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​«Culi rinisciuti», adesso basta: Reggio Calabria non vi sopporta più

«Culi rinisciuti», adesso basta: Reggio Calabria non vi sopporta più

L’affondo contro la presunzione di una classe politica e culturale bocciata dai fatti

​Duro atto d'accusa contro chi ha guidato la città al fallimento e continua a pontificare senza pudore: «Avete fatto flop, ora fate l’unico gesto elegante rimasto: tacete».

La satira di CartaStraccia.News 


A Reggio Calabria c’è una specie che non si estingue mai. Cambiano i tempi, cambiano i sindaci, cambiano i governi, cambiano pure le mattonelle del Corso, ma loro restano sempre là: i “culi rinisciuti”.

Quelli che fino a ieri non li salutava manco il cane e oggi parlano con l’aria di chi ha inventato la politica, la cultura, il mare, il bergamotto e pure il cielo sopra Reggio. Quelli che appena gli hanno dato un microfono si sono sentiti Cavour, Garibaldi e Mazzini tutti insieme, ma versione discount, comprata al mercato del sabato.

E mo basta. Basta davvero. CAZZZZZU!!!!

Perché a Reggio una cosa si deve capire: la gente è buona, è paziente, sopporta, fa finta di niente, si stringe nelle spalle e dice “va be’, chi ci voi fari”. Ma non è cretina. E quando la gente si stanca, non urla. Ti guarda, ti misura, ti pesa e poi ti leva dalla testa. Senza rumore. Senza tragedie. Ti cancella.

E questo è successo.

Avete parlato, avete pontificato, avete fatto i professori, i salvatori, i moralisti, i giudici universali. Avete spiegato a tutti come si governa, come si pensa, come si vive, come si ama Reggio. E alla fine Reggio vi ha risposto: “Sì, va bene, ora però levatevi davanti”.

Chiaro, semplice, popolare. Reggio vi ha bocciato.

E non perché la gente non capisce. Non perché c’è il complotto. Non perché il popolo è ingrato. Non perché i nemici vi hanno fatto la macumba. Vi ha bocciato perché vi ha capito fin troppo bene. Ha capito che dietro tutte quelle parole non c’era sostanza. Ha capito che dietro la posa da grandi uomini c’era il solito ego gonfio come una zampogna. Ha capito che voi non volevate servire la città: volevate che la città servisse a voi.

E allora ditelo, almeno una volta, senza fare teatro: avete fallito.

Non mezzo fallito. Non “ci sono state difficoltà”. Non “il contesto era complicato”. No. Avete fatto flop. Un flop bello grosso, di quelli che si sentono da Catona a Pellaro, da Arghillà a Ravagnese. Con mezzi, soldi, occasioni, passerelle, appoggi, pacche sulle spalle, fotografie, sorrisi e benedizioni varie, siete riusciti a non combinare niente di buono. O comunque non abbastanza da farvi rimpiangere.

E ora che fate? Invece di stare zitti, parlate ancora. Invece di chiedere scusa, accusate. Invece di fare un passo indietro, vi mettete di traverso. Sempre là, come le sedie rotte lasciate davanti ai portoni: inutili e d’intralcio.

Ma un poco di cristianità, dico io. Un poco di pudore. Un poco di vergogna, magari piccola, quanto una monetina, ma almeno quella.

Dice la Scrittura che c’è un tempo per ogni cosa. C’è il tempo di parlare e c’è il tempo di chiudere la bocca. C’è il tempo di salire e c’è il tempo di scendere. C’è il tempo di fare i protagonisti e c’è il tempo di tornarsene a casa. E per voi, cari culi rinisciuti, il tempo è finito. Non ieri. L’altro ieri.

Solo che voi non ve ne accorgete. O fate finta. Perché siete fatti così: se cade il palazzo, date la colpa al muratore. Se affonda la barca, date la colpa al mare. Se la gente vi manda a casa, date la colpa alla gente. Mai una volta che vi passi per la testa una frase semplice semplice: “Forse ho sbagliato io”.

No. Voi no. Voi siete sempre vittime. Vittime col petto in fuori. Vittime con la presunzione. Vittime con l’abbonamento alla predica.

E intanto Reggio soffre. Reggio è un paziente steso sul lettino, con la febbre alta e le ossa rotte. Ma non ha bisogno del medico finto con la laurea presa all’università del “secondo me”. Non ha bisogno del tuttologo che la mattina parla di bilanci, a pranzo di porto, il pomeriggio di cultura, la sera di urbanistica e la notte di morale pubblica. Reggio ha bisogno di gente seria. Gente che sa fare. Gente che ascolta. Gente che non si innamora della propria voce.

Perché la verità è questa: avete stancato. Avete stancato assai. Avete stancato pure i muri. E i muri, a Reggio, ne hanno sentite tante.

La città non vuole più professorini col ditino alzato. Non vuole più salvatori in saldo. Non vuole più quelli che si presentano come medici e poi non sanno manco mettere un cerotto. Non vuole più quelli che per ogni cosa hanno una risposta, ma quando gli chiedi conto dei fatti cominciano a tossire, a girarsi dall’altra parte, a dire che “la responsabilità è complessa”.

No, carissimi. La responsabilità non è complessa quando avete comandato voi. È vostra.

Avete preso una littorina e l’avete portata a binario morto. E badate bene: non l’Orient Express, non il Frecciarossa, non un treno di lusso con i camerieri e l’argenteria. Una littorina. Una vecchia littorina della ionica, di quelle che partono già stanche, passano tra stazioni mezze chiuse, binari arrugginiti, erbacce e promesse lasciate al sole.

E pure quella, povera cristiana, siete riusciti a sbatterla dove non doveva andare.

Ora non veniteci a raccontare che la colpa è dei passeggeri. Non veniteci a dire che il popolo non ha capito il viaggio. Non veniteci a spiegare che il binario morto era una scelta strategica. Perché a Reggio certe minchiate le sentiamo da una vita, e ormai le riconosciamo dall’odore prima ancora che escano dalla bocca.

Chi guida risponde. Chi comanda risponde. Chi si prende gli applausi quando sale deve prendersi pure i fischi quando scende. Funziona così, nella vita normale. Ma voi la vita normale non la conoscete più. Vi siete abituati agli inchini, ai “bravo”, ai “presidente”, ai “dottore”, ai “lei ha ragione”. E alla fine vi siete convinti davvero di essere indispensabili.

Ma nessuno è indispensabile. Figuriamoci voi.

Reggio è piena di gente che lavora in silenzio, che apre la serranda la mattina, che tira avanti una famiglia, che aspetta un autobus che non passa, che cammina su marciapiedi spaccati, che paga tasse e pazienza. Quella gente non ha tempo per i vostri drammi da salotto. Non ha voglia di ascoltare l’ennesimo comizio di chi ha perso e non sa perdere.

Perché questo è il punto: non sapete perdere.

Il signore, quando perde, saluta e se ne va. Il politico serio, quando viene bocciato, riflette. L’uomo adulto, quando sbaglia, si assume la responsabilità. Il culo rinisciuto, invece, fa casino. Si agita. Scrive. Parla. Accusa. Si mette in mezzo. Vuole ancora il posto in prima fila pure quando la sala è vuota e il custode sta spegnendo le luci.

E allora ve lo diciamo in reggino, così non ci sono equivoci: "facitivi na raggiuni".

Il ciclo è chiuso. La corsa è finita. La littorina non parte più. Il biglietto non ve lo compra più nessuno. La gente vi ha visto, vi ha sentito, vi ha provato e vi ha rimandato a casa. Non con odio, forse. Con qualcosa di peggio: con fastidio.

E quando una città non ti odia ma ti sopporta con fastidio, significa che sei diventato rumore. Rumore di fondo. Zanzara d’estate. Motorino smarmittato sotto casa. Una cosa che non spaventa, non convince, non commuove: disturba soltanto.

Perciò fate l’unico gesto elegante rimasto: tacete.

Tornate a quello che facevate prima. Tornate ai vostri giri, ai vostri caffè, ai vostri amici compiacenti, ai vostri discorsi tra quattro sedie e un bicchiere d’acqua. Ma lasciate stare Reggio. Lasciate respirare questa città povera, bella, ferita e testarda, che ha già abbastanza croci senza dover portare pure la vostra vanità sulle spalle.

E soprattutto, per rispetto della Madonna della Consolazione, del buon senso e della santa pazienza dei reggini: non rompete più.

Avete dato. Avete preso di più di quello che avete dato. Avete fallito. Avete parlato troppo.

Ora basta. Cazzu!!!

La Satira di CartaStraccia.News 

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