Quei pantaloncini abbassati in piazza, e la vergogna degli adulti
REGGIO CALABRIA. Il caso del ragazzino umiliato dal branco in pieno centro a Piazza Italia e l'intervento dei passanti
Il degrado morale comincia quando si minimizza e si abdica al ruolo educativo delle famiglie. Dopo il coraggioso grido di una madre, la comunità non torni a stare zitta.
L'Editoriale di Luigi Palamara
A Piazza Italia, in pieno giorno, quattro ragazzini hanno messo in scena una piccola, miserabile rappresentazione del nostro fallimento.
Erano poco più che bambini. Tre contro uno. Come sempre accade ai vigliacchi: il branco contro il più fragile. La vittima, un ragazzino alto, magro, forse autistico, è stata umiliata davanti a tutti. Uno gli ha abbassato i pantaloncini, lasciandolo in mutande. Un altro lo ha schiaffeggiato. Gli altri ridevano.
Ridevano.
E in quella risata c’era molto più di una bravata. C’era l’ignoranza. C’era la crudeltà. C’era l’assenza di educazione. C’era il vuoto lasciato da famiglie che spesso hanno abdicato al loro primo dovere: insegnare ai figli la differenza tra forza e prepotenza, tra scherzo e violenza, tra coraggio e codardia.
Poi una madre ha visto. Ha urlato. Ha avuto la reazione che ogni persona civile dovrebbe avere davanti all’ingiustizia: indignarsi. In pochi attimi anche gli altri adulti si sono svegliati. Hanno guardato, capito, sono intervenuti. La Polizia Locale di Reggio Calabria ha identificato uno dei ragazzini, il più grande, forse tredici o quattordici anni. Gli altri due sono scappati. Da bulli a conigli, il passo è breve.
La scena è avvenuta sul Corso Garibaldi, non in un vicolo abbandonato, non di notte, non in qualche periferia dimenticata. In pieno centro. In pieno giorno. Sotto gli occhi della città.
E allora diciamolo senza ipocrisia: Reggio Calabria resta una città sicura e tranquilla, almeno sotto questo profilo. Ma la sicurezza non si misura soltanto con le statistiche dei reati. Si misura anche dalla qualità morale dei comportamenti quotidiani. Da ciò che tolleriamo. Da ciò davanti a cui abbassiamo lo sguardo.
Perché il degrado non comincia sempre con i grandi fatti. Spesso comincia così: con una risata vile, con uno schiaffo dato al più debole, con un pantaloncino abbassato per divertire il branco. Comincia quando qualcuno dice: “Sono ragazzi”. Comincia quando si minimizza. Quando si scarica tutto sulla scuola. Quando si dimentica che la prima scuola, la più importante, è la famiglia.
I ragazzi imitano. Assorbono. Ripetono. Portano in strada ciò che respirano a casa, nei telefoni, nei social, nelle conversazioni degli adulti. Se imparano il disprezzo, disprezzeranno. Se imparano la prepotenza, prevarranno. Se imparano che il debole è un bersaglio, prima o poi troveranno una vittima.
Per questo quell’episodio non va archiviato come una ragazzata. Non lo è. È un segnale. E i segnali, quando riguardano i bambini, sono sempre più seri di quanto sembrino.
Bisogna intervenire. Subito. Con fermezza, non con isteria. Con responsabilità, non con vendetta. Quei ragazzini vanno educati, richiamati, messi davanti alla gravità di ciò che hanno fatto. E le loro famiglie devono essere chiamate a rispondere, non penalmente soltanto, ma moralmente.
La città, invece, deve fare una cosa semplice e difficile: non voltarsi dall’altra parte.
Perché una comunità civile non è quella in cui il male non accade mai. È quella in cui, quando accade, qualcuno vede, qualcuno grida, qualcuno interviene.
A Piazza Italia, per fortuna, una madre ha gridato.
Ora tocca a tutti gli altri non tornare zitti.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
0 Commenti
LASCIA IL TUO COMMENTO. La tua opinione è importante.