Reggio Calabria. Eduardo Lamberti Castronuovo, il suggeritore senza palcoscenico
IL CASO REGGIO CALABRIA. Il paradosso degli ineletti che non accettano il verdetto delle urne e pretendono di dettare l'agenda alla nuova amministrazione Cannizzaro
La dura bocciatura elettorale del dottor Lamberti Castronuovo e il vizio tutto politico di trasformare una sconfitta in un "mandato morale": quando chi viene pesato e trovato leggero dai cittadini pretende ancora di stare al timone.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Esiste una categoria politica che meriterebbe un assessorato a parte: quella degli ineletti indispensabili. Uomini che le urne hanno accompagnato cortesemente alla porta, ma che continuano a rientrare dalla finestra, col cappello in mano e l’indice alzato, per spiegare agli altri come si governa, come si parla, come si inaugura, come si ricolloca perfino una targa.
Il caso del dottor Eduardo Lamberti Castronuovo appartiene ormai a questa singolare disciplina dello spirito: la sopravvivenza politica per galleggiamento. Non più navigazione, non più rotta, non più porto. Solo galleggiamento. Un moto lento, ostinato, quasi commovente, se non fosse anche politicamente rumoroso.
Alle ultime comunali la città ha parlato. E quando una città parla attraverso le urne, non lo fa con i salamelecchi dei convegni o con le formule prudenti dei comunicati stampa. Lo fa contando. E il conto, nel suo caso, è stato severo: tra i candidati a sindaco, è rimasto fuori proprio lui. L’unico dei quattro a non entrare in Consiglio. Una bocciatura sonora, non un raffreddore democratico.
Eppure, invece di prenderne atto con sobrietà, il dottor Lamberti Castronuovo si ripresenta sulla scena come se nulla fosse. Anzi, con l’aria di chi non ha perso le elezioni, ma ha semplicemente delegato la vittoria ad altri.
Ora “giudicherà Cannizzaro dai fatti”. Magnifico. La città, nel frattempo, ha già giudicato lui dai voti.
Naturalmente il diritto di parola non si nega a nessuno, ci mancherebbe. In democrazia parlano tutti: gli eletti, i non eletti, i delusi, gli entusiasti, i passanti, i reduci, i profeti del giorno dopo. Ma una cosa è esprimere un’opinione, altra cosa è atteggiarsi a notaio morale della nuova amministrazione, come se il verdetto popolare fosse stato un dettaglio, una svista, un contrattempo meteorologico.
Il dottore dice di attendere i fatti. E fa bene. Tutti attendiamo i fatti. Li attendono i cittadini per l’acqua, per le strade, per la pulizia, per la vivibilità. Li attendono quelli che ogni giorno affrontano buche, disservizi, marciapiedi stanchi e promesse lucidate a nuovo. Ma da qui a voler dettare l’agenda politica al sindaco Francesco Cannizzaro ce ne passa.
Perché il punto non è se Lamberti Castronuovo abbia o meno qualche osservazione sensata da fare. Alcune questioni da lui richiamate, viabilità, acqua, pulizia, amministrazione efficiente, sono problemi reali, evidenti, perfino banali nella loro urgenza. Il punto è un altro: con quale peso politico parla chi è stato appena pesato dagli elettori e trovato leggero?
Qui non siamo davanti alla saggezza del vecchio consigliere che, ritiratosi, osserva con discrezione. Siamo davanti al paradosso del candidato bocciato che, uscito dall’aula per volontà popolare, resta sul pianerottolo a distribuire pagelle.
Vuole sapere perché non sono state assegnate subito alcune deleghe. Vuole commentare il Consiglio comunale all’aperto. Vuole indicare le priorità. Vuole suggerire il ripristino della targa al Palazzo della Cultura “Pasquino Crupi”. Vuole perfino segnare la discontinuità simbolica rispetto al passato.
Insomma, non eletto, ma presente. Non consigliere, ma suggeritore. Non sindaco, ma postilla. Non protagonista, ma nota a piè di pagina che pretende di riscrivere il capitolo.
E qui l’ironia diventa inevitabile. Perché nella politica italiana il “suggeritore” ha una sua nobiltà teatrale: sta nascosto nella buca, parla piano, aiuta l’attore a non dimenticare la battuta. Ma il nostro suggeritore, invece, sale sul palco, prende il microfono, corregge il copione e poi spiega al pubblico che lo spettacolo sarebbe stato migliore se lo avessero fatto recitare.
Comprendiamo l’ego. Davvero. In politica l’ego è come il prezzemolo: lo si trova dappertutto, anche dove non serve. Ma qui siamo oltre. Siamo alla pretesa di trasformare una sconfitta in investitura, una bocciatura in mandato morale, una mancata elezione in titolo di consulenza permanente.
C’è poi quel passaggio finale, quasi tenero, in cui Lamberti Castronuovo annuncia il passo indietro personale, ma subito precisa che continuerà a dare il suo contributo “come suggeritore”. Tradotto: esco dalla porta principale, ma resto dietro le quinte con la matita rossa.
E rivendica i suoi oltre 4.600 voti personali. Legittimo. Ogni voto merita rispetto. Ma in democrazia i voti non servono solo a consolarsi: servono a stabilire chi governa, chi controlla, chi resta fuori. E quando il risultato complessivo dice che non entri, sarebbe elegante non comportarsi come se ti avessero affidato le chiavi della città.
Poi arrivano i “tradimenti”. Ah, i tradimenti. Nella politica locale sono come le zanzare d’estate: fastidiosi, inevitabili, sempre raccontati con grande dolore da chi li subisce e con grande naturalezza da chi li compie. Ma attribuire la sconfitta ai tradimenti è un antico vizio di chi non vuole guardare in faccia il verdetto più semplice: forse il progetto non ha convinto abbastanza. Forse la città ha ascoltato, valutato e scelto altro. Forse, più banalmente, non tutti quelli che se ne vanno sono traditori; alcuni hanno solo capito prima dove non voleva andare il treno.
La città di Reggio Calabria ha bisogno di serietà, non di nostalgie personali. Ha bisogno di opposizioni vere, non di autocandidature permanenti al ruolo di coscienza civica. Ha bisogno di controllo democratico, certo, ma fondato su autorevolezza, coerenza e rappresentanza. E l’autorevolezza, in politica, non si proclama: si conquista. La rappresentanza non si immagina: si riceve dalle urne. La coerenza non si racconta: si pratica, anche accettando il silenzio quando il popolo ti ha appena detto che preferisce altri.
Quanto alla targa del Palazzo della Cultura, nessuno nega che i simboli abbiano valore. Le targhe, le pietre, i nomi, la memoria: tutto conta. Ma una città non si governa a colpi di lapidi ricollocate. Prima dell’epigrafe viene l’acqua nei rubinetti. Prima del gesto simbolico vengono le strade percorribili. Prima della cerimonia viene la normalità.
Il sindaco Cannizzaro sarà giudicato, certo. E sarà giudicato duramente, come è giusto che accada a chi governa. Ma non dal pulpito di chi le urne hanno appena ridimensionato. Sarà giudicato dai cittadini, dai risultati, dalla capacità di trasformare annunci in servizi, parole in cantieri, presenza istituzionale in amministrazione concreta.
Lamberti Castronuovo può parlare, naturalmente. Può suggerire, ammonire, commentare, ricordare, proporre. Ma dovrebbe forse farlo con una misura diversa. Perché quando si è stati bocciati dalla città, il primo atto politico non è spiegare agli altri la lezione. È ripassarla.
E allora, con tutta l’ironia possibile e senza cattiveria superflua, gli si potrebbe dire: dottore, galleggiare è già qualcosa. Ma non lo confonda con navigare. La città ha scelto altri capitani, altri equipaggi, altre rotte. Lei può restare sulla riva a indicare il vento. Ma eviti almeno di credersi ancora al timone.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
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