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Reggio Calabria, una frase volgare durante la notte degli Europei del 2021 diventa un caso costituzionale

Reggio Calabria, una frase volgare durante la notte degli Europei 2021 diventa un caso costituzionale

Dieci mesi per un insulto, il processo che mette sotto accusa la rigidità della legge.

Il caso nato durante i festeggiamenti per gli Europei arriva davanti alla Consulta.

Dalla condanna di un ragazzo incensurato per offesa a una vigilessa, alla sfida davanti alla Consulta: il nodo è tutto qui, se un ordinamento possa punire senza distinguere tra la gravità del reato e la tenuità del fatto.

L'Editoriale di Luigi Palamara 


Ci sono vicende giudiziarie che nascono piccole e poi, strada facendo, diventano qualcosa di più. Non perché cambi il fatto. Ma perché cambia lo sguardo con cui quel fatto viene osservato. È quello che accade nel caso di Giovanni: all’inizio sembra la storia, per quanto sgradevole, di un insulto pronunciato in una notte di festa. Alla fine diventa invece il racconto di una legge che inciampa nella propria rigidità e di una difesa che, con intelligenza e metodo, riesce a portare quel cortocircuito fino davanti alla Corte costituzionale.

Il fatto è noto. Estate 2021, Reggio Calabria, notte di festeggiamenti per la vittoria dell’Italia agli Europei. Folla, megafoni, alcol, euforia. In quel contesto, un ragazzo rivolge a una vigilessa una frase volgare e offensiva, pronunciata davanti a più persone e mentre la donna è in servizio. Il reato, sul piano tecnico, c’è. Nessuno, nemmeno la difesa, ha mai veramente costruito la propria linea sulla negazione del fatto. Ed è proprio questo, forse, il primo dato che colpisce nell’intervista dell’avvocato Giacomo Iaria: la scelta di non fuggire dal punto di partenza, ma di affrontarlo.

Iaria non minimizza l’episodio. Non lo traveste da malinteso. Non prova a farlo sparire dietro una formula. Ammette che la frase fu pronunciata, che produsse derisione, che offese l’onore e il decoro del pubblico ufficiale. E proprio per questo il suo ragionamento acquista forza: non cerca di smontare il fatto, ma di riportarlo alla sua giusta misura penale.

Il passaggio decisivo dell’intervista è lì, nella risposta con cui l’avvocato spiega che cosa è accaduto in Corte d’Appello. La Corte, dice in sostanza Iaria, ha riconosciuto che tutti gli elementi concreti del caso facevano pensare a un fatto tenue: episodio unico, soggetto incensurato, contesto goliardico, assenza di reiterazione. In altre parole, la Corte ha ragionato sui fatti veri, non sull’astrazione della norma. Ha visto che si era davanti non a una condotta esemplare, ma neppure a una vicenda di tale gravità da imporre necessariamente una risposta penale piena.

Ed è qui che emerge il merito professionale del difensore.

Perché dall’intervista si capisce che Iaria non si è limitato a chiedere uno sconto, o un trattamento più mite. Ha fatto qualcosa di più difficile: ha costruito un percorso logico capace di portare la Corte a riconoscere l’esistenza di un problema costituzionale. Non ha chiesto alla Corte d’Appello di forzare la legge. Ha chiesto alla Corte di fermarsi a pensare. Di prendere sul serio una contraddizione. E la Corte, appunto, ha pensato.

La questione ruota attorno all’articolo 131-bis del codice penale, la particolare tenuità del fatto. Iaria lo spiega nell’intervista con chiarezza quasi didattica, senza tecnicismi inutili: se il fatto è tenue, in certe condizioni si può arrivare a un proscioglimento. E però, aggiunge, proprio in questo caso la Corte aveva le mani legate. Perché quella norma, così come oggi è congegnata, non consente l’applicazione della particolare tenuità al reato contestato, l’oltraggio a pubblico ufficiale ex articolo 341-bis, in presenza di determinate qualifiche della persona offesa.

Qui sta il cuore del ragionamento di Iaria. Ed è qui che si misura la sua bravura.

L’avvocato non ha impostato la difesa come una supplica emotiva. L’ha impostata come una dimostrazione di irragionevolezza del sistema. Nell’intervista spiega che, studiando la giurisprudenza costituzionale più recente insieme al proprio studio legale, ha notato un dato difficilmente contestabile: la Corte costituzionale era già intervenuta per consentire l’accesso al 131-bis in relazione agli articoli 336 e 337 del codice penale, cioè per reati più gravi. E allora la domanda diventava inevitabile: com’è possibile che la particolare tenuità sia oggi valutabile per fatti più seri e non per un fatto meno grave come quello contestato a Giovanni?

È la domanda semplice che, quando arriva in un’aula giudiziaria, obbliga tutti a fermarsi. E Iaria è stato abile proprio in questo: ha saputo trasformare una difesa individuale in una questione di sistema, costringendo la Corte d’Appello a misurarsi non con la sola posizione del suo assistito, ma con la coerenza stessa dell’ordinamento.

Le sue risposte nell’intervista mostrano con molta nettezza questo percorso. Quando afferma che la Corte d’Appello “avrebbe voluto” riconoscere la tenuità ma non poteva farlo per il principio di legalità, l’avvocato fotografa perfettamente il punto: il giudice aveva visto la sproporzione, ma non disponeva dello strumento normativo per correggerla. Quando poi aggiunge che “l’unico modo per slegare le mani alla Corte” era chiamare in causa la Consulta, chiarisce che il suo intervento difensivo non è stato una mossa ornamentale, ma l’unica via possibile per rimettere ordine in una contraddizione della legge.

Ancora più significativo è il passaggio in cui Iaria ricorda che anche la Procura generale ha dato parere favorevole alla questione di legittimità costituzionale. Questo dettaglio, nell’economia dell’intervista, pesa molto. Perché vuol dire che il ragionamento della difesa non è apparso una forzatura di parte, ma un dubbio serio, condivisibile, capace di convincere non solo chi difende, ma anche chi esercita la funzione requirente. E in un processo, quando il ragionamento di un avvocato riesce a spostare il terreno del confronto in questo modo, bisogna riconoscerne il valore.

Non è retorica dire che Iaria è riuscito a far “ragionare” la Corte d’Appello. È esattamente ciò che emerge dal testo. La Corte non si è limitata a registrare l’istanza della difesa. L’ha accolta nel suo impianto logico. Ha ritenuto la questione fondata e rilevante. Ha riconosciuto cioè che la difesa aveva individuato un punto reale di frizione tra la norma e i principi di ragionevolezza e uguaglianza. In questa vicenda, il lavoro dell’avvocato non è stato soltanto tecnico: è stato un lavoro di persuasione alta, di costruzione paziente di un dubbio giuridico serio.

Anche quando Iaria risponde sul contesto, lo fa con una misura che rafforza la credibilità della sua linea. Non dice che il contesto di festa assolve. Dice che il contesto incide nella valutazione della tenuità del fatto. Ed è una differenza sostanziale. Non cerca indulgenza morale; cerca proporzione giuridica. Non chiede di cancellare l’offesa; chiede di valutarne l’effettiva offensività dentro la realtà concreta in cui è avvenuta. E in questa distinzione si vede la qualità della difesa.

Lo stesso avviene quando spiega a che cosa punta oggi la sua linea difensiva: al proscioglimento ex articolo 131-bis. Anche qui il suo lessico è chiaro, fermo, non ambiguo. Non si tratta di una scorciatoia, non si tratta di “salvare” il ragazzo con un espediente. Si tratta, dice l’avvocato, di evitare che un incensurato resti marchiato da una condanna di dieci mesi per un fatto che la stessa Corte d’Appello ritiene tenue. In questa risposta si coglie il punto umano della vicenda: le sentenze non restano nei fascicoli, entrano nella vita delle persone.

Iaria è convincente anche quando affronta il possibile effetto sistemico della decisione. Se la Consulta dovesse accogliere la questione, spiega, non cambierebbe soltanto il processo del suo assistito. Cambierebbe la possibilità, per tutti i giudici italiani, di applicare il 131-bis anche nei procedimenti per questo reato, quando il fatto sia davvero tenue. Dunque non un favore individuale, ma un riequilibrio del sistema. E ancora una volta l’avvocato mostra di vedere il processo non solo come luogo di difesa del singolo, ma anche come sede in cui può emergere una domanda di maggiore razionalità della legge.

C’è un passaggio, nel finale dell’intervista, che forse dice più di altri la cifra del suo intervento. Quando afferma che mandare gli atti alla Consulta, per un avvocato, significa vedere riconosciuto che lo sforzo giuridico quotidiano può contribuire a rendere la giustizia più adeguata alla società, Iaria non sta facendo un’autocelebrazione. Sta ricordando qualcosa che spesso si dimentica: l’avvocatura, quando è seria, non serve solo a difendere, ma anche a far evolvere il diritto. E questo caso ne è la dimostrazione.

Perché qui non siamo davanti a un gioco di prestigio processuale. Siamo davanti a una difesa che ha saputo leggere le ultime decisioni della Corte costituzionale, metterle in relazione con il caso concreto, evidenziare la disparità di trattamento, ottenere il consenso della Procura generale e convincere la Corte d’Appello che il dubbio non era pretestuoso ma costituzionalmente rilevante. È un lavoro che richiede studio, intuito, rigore e anche una certa qualità rara: la capacità di trovare, dentro un fatto piccolo, la domanda giusta da rivolgere alla legge.

Il caso di Giovanni, allora, non è soltanto il caso di un ragazzo condannato per una frase volgare in una notte di festa. È anche il caso di un avvocato che ha saputo prendere una vicenda apparentemente chiusa e riaprirla sul terreno più difficile e più alto: quello della coerenza costituzionale del sistema penale.

La Consulta deciderà se quella norma può restare in piedi così com’è. Ma una cosa, intanto, è già chiara. In questa storia Giacomo Iaria ha fatto molto più che difendere un imputato: ha costretto la legge a guardarsi allo specchio. E ha portato la Corte d’Appello, passo dopo passo, a fare la stessa cosa.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 


* Giovanni è un nome di fantasia

@luigi.palamara

Reggio Calabria, una frase volgare durante la notte degli Europei 2021 diventa un caso costituzionale Dieci mesi per un insulto, il processo che mette sotto accusa la rigidità della legge Il caso nato durante i festeggiamenti per gli Europei arriva davanti alla Consulta. Dalla condanna di un ragazzo incensurato per offesa a una vigilessa, alla sfida davanti alla Consulta: il nodo è tutto qui, se un ordinamento possa punire senza distinguere tra la gravità del reato e la tenuità del fatto. L'Editoriale di Luigi Palamara  Ci sono vicende giudiziarie che nascono piccole e poi, strada facendo, diventano qualcosa di più. Non perché cambi il fatto. Ma perché cambia lo sguardo con cui quel fatto viene osservato. È quello che accade nel caso di Giovanni: all’inizio sembra la storia, per quanto sgradevole, di un insulto pronunciato in una notte di festa. Alla fine diventa invece il racconto di una legge che inciampa nella propria rigidità e di una difesa che, con intelligenza e metodo, riesce a portare quel cortocircuito fino davanti alla Corte costituzionale. Il fatto è noto. Estate 2021, Reggio Calabria, notte di festeggiamenti per la vittoria dell’Italia agli Europei. Folla, megafoni, alcol, euforia. In quel contesto, un ragazzo rivolge a una vigilessa una frase volgare e offensiva, pronunciata davanti a più persone e mentre la donna è in servizio. Il reato, sul piano tecnico, c’è. Nessuno, nemmeno la difesa, ha mai veramente costruito la propria linea sulla negazione del fatto. Ed è proprio questo, forse, il primo dato che colpisce nell’intervista dell’avvocato Giacomo Iaria: la scelta di non fuggire dal punto di partenza, ma di affrontarlo. Iaria non minimizza l’episodio. Non lo traveste da malinteso. Non prova a farlo sparire dietro una formula. Ammette che la frase fu pronunciata, che produsse derisione, che offese l’onore e il decoro del pubblico ufficiale. E proprio per questo il suo ragionamento acquista forza: non cerca di smontare il fatto, ma di riportarlo alla sua giusta misura penale. Il passaggio decisivo dell’intervista è lì, nella risposta con cui l’avvocato spiega che cosa è accaduto in Corte d’Appello. La Corte, dice in sostanza Iaria, ha riconosciuto che tutti gli elementi concreti del caso facevano pensare a un fatto tenue: episodio unico, soggetto incensurato, contesto goliardico, assenza di reiterazione. In altre parole, la Corte ha ragionato sui fatti veri, non sull’astrazione della norma. Ha visto che si era davanti non a una condotta esemplare, ma neppure a una vicenda di tale gravità da imporre necessariamente una risposta penale piena. Ed è qui che emerge il merito professionale del difensore. Perché dall’intervista si capisce che Iaria non si è limitato a chiedere uno sconto, o un trattamento più mite. Ha fatto qualcosa di più difficile: ha costruito un percorso logico capace di portare la Corte a riconoscere l’esistenza di un problema costituzionale. Non ha chiesto alla Corte d’Appello di forzare la legge. Ha chiesto alla Corte di fermarsi a pensare. Di prendere sul serio una contraddizione. E la Corte, appunto, ha pensato. La questione ruota attorno all’articolo 131-bis del codice penale, la particolare tenuità del fatto. Iaria lo spiega nell’intervista con chiarezza quasi didattica, senza tecnicismi inutili: se il fatto è tenue, in certe condizioni si può arrivare a un proscioglimento. E però, aggiunge, proprio in questo caso la Corte aveva le mani legate. Perché quella norma, così come oggi è congegnata, non consente l’applicazione della particolare tenuità al reato contestato, l’oltraggio a pubblico ufficiale ex articolo 341-bis, in presenza di determinate qualifiche della persona offesa. Qui sta il cuore del ragionamento di Iaria. Ed è qui che si misura la sua bravura. L’avvocato non ha impostato la difesa come una supplica emotiva. L’ha impostata come una dimostrazione di irragionevolezza del sistema. Nell’intervista spiega che, studiando la giurisprudenza costituzionale più recente insieme

♬ audio originale - Luigi Palamara

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