratore fa bene il cronista ha il diritto e il dovere di raccontarlo. Se farà male, aggiunge, si potrà criticarlo. È una frase semplice. Ma contiene un piccolo trattato sul rapporto tra politica e informazione. Non esiste soltanto il giornalismo contro. E non esiste soltanto il giornalismo a favore. Esiste, o dovrebbe esistere, quello che guarda. Poi giudica. Naturalmente quello espresso da Orsomarso è un giudizio politico, non una certificazione. Ma la logica del ragionamento è chiara. I fatti prima dell’appartenenza. Almeno come aspirazione. Roscioli e lo scandalo di non essere reggino. Poi arriva Fabio Roscioli. E arriva inevitabilmente la polemica. Roscioli non è reggino. Non è calabrese. È un dirigente nazionale di Forza Italia. Per alcuni basta questo per considerare la candidatura un errore. Orsomarso la guarda al contrario. Dice, in sostanza, che il centrodestra ha sempre avuto candidati condivisi dall’intera coalizione e che Forza Italia, cui spettava l’indicazione, ha deciso di utilizzare questa suppletiva per mettere in campo un dirigente nazionale nel quale crede. Avrebbe potuto scegliere un reggino? Certamente. Cannizzaro stesso, ricorda Orsomarso, avrebbe potuto indicarne parecchi. Non l’ha fatto. E dunque il punto non è l’assenza di classe dirigente locale. È la natura politica della scelta. Una suppletiva breve. Una legislatura vicina alla conclusione. La volontà di valorizzare una figura già inserita nei meccanismi romani. È una spiegazione. Non obbliga nessuno ad accettarla. Ma almeno sottrae la discussione alla caricatura del “forestiero calato dall’alto”. Per Orsomarso la politica non funziona sempre con il criterio dell’anagrafe. Qualche volta funziona con quello dell’utilità. Il rispetto per chi sta dall’altra parte. C’è poi un passaggio che rischia di perdersi e invece merita attenzione. Editoriale completo su CartaStraccia.News
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