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“Carta Straccia”, nel nome la provocazione, nel contenuto la sostanza. Leggetelo. Non per abitudine, ma per scelta.

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Le cicale non dimenticano

Le cicale non dimenticano

di Luigi Palamara 

Ci sono luoghi
che attraversi
con una valigia in mano

e altri
che ti attraversano
senza chiedere permesso.

L’Aspromonte
è uno di questi.

Ti entra nelle scarpe
con la polvere,
nelle ossa
con il freddo,
negli occhi
con quella luce
che non sa essere gentile.

Non è una montagna.

È una vecchia madre
con le mani spaccate,
il viso bello
e nessuna voglia
di raccontarti bugie.

A Giuverti
le cicale cantano ancora.

Gli uomini sono partiti,
alcuni sono morti,
altri si sono persi
in città che non ricordano
il nome dei loro padri.

Le case hanno chiuso le finestre.

I sentieri
si sono riempiti d’erba.

Il tempo ha fatto
il suo sporco lavoro.

Ma le cicale no.

Quelle bastarde
continuano a cantare
come se nulla fosse successo,
come se fossimo ancora bambini,
come se il mondo
non ci avesse ancora messi
con le spalle al muro.

Io le ascolto
e torno indietro.

Ho le ginocchia sbucciate,
il sole sulla faccia,
una tasca piena di sassi
e nessuna paura
del domani.

Allora bastava poco:

un albero,
un pezzo di pane,
l’ombra di una casa,
la voce di qualcuno
che gridava il mio nome.

La felicità
non aveva bisogno
di essere spiegata.

Era lì.

Seduta su una pietra.

Con i piedi nudi.

Da bambino
ho nascosto i miei sogni
tra i castagni
e le gole della montagna.

Credevo che nessuno
li avrebbe trovati.

Credevo che il tempo
non sarebbe mai arrivato
fin lassù.

Mi sbagliavo.

Il tempo arriva ovunque.

Ti prende i capelli,
ti piega la schiena,
ti porta via le persone
e ti lascia in mano
qualche fotografia
e due o tre rimpianti.

Oggi sono un uomo.

O almeno
così dicono i documenti.

Ma quando torno qui
quel bambino mi aspetta.

Non mi saluta.

Non mi rimprovera.

Mi guarda soltanto
come si guarda uno
che ha fatto troppa strada
per capire
che il posto da cui era partito
era già il centro del mondo.

Alcuni sogni
si sono avverati.

Altri hanno bevuto troppo,
hanno dormito male,
si sono fatti prendere a calci
dalla vita.

Altri ancora
sono vivi.

Testardi.

Sporchi.

Magnifici.

Continuano a bussare
alla porta del cuore
anche quando faccio finta
di non essere in casa.

Forse è questa
la magia dell’Aspromonte:

non ti dice chi sei.

Ti ricorda
chi eri
prima che il mondo
cominciasse a suggerirti
chi dovevi diventare.

Qui la bellezza
non porta il rossetto.

Non sorride per le fotografie.

Non si mette in posa
per i turisti.

Ha rocce dure,
mani ruvide,
occhi profondi
e un silenzio
che può farti male.

Ti appare davanti
e ti leva il fiato
come una donna
che hai amato troppo
e che non hai mai davvero
posseduto.

Allora ti fermi.

Finalmente.

Smetti di parlare.

Smetti di fingere.

E capisci
che sei piccolo.

Piccolo davvero.

Più piccolo
di un albero,
di un torrente,
di una nuvola
che passa sopra i boschi
senza lasciare indirizzo.

Poi tornano le cicale.

Il loro canto
sembra venire da lontano.

Ma non viene da lontano.

Viene da dentro.

Da una stanza chiusa
dove abbiamo lasciato
l’infanzia.

Dalla voce di una madre.

Dalle mani di un padre.

Da una corsa lungo il sentiero.

Da tutte le volte
che siamo stati felici
senza sapere
di esserlo.

Questo è Roccaforte del Greco.

Non una cartolina.

Non una frase buona
per i discorsi della domenica.

È vento sulla faccia.

È polvere sui pantaloni.

È sole che brucia.

È nostalgia
che non chiede scusa.

Questo è l’Aspromonte.

Un luogo che il tempo
può ferire

ma non cancellare.

Un luogo che continuiamo
a chiamare casa
anche quando dormiamo
a mille chilometri di distanza.

Perché certe case
non hanno porte.

Non hanno muri.

Non hanno chiavi.

Hanno un canto.

Quello delle cicale
a Giuverti.

Ostinato.

Antico.

Immortale.

E finché quel canto
continuerà a salire
tra gli alberi e le pietre,

anche noi,
da qualche parte,
saremo ancora bambini.

Ancora vivi.

Ancora capaci
di tornare.

Nei luoghi della felicità.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere 


@luigi.palamara Le cicale non dimenticano di Luigi Palamara  Ci sono luoghi che attraversi con una valigia in mano e altri che ti attraversano senza chiedere permesso. L’Aspromonte è uno di questi. Ti entra nelle scarpe con la polvere, nelle ossa con il freddo, negli occhi con quella luce che non sa essere gentile. Non è una montagna. È una vecchia madre con le mani spaccate, il viso bello e nessuna voglia di raccontarti bugie. A Giuverti le cicale cantano ancora. Gli uomini sono partiti, alcuni sono morti, altri si sono persi in città che non ricordano il nome dei loro padri. Le case hanno chiuso le finestre. I sentieri si sono riempiti d’erba. Il tempo ha fatto il suo sporco lavoro. Ma le cicale no. Quelle bastarde continuano a cantare come se nulla fosse successo, come se fossimo ancora bambini, come se il mondo non ci avesse ancora messi con le spalle al muro. Io le ascolto e torno indietro. Ho le ginocchia sbucciate, il sole sulla faccia, una tasca piena di sassi e nessuna paura del domani. Allora bastava poco: un albero, un pezzo di pane, l’ombra di una casa, la voce di qualcuno che gridava il mio nome. La felicità non aveva bisogno di essere spiegata. Era lì. Seduta su una pietra. Con i piedi nudi. Da bambino ho nascosto i miei sogni tra i castagni e le gole della montagna. Credevo che nessuno li avrebbe trovati. Credevo che il tempo non sarebbe mai arrivato fin lassù. Mi sbagliavo. Il tempo arriva ovunque. Ti prende i capelli, ti piega la schiena, ti porta via le persone e ti lascia in mano qualche fotografia e due o tre rimpianti. Oggi sono un uomo. O almeno così dicono i documenti. Ma quando torno qui quel bambino mi aspetta. Non mi saluta. Non mi rimprovera. Mi guarda soltanto come si guarda uno che ha fatto troppa strada per capire che il posto da cui era partito era già il centro del mondo. Alcuni sogni si sono avverati. Altri hanno bevuto troppo, hanno dormito male, si sono fatti prendere a calci dalla vita. Altri ancora sono vivi. Testardi. Sporchi. Magnifici. Continuano a bussare alla porta del cuore anche quando faccio finta di non essere in casa. Forse è questa la magia dell’Aspromonte: non ti dice chi sei. Ti ricorda chi eri prima che il mondo cominciasse a suggerirti chi dovevi diventare. Qui la bellezza non porta il rossetto. Non sorride per le fotografie. Non si mette in posa per i turisti. Ha rocce dure, mani ruvide, occhi profondi e un silenzio che può farti male. Ti appare davanti e ti leva il fiato come una donna che hai amato troppo e che non hai mai davvero posseduto. Allora ti fermi. Finalmente. Smetti di parlare. Smetti di fingere. E capisci che sei piccolo. Piccolo davvero. Più piccolo di un albero, di un torrente, di una nuvola che passa sopra i boschi senza lasciare indirizzo. Poi tornano le cicale. Il loro canto sembra venire da lontano. Ma non viene da lontano. Viene da dentro. Da una stanza chiusa dove abbiamo lasciato l’infanzia. Dalla voce di una madre. Dalle mani di un padre. Da una corsa lungo il sentiero. Da tutte le volte che siamo stati felici senza sapere di esserlo. Questo è Roccaforte del Greco. Non una cartolina. Non una frase buona per i discorsi della domenica. È vento sulla faccia. È polvere sui pantaloni. È sole che brucia. È nostalgia che non chiede scusa. Questo è l’Aspromonte. Un luogo che il tempo può ferire ma non cancellare. Un luogo che continuiamo a chiamare casa anche quando dormiamo a mille chilometri di distanza. Perché certe case non hanno porte. Non hanno muri. Non hanno chiavi. Hanno un canto. Quello delle cicale a Giuverti. Ostinato. Antico. Immortale. E finché quel canto continuerà a salire tra gli alberi e le pietre, anche noi, da qualche parte, saremo ancora bambini. Ancora vivi. Ancora capaci di tornare. Nei luoghi della felicità. Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere  #aspromonte #roccafortedelgreco #luigipalamara #palamaraluigi #luispal ♬ audio originale - Luigi Palamara

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