I giovani non sono il domani: sono già il presente.
L'Editoriale di Luigi Palamara
“I giovani sono il presente. Da loro solo per apprendere.”
La frase di Francesco Cannizzaro, candidato a sindaco di Reggio Calabria, ha il pregio della semplicità. E, come spesso accade con le parole semplici, contiene una verità che la politica dimentica troppo spesso: i giovani non sono un argomento da campagna elettorale, non sono una categoria da blandire con slogan di stagione, non sono il futuro in attesa. Sono già qui. Sono il presente.
Per anni li abbiamo raccontati come un problema da risolvere o come una promessa da rinviare. Li abbiamo convocati nei discorsi ufficiali, nelle tavole rotonde, nei programmi elettorali, salvo poi lasciarli ai margini delle decisioni vere. E invece bisognerebbe avere il coraggio di capovolgere lo sguardo: non parlare ai giovani, ma ascoltare i giovani. Non insegnare dall’alto, ma apprendere da chi vive con più durezza e più lucidità le contraddizioni del nostro tempo.
I ragazzi conoscono la precarietà non per sentito dire, ma per esperienza. Sanno cosa significa cercare un posto nel mondo in una terra spesso costretta a salutare i propri figli in partenza. Sanno distinguere le parole autentiche da quelle pronunciate per convenienza. E sanno, più di molti adulti, che la credibilità non si misura dalle promesse, ma dalla coerenza.
In una città come Reggio Calabria, questo tema ha un peso ancora più profondo. Perché qui la questione giovanile non è una formula sociologica: è la misura della speranza possibile. Ogni giovane che resta, che studia, che lavora, che prova a costruire qualcosa, compie un atto civile. Ogni giovane che se ne va per necessità rappresenta una ferita che non può essere nascosta dietro le dichiarazioni di rito.
Dire allora che “i giovani sono il presente” significa assumersi una responsabilità. Vuol dire riconoscere che il loro punto di vista deve entrare nelle scelte amministrative, nella scuola, nei quartieri, negli spazi pubblici, nel lavoro, nella cultura. E aggiungere “da loro solo per apprendere” è un’affermazione ancora più impegnativa, perché impone alla politica un esercizio raro: l’umiltà.
L’umiltà di chi non pensa di avere sempre la risposta pronta. L’umiltà di chi comprende che governare non significa distribuire certezze, ma capire i bisogni reali. L’umiltà, infine, di chi sa che una comunità cresce soltanto quando smette di considerare le nuove generazioni come comparse e comincia a trattarle da protagoniste.
Le parole, da sole, non bastano mai. Ma certe parole indicano una direzione. E in tempi di frasi gridate, di propaganda rapida, di "consensifici" improvvisati, già questo non è poco. Poi verranno i fatti, che restano l’unico tribunale serio della politica. Ma intanto ricordare che dai giovani non si deve soltanto pretendere, bensì imparare, è un punto di partenza che merita attenzione.
Perché una città che non ascolta i suoi giovani, in fondo, ha smesso di ascoltare sé stessa.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
@luigi.palamara I giovani non sono il domani: sono già il presente. L'Editoriale di Luigi Palamara “I giovani sono il presente. Da loro solo per apprendere.” La frase di Francesco Cannizzaro, candidato a sindaco di Reggio Calabria, ha il pregio della semplicità. E, come spesso accade con le parole semplici, contiene una verità che la politica dimentica troppo spesso: i giovani non sono un argomento da campagna elettorale, non sono una categoria da blandire con slogan di stagione, non sono il futuro in attesa. Sono già qui. Sono il presente. Per anni li abbiamo raccontati come un problema da risolvere o come una promessa da rinviare. Li abbiamo convocati nei discorsi ufficiali, nelle tavole rotonde, nei programmi elettorali, salvo poi lasciarli ai margini delle decisioni vere. E invece bisognerebbe avere il coraggio di capovolgere lo sguardo: non parlare ai giovani, ma ascoltare i giovani. Non insegnare dall’alto, ma apprendere da chi vive con più durezza e più lucidità le contraddizioni del nostro tempo. I ragazzi conoscono la precarietà non per sentito dire, ma per esperienza. Sanno cosa significa cercare un posto nel mondo in una terra spesso costretta a salutare i propri figli in partenza. Sanno distinguere le parole autentiche da quelle pronunciate per convenienza. E sanno, più di molti adulti, che la credibilità non si misura dalle promesse, ma dalla coerenza. In una città come Reggio Calabria, questo tema ha un peso ancora più profondo. Perché qui la questione giovanile non è una formula sociologica: è la misura della speranza possibile. Ogni giovane che resta, che studia, che lavora, che prova a costruire qualcosa, compie un atto civile. Ogni giovane che se ne va per necessità rappresenta una ferita che non può essere nascosta dietro le dichiarazioni di rito. Dire allora che “i giovani sono il presente” significa assumersi una responsabilità. Vuol dire riconoscere che il loro punto di vista deve entrare nelle scelte amministrative, nella scuola, nei quartieri, negli spazi pubblici, nel lavoro, nella cultura. E aggiungere “da loro solo per apprendere” è un’affermazione ancora più impegnativa, perché impone alla politica un esercizio raro: l’umiltà. L’umiltà di chi non pensa di avere sempre la risposta pronta. L’umiltà di chi comprende che governare non significa distribuire certezze, ma capire i bisogni reali. L’umiltà, infine, di chi sa che una comunità cresce soltanto quando smette di considerare le nuove generazioni come comparse e comincia a trattarle da protagoniste. Le parole, da sole, non bastano mai. Ma certe parole indicano una direzione. E in tempi di frasi gridate, di propaganda rapida, di consensifici improvvisati, già questo non è poco. Poi verranno i fatti, che restano l’unico tribunale serio della politica. Ma intanto ricordare che dai giovani non si deve soltanto pretendere, bensì imparare, è un punto di partenza che merita attenzione. Perché una città che non ascolta i suoi giovani, in fondo, ha smesso di ascoltare sé stessa. Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
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