La voce che tornò a Roccaforte del Greco
Il racconto di Luigi Palamara 


A Roccaforte del Greco il vento non passava: restava. Si fermava fra le pietre delle case, batteva alle imposte, scendeva dai costoni dell’Aspromonte come una bestia antica che conosceva i nomi di tutti.

Luigi tornò una sera di novembre, quando il paese pareva già chiuso dentro la notte. La strada saliva stretta, bianca di polvere vecchia e di gelo. In basso, lontano, il mare era soltanto un’idea scura, una memoria dietro i monti.

Era mancato per anni. Prima Reggio Calabria, poi Pavia, il Nord, dove gli uomini parlavano in fretta e nessuno domandava chi fosse tuo padre. Aveva imparato anche lui a parlare poco, a camminare con la testa piena di cose utili e il cuore vuoto di cose necessarie.

Peppino lo aspettava seduto davanti al camino.

Non disse: “Figlio mio.”

Non disse: “Finalmente.”

Alzò appena gli occhi, come fanno gli uomini che hanno atteso troppo e non vogliono concedere all’attesa la soddisfazione di mostrarsi.

«Sei arrivato», disse.

Luigi posò la borsa vicino alla porta.

«Sono arrivato.»

La casa era la stessa. Il tavolo di noce, le sedie impagliate, il quadro della Madonna annerito dal fumo, il letto nella stanza fredda. Tutto pareva più piccolo, tranne il silenzio.

Peppino aggiustò un ciocco nel fuoco.

«Hai mangiato?»

«No.»

«C’è minestra.»

Luigi abbasso gli occhi. Avrebbe voluto dire altro, ma le parole, davanti a suo padre, gli tornavano bambine e impaurite.

Mangiarono senza guardarsi. Fuori, un cane abbaiava verso la montagna. Ogni tanto il vento faceva tremare il tetto, e Peppino alzava la testa come se ascoltasse una voce conosciuta.

Luigi osservava le mani del padre. Erano grosse, screpolate, segnate dal lavoro e dagli anni. Mani che avevano portato sacchi, tagliato legna, riparato muri, contato monete, firmato documenti che forse Peppino non capiva fino in fondo. Mani che non lo avevano mai accarezzato molto, ma gli avevano costruito il pane.

«Ti vedo stanco», disse Luigi.

Peppino sorrise appena.

«Alla mia età uno non è stanco. È consumato.»

Luigi abbassò gli occhi.

Da ragazzo aveva odiato quella durezza. Quel padre sempre serio, sempre diritto, sempre chiuso come una porta in inverno. Lo aveva creduto avaro d’amore. Aveva pensato che Peppino sapesse solo comandare, tacere, provvedere.

Ora, guardandolo alla luce povera del fuoco, gli parve diverso. Non più una montagna, ma un uomo. Un uomo rimasto troppo a lungo in piedi.

«Papà», disse.

Peppino sollevò lo sguardo. Quella parola, in quella casa, sembrò fare rumore.

«Dimmi.»

Luigi esitò. Poi, con una fatica che non si aspettava, domandò:

«Com’eri da giovane?»

Peppino restò fermo. Il fuoco scoppiettò. Sembrava che la domanda fosse caduta dentro la stanza come una pietra nel pozzo.

«Da giovane?» ripeté.

«Sì. Prima di tutto questo. Prima della campagna, della famiglia, dei debiti. Prima di me.»

Peppino guardò verso la finestra. Fuori non si vedeva nulla, ma lui pareva vedere lontano.

«Ero uno che voleva andarsene», disse piano.

Luigi non parlò.

«Volevo vedere il mondo. Non tutto, che il mondo è troppo grande. Ma almeno un pezzo. Volevo scendere a Reggio, imbarcarmi, forse arrivare in America. C’era uno di Bova che ci era andato. Mandava lettere con francobolli strani. Diceva che là pure i poveri potevano diventare qualcuno.»

«E perché non sei partito?»

Peppino si asciugò le labbra col dorso della mano.

«Tuo nonno si ammalò. La terra restò senza braccia. Poi venne tua madre. Poi arrivasti tu.»

Lo disse senza rimprovero. Ma Luigi sentì ugualmente il peso di quelle parole.

«Io ti ho fermato.»

Peppino lo guardò duro.

«No. Tu mi hai dato una ragione per restare.»

Il figlio tacque. C’erano frasi che, dette da Peppino, valevano più di un abbraccio.

La minestra si raffreddava nei piatti. Il fuoco mandava sul muro ombre lunghe, simili a figure di vecchi pastori.

«Io pensavo che non ti importasse molto di me», disse Luigi.

Peppino non rispose subito. Si passò una mano sugli occhi.

«Voi figli pensate che l’amore debba fare rumore. Io non sapevo farlo rumore. Sapevo andare a lavorare. Sapevo tornare con qualcosa. Sapevo non farmi vedere quando avevo paura.»

«Avevi paura?»

Peppino rise senza allegria.

«Sempre.»

Luigi alzò gli occhi.

«Tu?»

«Io. Quando non c’erano soldi. Quando tua madre tossiva di notte. Quando tu avevi la febbre e il dottore tardava. Quando dovevo firmare cambiali. Quando al paese uno ti guardava e capivi che aspettava la tua caduta

Fece una pausa.

«Ma un padre non può permettersi di tremare davanti ai figli.»

Luigi sentì qualcosa muoversi dentro di sé, qualcosa che non era dolore soltanto, ma vergogna. Ricordò le sue pretese, i suoi giudizi, le partenze senza saluti, le telefonate rimandate, i compleanni dimenticati. Ricordò Peppino solo davanti alla porta, con la mano alzata a metà, mentre lui scendeva al paese per prendere la corriera.

«Io ti ho lasciato molto solo», disse.

Il padre guardò il fuoco.
«Anche io ho lasciato solo te. Ognuno fa il male che sa fare.»

Quella frase rimase nella stanza più del vento.

Luigi si alzò e andò alla finestra. Roccaforte del Greco era un pugno di luci aggrappate alla montagna. Più in là cominciava il buio dell’Aspromonte, grande, severo, quasi sacro. Quel paese gli era sembrato per anni una prigione. Ora gli sembrava una radice.

«Ti ricordi quando mi accompagnasti fino a Melito?» chiese Luigi.

«Per il treno?»

«Sì. Io partivo per Pavia. Non dicesti niente per tutto il viaggio.»

«Che dovevo dire?»

«Non lo so. Qualcosa.»

Peppino rimase zitto. Poi disse:

«Se parlavo, ti chiedevo di restare.»

Luigi si voltò.

«E perché non me lo chiedesti?»

«Perché un figlio non si tiene con la paura di perderlo. Si lascia andare. Anche quando ti porta via il meglio.»

La voce di Peppino non tremava, ma era diventata più bassa. Luigi si accorse che suo padre era invecchiato non negli anni della vecchiaia, ma in quelli della sua assenza.

Tornò al tavolo. Si sedette davanti a lui.

«Papà.»

«Eh.»

«Tu hai fatto abbastanza.»

Peppino rimase immobile.

Luigi ripeté, più piano:

«Hai fatto abbastanza.»

Allora il mio papà abbassò il capo. Non pianse. Gli uomini come lui non piangevano facilmente; avevano imparato a mandare le lacrime altrove, forse nelle ossa, forse nella terra. Ma gli occhi gli si fecero lucidi, e le mani, quelle mani grandi, cercarono il bordo del tavolo come se dovessero reggersi.

«Non si dice così a un padre», mormorò.

«E come si dice?»

Peppino tentò un sorriso.

«Non si dice. Si capisce.»

«Io non l’avevo capito.»

Fuori il vento calò per un momento. Nel camino un ciocco cedette e mandò una fiamma più alta. Sembrò che la casa respirasse.

Peppino allungò una mano sul tavolo. Non era un gesto largo, non era un abbraccio. Era poco, quasi niente. Ma per Luigi fu come vedere una porta aprirsi dopo anni.

Vi posò sopra la sua.

Restarono così, padre e figlio, senza sapere bene che farsene di quella tenerezza tardiva. Due uomini dell’Aspromonte, educati più alla resistenza che alla parola, più al pudore che al conforto.

Poi Peppino disse:

«Domani ti porto a Giuverti, verso la vecchia vigna.»

«Esiste ancora?»

«Poco. Come me.»

«Allora ci andiamo.»

Il padre abbassò il capo lentamente.

«Ti faccio vedere dove volevo costruire una casa.»

«Per chi?»

Peppino guardò il figlio, e nei suoi occhi stanchi passò una luce giovane.

«Per la vita che non ho fatto.»

Luigi strinse appena la sua mano.

«Me la racconti domani.»

Peppino guardò il fuoco.

«Domani.»

Ma entrambi capirono che il racconto era già cominciato. E che, in quella sera fredda di Roccaforte del Greco, fra il vento, le pietre e il silenzio finalmente rotto, un padre non era più soltanto padre, e un figlio non era più soltanto figlio.

Erano due uomini seduti alla stessa tavola.

Uno aveva dato tutto senza saperlo dire.

L’altro era tornato in tempo per ascoltare.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere 

Estratto dal libro di Luigi Palamara: Aspromonte, dove l'anima non muore