L'ex Sindaco Giuseppe Falcomatà rispolvera il vecchio album dei "cattivi" per nascondere i cantieri fantasma, ma il centrodestra non abbocca e sposta la sfida sui fatti
Falcomatà gioca a "Noi contro Loro", Cannizzaro gli smonta il giocattolo: "Meno cinema, più cantieri"
Mentre Palazzo San Giorgio si rifugia nella narrazione morale e nei fantasmi del passato, il deputato azzurro inchioda l'amministrazione ai ritardi su aeroporto, porto e decoro: la memoria non può essere l'alibi per una città ferma al palo.
Il “noi” e il “loro”: quando la politica diventa specchio
L'Editoriale di Luigi Palamara
Arriva un momento, nelle campagne elettorali, in cui la retorica smette di essere retorica e diventa riflesso condizionato. Giuseppe Falcomatà ha scelto il più antico degli schemi: da una parte “noi”, dall’altra “loro”. Da una parte i redentori, dall’altra i colpevoli. Da una parte chi avrebbe salvato Reggio Calabria, dall’altra chi l’avrebbe condannata.
È una formula comoda. Troppo comoda. Perché divide il mondo in due metà, elimina le sfumature, cancella le responsabilità presenti dietro il paravento delle colpe passate. E soprattutto consente una manovra politica sempre utile: parlare di ieri per non rispondere dell’oggi.
Francesco Cannizzaro, nella sua replica, ha fatto esattamente ciò che una campagna elettorale dovrebbe imporre a chiunque abbia responsabilità pubbliche: ha riportato il discorso sul terreno concreto. Non sui fantasmi, non sui nomi da avanspettacolo politico riesumati a uso di propaganda, non sulle caricature. Ma su aeroporti, porto, università, fondi, lavoro, trasporti, turismo, infrastrutture, commercio, decoro urbano.
Falcomatà evoca un “loro” indistinto, quasi mitologico. Cannizzaro risponde chiedendo: chi sarebbero, esattamente, questi “loro”? È una domanda semplice, ma politicamente pesante. Perché quando si accusa un avversario bisogna avere il coraggio di nominarlo. E quando si governa da anni, bisogna avere il coraggio di spiegare ciò che non si è fatto, non soltanto rivendicare ciò che si dice di aver ereditato.
L'ex sindaco rivendica il risanamento, gli asili, le stabilizzazioni, le opere pubbliche, i fondi comunitari, i punti luce, i beni confiscati, il welfare. È il catalogo dell’amministratore che presenta il bilancio della propria stagione. Legittimo. Ma la politica non è un’autobiografia scritta in bella copia. È anche la capacità di reggere il contraddittorio.
E Cannizzaro il contraddittorio lo imposta in modo netto: se ci sono stati fondi portati a Reggio, perché non sempre sono diventati cantieri, servizi, risultati visibili? Se l’aeroporto oggi respira, chi ha realmente spinto perché ciò accadesse? Se il porto ha ricevuto risorse, perché quelle risorse non sono diventate ancora pienamente sviluppo? Se si parla di inclusione, perché denunciare un’assistenza domiciliare insufficiente? Se si parla di città europea, perché il Lungomare può presentarsi ai turisti tra degrado, rifiuti e incuria?
Il punto politico è tutto qui. Falcomatà costruisce una narrazione morale: noi i giusti, loro gli sbagliati.
Cannizzaro oppone una narrazione amministrativa: noi abbiamo portato risorse, voi non le avete trasformate abbastanza in risultati.
E in questa differenza si misura anche il cambio di passo.
Perché Reggio Calabria non ha bisogno di una guerra di religione permanente tra passato e presente. Non ha bisogno di essere inchiodata a Lele Mora, Valeria Marini, ai saluti romani, alle macerie di quindici o vent’anni fa. Ha bisogno di sapere chi oggi è in grado di far funzionare un aeroporto, collegarlo alla città, rilanciare il porto, difendere l’università, attrarre investimenti, sostenere le imprese, creare lavoro vero e restituire dignità agli spazi pubblici.
Cannizzaro, nel suo intervento, sceglie una linea politica precisa: non accetta di essere trascinato nel museo delle colpe remote. Rivendica atti, emendamenti, finanziamenti, battaglie parlamentari. Rivendica una destra che non vuole limitarsi alla testimonianza, ma punta al governo della città. E soprattutto rivendica una cosa che, in politica, pesa più degli slogan: il rapporto tra potere nazionale e territorio.
È qui che la sua risposta colpisce. Perché dice, in sostanza: mentre voi raccontavate Reggio, noi provavamo a portarle strumenti. Mentre voi separavate il mondo tra “noi” e “loro”, noi cercavamo fondi per aeroporto, porto, campus, lido comunale, trasporto disabili, aree costiere. Si può discutere tutto, naturalmente. Ma è un terreno più serio della nostalgia polemica.
Falcomatà scrive che “indietro non si torna”. È una frase efficace, quasi cinematografica. Ma il problema non è tornare indietro. Il problema è capire se Reggio possa finalmente andare avanti.
Andare avanti non significa negare ciò che è stato fatto. Significa smettere di usare ciò che è stato fatto come assoluzione preventiva per tutto ciò che resta irrisolto. Significa non confondere la memoria con l’alibi. Significa non trasformare ogni critica in lesa maestà.
Cannizzaro, con toni duri e a tratti ruvidi, ha avuto però un merito politico evidente: ha spezzato l’incantesimo del racconto unico. Ha ricordato che nella città reale non bastano i murales, le celebrazioni, i post solenni e le contrapposizioni morali. Servono collegamenti, cantieri, servizi, pulizia, investimenti, lavoro, efficienza.
La campagna elettorale è appena cominciata, e già si vede la frattura vera. Da una parte chi chiede di essere giudicato confrontandosi con il passato. Dall’altra chi pretende di giudicare il presente e costruire il futuro.
Reggio Calabria, più che scegliere tra “noi” e “loro”, dovrebbe forse scegliere tra due modi di fare politica: quello che divide per sopravvivere e quello che sfida per cambiare.
E in questa prima schermaglia, piaccia o no, Cannizzaro ha imposto il tema decisivo: non chi ha più memoria, ma chi ha più progetto.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno

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