L’ultimo giro di valzer
La denuncia dei consiglieri di Centrodestra a Reggio Calabria alla vigilia del voto
L’ultimo valzer delle nomine: quando il Comune diventa un comitato elettorale
Sotto accusa la frenesia amministrativa degli ultimi dieci giorni tra incarichi di staff e il caso Castore. Atti formalmente legittimi, ma che tradiscono la decenza istituzionale e vincolano il futuro della città.
Esiste un tempo, una volta era detto il semestre bianco, nella vita delle amministrazioni, in cui il potere dovrebbe imparare l’arte più difficile: togliersi il cappello, salutare e uscire di scena. Non con l’aria risentita di chi considera il Comune una dependance del proprio comitato elettorale, ma con la sobrietà di chi sa che le istituzioni non sono una proprietà privata.
E invece, a Reggio Calabria, secondo quanto denunciato dai consiglieri comunali del Centrodestra, gli ultimi giorni dell’amministrazione sembrano essersi trasformati in una corsa affannosa: nomine, incarichi, spostamenti, delibere, partecipate, revisori, staff. Tutto legittimo, ci mancherebbe. In Italia la parola “legittimo” è spesso il mantello buono con cui si coprono le cose politicamente più discutibili. Ma il punto non è soltanto se un atto possa stare in piedi davanti a un ufficio legale. Il punto è se possa stare in piedi davanti ai cittadini.
Perché una cosa può essere formalmente corretta e moralmente stonata. Può essere legale e insieme inopportuna. Può rispettare la procedura e tradire il buon senso.
La domanda posta dai consiglieri è semplice, quasi brutale: era davvero necessario fare tutto questo negli ultimi dieci giorni? Era urgente? Era indifferibile? Oppure l’urgenza non era quella della città, ma quella della campagna elettorale?
Qui sta il nodo politico. Non nelle carte bollate, non nei cavilli, non nella solita nebbia amministrativa dentro la quale a Reggio, come altrove, spesso si nasconde l’essenziale. Il nodo è capire se le istituzioni siano state usate fino all’ultimo minuto come strumento di governo o come macchina di consenso.
Prendiamo il caso degli incarichi nello staff. A che serve nominare qualcuno nello staff del sindaco quando quel sindaco, dopo pochi giorni, potrebbe non esserci più? A che serve riempire caselle quando il mandato è praticamente al capolinea? A che serve impegnare scelte che avranno effetti oltre la scadenza politica di chi le compie?
La risposta ufficiale, probabilmente, sarà la solita: tutto previsto, tutto regolare, tutto necessario. Ma la politica non vive solo di timbri. Vive di responsabilità. E la responsabilità, soprattutto negli ultimi giorni di un mandato, dovrebbe suggerire prudenza, non frenesia.
Poi c’è la questione Castore, che nella ricostruzione offerta dai consiglieri assume il sapore amaro del teatro. Una delibera evocata, agitata, quasi inscenata per dare l’idea di voler prorogare fino a fine anno. Ma, secondo l’accusa, quella delibera non poteva nemmeno arrivare in Consiglio, perché mancava il parere contabile. E se manca il parere contabile, non siamo davanti a un dettaglio da ragionieri: siamo davanti al limite concreto tra propaganda e amministrazione.
Il punto diventa allora ancora più serio: si voleva davvero risolvere il problema o si voleva soltanto raccontare di volerlo risolvere? Si cercava una soluzione o un titolo da campagna elettorale?
È qui che la conferenza stampa del Centrodestra prova ad accendere il faro. Non su una singola pratica, ma su un metodo. Il metodo dell’ultimo minuto. Il metodo delle decisioni prese quando le urne sono ormai dietro l’angolo. Il metodo delle nomine che durano tre anni, fatte quando il giudizio dei cittadini è imminente. Il metodo di chi sembra voler lasciare un’impronta non sulla città, ma sulle poltrone.
E allora bisogna dirlo senza girarci attorno: il problema non è soltanto amministrativo. È democratico. Perché quando un’amministrazione agli sgoccioli compie atti destinati a produrre effetti lunghi, vincola chi verrà dopo. Mette cappelli. Pianta bandierine. Occupa spazi. E lo fa in un momento in cui dovrebbe, semmai, limitarsi all’ordinaria amministrazione e lasciare al nuovo governo cittadino la libertà di scegliere.
Non si tratta di gridare allo scandalo per ogni firma. Si tratta di pretendere decenza istituzionale. Una virtù antica, quasi dimenticata, che non si trova nei regolamenti ma dovrebbe abitare nella coscienza di chi amministra.
I consiglieri del Centrodestra, nella loro denuncia, insistono su un punto: molte di queste scelte possono anche essere legittime. Ma non erano né urgenti né indifferibili. E questa distinzione è decisiva. Perché ciò che non è urgente, se viene fatto in fretta, chiede una spiegazione. E ciò che non è indifferibile, se viene imposto alla vigilia del voto, puzza di convenienza politica.
La città, a questo punto, deve scegliere se accontentarsi della formula burocratica del “si può fare” o pretendere una risposta più alta: “è giusto farlo?”.
Perché Reggio Calabria non ha bisogno dell’ennesimo balletto di carte, incarichi e giustificazioni. Ha bisogno di sapere se il palazzo comunale sia ancora la casa dei cittadini o sia diventato, negli ultimi giorni, il retrobottega di una campagna elettorale.
Il voto servirà anche a questo: a giudicare non solo i programmi, ma i comportamenti. Non solo le promesse, ma gli ultimi atti. Non solo ciò che si dice in piazza, ma ciò che si firma nelle stanze.
E i cittadini, quando arrivano davanti all’urna, hanno una memoria più lunga di quanto certi amministratori credano. Ricordano le parole. Ma soprattutto ricordano i gesti. Anche quelli compiuti all’ultimo minuto, quando qualcuno pensava che nessuno stesse guardando.
@luigi.palamara L’ultimo giro di valzer La denuncia dei consiglieri di Centrodestra a Reggio Calabria alla vigilia del voto L’ultimo valzer delle nomine: quando il Comune diventa un comitato elettorale Sotto accusa la frenesia amministrativa degli ultimi dieci giorni tra incarichi di staff e il caso Castore. Atti formalmente legittimi, ma che tradiscono la decenza istituzionale e vincolano il futuro della città. La denuncia dei consiglieri di Centrodestra a Reggio Calabria alla vigilia del voto  Esiste un tempo, una volta era detto il semestre bianco, nella vita delle amministrazioni, in cui il potere dovrebbe imparare l’arte più difficile: togliersi il cappello, salutare e uscire di scena. Non con l’aria risentita di chi considera il Comune una dependance del proprio comitato elettorale, ma con la sobrietà di chi sa che le istituzioni non sono una proprietà privata. E invece, a Reggio Calabria, secondo quanto denunciato dai consiglieri comunali del Centrodestra, gli ultimi giorni dell’amministrazione sembrano essersi trasformati in una corsa affannosa: nomine, incarichi, spostamenti, delibere, partecipate, revisori, staff. Tutto legittimo, ci mancherebbe. In Italia la parola “legittimo” è spesso il mantello buono con cui si coprono le cose politicamente più discutibili. Ma il punto non è soltanto se un atto possa stare in piedi davanti a un ufficio legale. Il punto è se possa stare in piedi davanti ai cittadini. Perché una cosa può essere formalmente corretta e moralmente stonata. Può essere legale e insieme inopportuna. Può rispettare la procedura e tradire il buon senso. La domanda posta dai consiglieri è semplice, quasi brutale: era davvero necessario fare tutto questo negli ultimi dieci giorni? Era urgente? Era indifferibile? Oppure l’urgenza non era quella della città, ma quella della campagna elettorale? Qui sta il nodo politico. Non nelle carte bollate, non nei cavilli, non nella solita nebbia amministrativa dentro la quale a Reggio, come altrove, spesso si nasconde l’essenziale. Il nodo è capire se le istituzioni siano state usate fino all’ultimo minuto come strumento di governo o come macchina di consenso. Prendiamo il caso degli incarichi nello staff. A che serve nominare qualcuno nello staff del sindaco quando quel sindaco, dopo pochi giorni, potrebbe non esserci più? A che serve riempire caselle quando il mandato è praticamente al capolinea? A che serve impegnare scelte che avranno effetti oltre la scadenza politica di chi le compie? La risposta ufficiale, probabilmente, sarà la solita: tutto previsto, tutto regolare, tutto necessario. Ma la politica non vive solo di timbri. Vive di responsabilità. E la responsabilità, soprattutto negli ultimi giorni di un mandato, dovrebbe suggerire prudenza, non frenesia. Poi c’è la questione Castore, che nella ricostruzione offerta dai consiglieri assume il sapore amaro del teatro. Una delibera evocata, agitata, quasi inscenata per dare l’idea di voler prorogare fino a fine anno. Ma, secondo l’accusa, quella delibera non poteva nemmeno arrivare in Consiglio, perché mancava il parere contabile. E se manca il parere contabile, non siamo davanti a un dettaglio da ragionieri: siamo davanti al limite concreto tra propaganda e amministrazione. Il punto diventa allora ancora più serio: si voleva davvero risolvere il problema o si voleva soltanto raccontare di volerlo risolvere? Si cercava una soluzione o un titolo da campagna elettorale? È qui che la conferenza stampa del Centrodestra prova ad accendere il faro. Non su una singola pratica, ma su un metodo. Il metodo dell’ultimo minuto. Il metodo delle decisioni prese quando le urne sono ormai dietro l’angolo. Il metodo delle nomine che durano tre anni, fatte quando il giudizio dei cittadini è imminente. Il metodo di chi sembra voler lasciare un’impronta non sulla città, ma sulle poltrone. E allora bisogna dirlo senza girarci attorno: il problema non è soltanto amministrativo. È democratico. Perché quando un’amministrazione agli sgocc
♬ audio originale - Luigi Palamara

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